Teatro in musica contemporaneo. György Kurtág e Luca Lombardi

Tre opere, due autori. Un approfondimento sul lavoro di György Kurtág e Luca Lombardo, protagonisti del teatro in musica contemporaneo.

György Kurtág, Fin de Partie. Regia Marcus Stenz. Teatro alla Scala, Milano 2018. Photo Ruth Walz
György Kurtág, Fin de Partie. Regia Marcus Stenz. Teatro alla Scala, Milano 2018. Photo Ruth Walz

Le ultime settimane del 2018 sono state ricche, specialmente a Roma, di novità di teatro in musica moderno e contemporaneo, spesso ai limiti dello sperimentale. Una tendenza già rintracciata in merito a due spettacoli in scena nella Capitale.
In queste righe diamo spazio ad altrettanti spettacoli imperniati su György Kurtág, riconosciuto come uno dei più grandi musicisti a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo e a uno su Luca Lombardi.

FIN DE PARTIE

Dei lavori di Kurtág il più importante e più atteso è di sicuro questa sua prima opera, scritta all’età di 92 anni, che ha debuttato alla Scala nella seconda metà di novembre: Fin de partie, o meglio, per citare il titolo completo datagli dall’autore Samuel Beckett ‒ Fin de partie, scènes et monologues, opéra en un acte. Spettacolo eccezionale per diverse ragioni. Tratta da un noto lavoro del Premio Nobel Samuel Beckett, a cui Kurtág ha assistette nel 1957, esule dall’Ungheria, e a cui il compositore aveva dedicato due brani precedenti negli Anni Ottanta e Novanta, l’opera presenta uno stile musicale unico. Minimalista, fonde stilemi tratti da vari secoli di storia della musica – da Monteverdi a Bartók, passando per Debussy, Musorgskij e anche il Verdi del Falstaff (opera amatissima da Kurtág). La “tragedia dell’esistere” messa in scena da Beckett negli Anni Cinquanta è proposta con un’orchestrazione scura ma con riflessi metallici e bagliori di luce (specialmente nella scena in cui due dei quattro protagonisti ricordano i bei momenti della loro giovinezza). In buca dominano i flauti e gli altri legni, le percussioni, le viole e i violoncelli, la celesta, il pianino con supersordino nonché strumenti tradizionali magiari come il cymbalon. Un’atmosfera plumbea in cui si muove la parabola di Beckett di una umanità alla deriva, desolata e senza scopo, destinata a essere come il finale di una partita a scacchi, la mossa a cui non si può rispondere. Gli unici momenti di luce sono in qualche ricordo.
Marcus Stenz e l’orchestra della Scala danno una lettura struggente di una partitura che sembra fatta di brevi frammenti ma è elegante e curata come un ricamo delle Fiandre. La vocalità è un lungo recitativo, o Sprechgesang, di quatto voci (un basso, un baritono, un tenore lirico ed un contralto). La musica e le parole si fondono perfettamente e se ne può gustare ogni sillaba senza ricorrere alla versione scritta (come è prassi alla Scala) sul dorso della poltrona di fronte alla propria. Una scrittura vocale alla Monteverdi, alla Debussy e al Messiaen dell’opera Saint François d’Assise. Ciò ha reso necessari grandi doti da parte dei musicisti e un lungo periodo di prove: Leonardo Cortellazzi, Hilary Summers, Fröde Olsen e Leigh Melrose hanno dato grande prova nel cimentarsi con una lingua (il francese) non loro. La regia di Pierre Audi, le scene e i costumi di Christof Hetzer, le luci di Urs Schönebaum rendono a pieno il significato del testo e della musica. In breve, una produzione irripetibile. In occasione della prima mondiale di Fin de partie, la Fondazione La Scala e Milano Musica hanno esteso l’omaggio a Kurtág, con una serie di concerti.

KAFKA FRAGMENTE

Al Festival di Nuova Consonanza 2018 (11 novembre-21 dicembre) è stata presentata, nel quadro dei ventidue appuntamenti in cui si è articolata la manifestazione romana, la nuova produzione di Kurtág, Kafka Fragmente. È un lavoro compiuto di grande rigore tratto da “frammenti” di lavori di Kafka (i suoi diari, il suo primo romanzo). Eseguita unicamente da un soprano e un violinista, dura cinquanta minuti ed è strutturata in otto “scene” e quattro parti. Le quattro parti esprimono i timori e i tremori del giovane di fronte alla “folla cittadina”, ossia all’avventura nel mondo della vita adulta. È immediato il riferimento ad Amerika (che Kurtág definisce “un’opera da strada”), che in Italia è stata presentata alla Sagra Malatestiana a Rimini e al RomaEuropa Festival in due differenti produzioni.
Per vari problemi organizzativi è stata eseguita solo una parte dei Kafka Fragmente, fusa con gli Attila Fragmente dal poeta Attila Jozsef, sempre di Kurtág, e preceduti a modo di introduzione da una breve composizione di Giulia Lorussso (Marginalia) per violino amplificato e nastro magnetico. Lorenzo Gentili Tedesco al violino, Eleonora Claps come voce soprano, una bizzarra magniloquente regia di Cristian Taborreli, i video di Fabio Massimo Iaquone, un attore (Massimo Odierno) e ben cinque ballerine in tenuta da avanspettacolo. Altro che “opera da strada” come voleva Kurtág. Un vero deludente pastiche, ma non quali quelli che in epoca barocca metteva in scena Händel. Esperienza da non ripetere.

Luca Lombardi, Un Ri travestimento. Festival di Nuova Consonanza 2018. Photo Marta Cantarelli
Luca Lombardi, Un Ri travestimento. Festival di Nuova Consonanza 2018. Photo Marta Cantarelli

UN RI-TRAVESTIMENTO

Una bella produzione, sempre a Nuova Consonanza è Un Ri-travestimento di Luca Lombardi, tratto dall’opera Faust: un travestimento su testi di Edoardo Sanguineti. È un rifacimento (in versione di concerto) di un lavoro del 1990 e viene presentato a conclusione del workshop De Musica ovvero La Fabbrica della Creatività, che è ogni anno un architrave del Festival di Nuova Consonanza. Per Lombardi, che ha studiato in Germania, il lavoro del 1990 aveva una forte vis politica, anche in quanto composto subito dopo la caduta del muro di Berlino. La mantiene ancora oggi, specialmente in una Repubblica Federale Tedesca in cui sono sempre più presenti le pulsioni di revanscismi, xenofobia e antisemitismo. Il lavoro è diviso in tre parti: un assolo di Faust con la canzone della pulce di Mefistofele; la canzone di Greta; la “canzonetta moralissima” di Mefistofele e un conciso finale. Ci sono citazioni/omaggi alla storia del teatro in musica, dall’accordo di Tristan und Isolde alla melodia di Marie nel Wozzeck, al brindisi di Cavalleria Rusticana. Il linguaggio resta rigoroso ed eloquente. L’esecuzione è affidata e due pianoforti (Antonello Maio e Giovanni Bietti, che funge anche da narratore per collegare i differenti “numeri”), due baritoni (Simone Alberti e Luca Bruno), un soprano (Ronja Weyhenmeyer) e un contralto (Chiara Osella). Un bello spettacolo che dovrebbe essere ripreso.

Giuseppe Pennisi

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Giuseppe Pennisi
Ho cumulato 18 anni di età pensionabile con la Banca Mondiale e 45 con la pubblica amministrazione italiana (dove è stato direttore generale in due ministeri). Quindi, lo hanno sbattuto a riposo forzato. Ha insegnato dieci anni alla Johns Hopkins University e quindici alla Scuola superiore della pubblica amministrazione; per periodi più brevi a Salerno e a Palermo. Ha scritto una dozzina di testi di economia, pubblicati in Italia, Gran Bretagna, Svizzera e Germania, ed è editorialista economico di un paio di quotidiani. Da quando aveva l'età di 12 anni la sua passione è l'opera lirica (specialmente del Novecento e meglio ancora se contemporanea coniugata con electroacustic e live electronics). Ha contagiato la moglie e in parte i figli. Vaga, quindi, da teatro a teatro. Con un calepino a righe e una matita rossa. Il riposo forzato è in una barcaccia.