Dance Well e l’arte di resistere

La coreografa Francesca Foscarini muove i danzatori “speciali” di Bassano del Grappa ‒ persone con Parkinson e non ‒, assemblando gesti e movimenti, parole e canto. E creando uno spettacolo sull’arte di resistere.

Dance Well, Oro. L’arte di resistere. Photo Riccardo Panozzo Festival BMotion, Bassano del Grappa 2018
Dance Well, Oro. L’arte di resistere. Photo Riccardo Panozzo Festival BMotion, Bassano del Grappa 2018

Scardina l’immagine di “ballo sociale” immettendovi battiti umanissimi di condivisione, componendo quadri di dirompente tenerezza, di commovente afflato nell’impreziosire il gesto della fragilità del vissuto, e ogni movimento del soffio vitale che lo sostiene. E suscita sussulti del cuore, liberanti emozioni che accomunano tutti, spettatori e interpreti, fondendo in un unico respiro quel grande consorzio umano che non conosce età e condizione fisica. È la coreografa Francesca Foscarini, insieme al drammaturgo Cosimo Lopalco, l’autrice di questa esperienza umana e artistica che vede coinvolti i danzatori “speciali” del gruppo Dance Well (movimento e ricerca per Parkinson) di Bassano del Grappa dove, da tempo, è in atto una comunità danzante, persone con Parkinson e non, ogni anno affidata a un diverso coreografo per una nuova creazione.

RESISTERE-RIESISTERE

Il titolo, Oro. L’arte di resistere, si riferisce al metallo prezioso e resistente per antonomasia, che diventa metafora e simbolo non solo del resistere (riesistere), ma dello stesso esistere, dove gli anziani danzatori, ognuno con la propria storia e la propria relazione personale con la città veneta ‒ che vanta la Medaglia d’oro al Valore Militare per la Resistenza, da cui il titolo ‒, rivelano nel ballo la propria idea vivente (biografia) di r(i)esistenza. Lo spettacolo trova piena sintonia con le parole “Quello che ci muove” ‒ frase di Pina Bausch alla quale è stata dedicata la Maratona Bausch-Danzare la memoria, ripensare la storia curata da Susanne Franco per Piemonte dal Vivo e Lavanderia a Vapore ‒, che campeggia nella grande sala della Lavanderia di Collegno. Nel mezzo delle due gradinate speculari dove siedono gli spettatori, sulle note di Summertime troviamo quel manipolo di persone predisposte in un ballo lento che il tremolio delle mani o i passi incerti di alcuni rendono di preziosa bellezza. Nello scambio e nel formarsi di altre coppie seguiamo il loro improvviso raggrupparsi, stringersi per sostenersi, per difendersi da un pericolo esterno; rincorrere compatti e uniti come uno stormo di uccelli uno di loro che cambia direzione; staccarsi a turno e insultare un’unica persona che riceve immobile le innocenti invettive e uno schiaffo; e subito riunirsi, sorridere, ridere allegramente dando espressione ai rigidi muscoli del viso, ritornare seri e riprendere il ballo. E ancora, accompagnati dal sostegno di due braccia, rotolare per terra depositandosi dolcemente uno a uno, alzarsi e gesticolare; formare un cerchio a terra ponderando i movimenti, ma anche scattare in una breve corsa; seguire il racconto della storia di un uomo e di una donna seduti su degli sgabelli; ascoltare una timida e balbettante dichiarazione d’amore seguendo il ritmo del respiro di lei. Risuonano intanto altre voci: le parole di Hemingway, che a Bassano del Grappa ha vissuto ricordando in un suo scritto: “… Ma avete mai visto un’alba dal Monte Grappa o provato l’emozione di un tramonto di giugno sulle Dolomiti?…”; e un lungo elenco di nomi, 32 di cui due ignoti, i morti della resistenza storica, mentre riecheggia il canto Bella ciao. Ed è sulla canzone Senza fine di Gino Paoli intonata dalla voce di Ornella Vanoni che si consuma il finale con i commoventi performer che, dopo aver ricevuto sulla mano un tocco di pennello color oro, quasi un marchio d’appartenenza e di riconoscimento, prendono per mano gli spettatori invitandoli a formare delle coppie e ballare tutti insieme.

Dance Well, Oro. L’arte di resistere. Photo Fabio Melotti Lavanderia a Vapore
Dance Well, Oro. L’arte di resistere. Photo Fabio Melotti Lavanderia a Vapore

RICORDANDO PINA BAUSCH

Tutta questa emozionante e partecipata esposizione d’umanità nata non da un trasferimento di codici di danza predefiniti, ma frutto di spontaneità e immedesimazione, d’improvvisazione sui e dei soggetti, di lavoro sull’emotività e la fragilità del corpo, sulle storie e sulla catena di relazioni createsi, ha ricordato – a noi, e a chi ha assistito al leggendario spettacolo – quel Kontakthof di Pina Bausch, che Foscarini non ha mai visto e neanche minimamente pensato come riferimento per questa sua inedita creazione, ma che, forse, nella trasmissione di una memoria collettiva indiretta, è arrivato fino a lei. Nell’asettico stanzone da ballo dove, alla fine degli Anni Settanta, s’incontrarono i giovani danzatori di Bausch alle prese con giochi di seduzione e corteggiamenti, con la difficoltà di relazionarsi, di entrare in comunicazione gli uni con gli altri, alternando dispetti, prevaricazioni e narcisismi, venne poi ripreso a distanza di anni e rimontato su corpi di anziani, over 65, non professionisti. E ci commuovemmo nell’assistere alla verità di uno spettacolo umanissimo. Quel “luogo dei contatti” era vissuto da dei corpi invecchiati che ancheggiavano convinti, sfilavano in passerelle circolari e diagonali piene di tic e di descrizioni umorali, raccontavano brandelli di vita davanti a un microfono, agitavano le mani sulle note di un boogie-woogie mentre avanzavano trascinandosi le sedie in rituali di approcci buffi e faticosi con l’altro sesso. Spiritosi e ironici nei gesti, teneri e aggressivi nelle avances mai complete, creativi e disciplinati nella formalizzazione di una coreografia alla quale vennero addestrati lungamente, la loro presenza scriveva sul palcoscenico un campionario comportamentale di paure e passioni, desideri e fragilità comuni a tutti. Corpi sfioriti, ma straordinariamente espressivi, carichi di vissuto, di esperienza, di storie, che, nel darsi sulla scena, sembravano aver ritrovato una nuova, diversa vitalità. Quella che abbiamo visto anche nei volti, negli occhi e nei corpi dei Dance Well.

Giuseppe Distefano

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AutoreFrancesca Foscarini
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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).