25 anni di danza in quattro opere. Le celebrazioni per l’anniversario della compagnia Spellbound

Mauro Astolfi, Marco Goecke e Marcos Morau, tre autori diversi ma accomunati da una danza densa e precisa, firmano le quattro creazioni che compongono il programma che celebra il venticinquesimo anniversario di Spellbound Contemporary Ballet.

Spellbound Contemporary Ballet, Spellbound25. Marte. MilanOltre 2020. Photo Sara Meliti
Spellbound Contemporary Ballet, Spellbound25. Marte. MilanOltre 2020. Photo Sara Meliti

Venticinque anni di attività sono un bel traguardo per una compagnia, Spellbound Contemporary Ballet, che nel tempo ha costruito una propria identità legata al nome di Mauro Astolfi, coreografo e fondatore dell’ensemble romano insieme con Valentina Marini, direttrice generale. Per marcare un ulteriore percorso progettuale aperto a nuove collaborazioni è arrivata la scelta, ideata da Marini, di festeggiare l’anniversario costruendo un programma che unisce in un’unica serata la cifra stilistica di tre diversi autori. Oltre a due brani di Astolfi, lo spettacolo, dal titolo Spellbound 25, che ha debuttato al festival MilanOltre, comprende una creazione originale di Marcos Morau, frutto di un mese di residenza e di lavoro con nove giovani danzatori di Spellbound, e un assolo del repertorio di Marco Goecke, il primo ceduto a una compagnia italiana dal coreografo tedesco attualmente alla direzione del Balletto di Hannover.

MARTE DI MARCOS MORAU

Il geniale e visionario 38enne artista spagnolo Marcos Morau con Marte compie un viaggio onirico sul pianeta rosso immaginandolo invece di colore blu, e abitato da un gruppo di giovani con tute e felpe che oscurano anche il viso. Il blu cobalto illumina pure la scena immergendoci in un’atmosfera siderale inizialmente rischiarata da aste di neon tenute in mano dai danzatori. Con esse creano, al ralenti, delle combinazioni di linee, triangoli, cerchi, croci, che, mosse dai e sui corpi, diventano armi ed effigi di lontani mondi umani – bellissima la sequenza in cui i neon sfumano dal bianco al rosso diventando frecce che trafiggono il corpo. “Marte, oltre al Dio della guerra, lo è della passione, della sessualità, della perfezione e della bellezza”, spiega Morau. Quei giovani – danzatori bravissimi – sono i colonizzatori di un mondo sconosciuto e ostile, mossi dalla forza del desiderio per avanzare insieme superando i conflitti del vecchio mondo che tenta di fagocitarli, e dove tutto è in divenire.
La danza è quasi sempre compatta, magmatica, rotta solamente dal distaccarsi di uno dei performer, dal toccare e dare moto agli altri, essere osservato e rientrare nell’insieme. Il gruppo agita braccia e gambe in posizioni plastiche come fosse un unico organismo; muove le teste a scatti tenendole con le mani; si allinea frontalmente e in fila indiana gesticolando come una divinità indù; articola le gambe alla maniera di tentacoli; striscia con movimenti serpentini, assorbito dall’avanzare di un sipario, e ripulso. Nei cambi di atmosfere ‒ dove al suono sospeso, di un violino elettronico, subentra l’eco di Space Oddity di David Bowie ‒, il progressivo movimento sincopato, sempre più articolato e veloce, assume forme cangianti. Sono posture di un ingranaggio meccanico a effetto domino che si esaurisce quando, alzandosi il sipario che aveva confinato il gruppo nello spazio della ribalta, in quello vuoto della scena che si apre, dove una coppia fluttua col volto coperto, rimane infine una figura vestita di rosso che si muove dentro un cerchio di luce bloccandosi. Vittoria o sconfitta dell’uomo su Marte? Ricordiamo i bravissimi interpreti: Lorenzo Capozzi, Riccardo Ciarpella, Linda Cordero, Maria Cossu, Mario Laterza, Giuliana Mele, Mateo Mirdita, Caterina Politi, Aurora Stretti.

Spellbound Contemporary Ballet, Spellbound25. Wonder Bazaar. MilanOltre 2020. Photo Sara Meliti
Spellbound Contemporary Ballet, Spellbound25. Wonder Bazaar. MilanOltre 2020. Photo Sara Meliti

ÄFFI DI MARCO GOECKE

Äffi, ideato nel 2005 da Marco Goecke, è un potente assolo giocato sul vigore fisico di un corpo mosso da fantasmi interiori. Costruito su tre canzoni country di Johnny Cash, il pezzo con i suoi movimenti rapidi e nervosi, ricchi di dettagli, è rivelatore dello stile e del vocabolario di Goecke. È soprattutto la schiena ‒ spesso rivolta al pubblico ‒ con i suoi muscoli articolati lambiti da una luce radente, a essere percossa da tremolii e scosse che si propagano in tutto il corpo. Nel rivelarsi frontalmente, l’interprete – eccellente la prova di Mario Laterza ‒ si muove velocissimo quasi sempre in penombra, mostrando una sua schizofrenia o è piuttosto una giocosità fanciullesca irrefrenabile. C’è un momento in cui urla e un altro in cui, pacatosi, fischietta accompagnandosi con le braccia e con i due indici delle mani che dirigono quella musica. Il corpo è tutto un fremito di mani e braccia svolazzanti, aperte e chiuse, come ali di uccello e di farfalla e con leggeri schiaffeggi in varie parti del corpo; di torsioni e piegamenti del busto all’indietro e in avanti; di testa che ruota; di piccoli salti, scatti ed equilibri su una gamba; di umoristiche posture. La tensione si allenta negli ultimi momenti placando quell’energia fluida e tagliente espansa sulla scena. Questo intrigante soliloquio del corpo fa di Äffi un piccolo capolavoro che non per nulla è entrato nel repertorio dello Stuttgart Ballet e dello Scapino Ballet Rotterdam e di altre compagnie, e rappresentato ovunque.

UNKNOWN WOMAN E WONDER BAZAAR DI MAURO ASTOLFI

È dedicato alla intensa Maria Cossu l’assolo Unknown Woman che Mauro Astolfi ha creato per la sua danzatrice, figura importante in vent’anni di collaborazione e condivisione artistica. Quel corpo dentro un fascio di luce, posto in allerta, rannicchiato, timoroso, in lotta con qualcosa d’invisibile, dai movimenti aguzzi, poi lineari, in pose a terra, in ginocchio, che s’inarca, scivola e si erge sicuro, si fa contenitore di memorie e ricordi umani e artistici attraverso una danza vibrante e poetica.
Completa la serata Wonder bazaar, la nuova creazione di Astolfi che prova a raccontare l’alienazione del nostro mondo attraverso una sorta di esperimento fantascientifico comandato da un macchinario obsoleto cui sono sottoposti degli uomini nel tentativo di recuperare emozioni e relazioni umane un tempo felici. Tra tavoli, sedie e panche, il climax è cupo, angoscioso, cadenzato da un via vai di omini, coppie e gruppi in tute grigie, attorno alla figura di una donna sottoposta alla prova della macchina manovrata a vista. Tra musiche e suoni astratti, rumori di passi, di voci e di congegni meccanici, si palesano tentativi di fuga e coercizione. I movimenti sincopati dei danzatori, i loro gesti astratti e meccanici, scandiscono il ritmo della narrazione che però talvolta si perde per la farraginosità della costruzione drammaturgica. Forse gioverebbe ripensarla anche con dei tagli che ridimensionino i tempi a favore di una maggiore sintesi e fluidità della trama.

Giuseppe Distefano

http://www.spellboundance.com/home/it/

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).