Teatro. L’omaggio di Napoli a Ingmar Bergman

Al regista svedese il Napoli Teatro Festival Italia ha dedicato un doppio appuntamento, proponendo lo stesso titolo con l’allestimento di due diverse regie e produzioni.

Julia Vysotskaya e Federico Vanni, photo Marco Ghidello
Julia Vysotskaya e Federico Vanni, photo Marco Ghidello

È un doppio omaggio al grande regista svedese Ingmar Bergman nel centenario della sua nascita quello che il Napoli Teatro Festival Italia ha voluto rendere allestendo due diverse versioni di Scene da un matrimonio, che, proposte nello stesso giorno, generano un inevitabile confronto.
La prima porta la firma di Andreij Konchalovskij, con interpreti Federico Vanni e Yulia Vysotskaja, attrice feticcio e compagna del regista russo (produzione Stabile di Napoli, e in tournée nella prossima stagione); la seconda (produzione Le Théâtre de l’Oeuvre) è quella di Safy Nebbou, con Laetitia Casta e Raphaël Personnaz e s’intitola Scènes de la vie conjugale. La storia è nota, legata com’è alla celebre versione cinematografica di Bergman del 1973, e successivamente diventata una trasposizione teatrale, anche se la sceneggiatura fu concepita inizialmente in sei episodi per la televisione. Il film era, prevalentemente, un lunghissimo dialogo a due voci con molti primi piani, pochi movimenti di macchina, totale assenza di colonna sonora e un’ambientazione tutta giocata sugli interni. In questo modo Bergman compiva una meticolosa radiografia di una coppia, analizzata fin nei minimi particolari per cercare la risposta a una domanda: perché tanti matrimoni falliscono? Bergman, come in tutti gli altri suoi film, non trova la risposta ma pone una miriade di spunti di riflessione sull’amore, sul rapporto tra i sessi, sulla vita, sull’egoismo, sulla solitudine.

Scènes de la vie conjugale, photo Salvatore Pastore
Scènes de la vie conjugale, photo Salvatore Pastore

LA VERSIONE DI SAFY NEBBOU…

A restituirci con netta chiarezza sia questi contenuti sia l’asciuttezza anche formale, è l’allestimento del francese Nebbou che ci convince più della messinscena del russo Konchalovskji, affidato com’è solo alla bravura degli attori e alla forza della parola, senza altri appigli o distrazioni, anche visive, risolte invece utilizzando scenicamente solo una panca; due leggii usati all’inizio e nella breve sequenza della presentazione delle carte del divorzio; brevi ed efficaci cambi di luce; e alcune note musicali, a scandire alcuni passaggi temporali (a onore di cronaca va ricordato il fatto che motivi tecnici hanno impedito l’arrivo a Napoli della scenografia, costringendo il festival a un allestimento sobrio, ma che, a nostro avviso, ha giovato allo spettacolo, anche se da considerare in fieri). Ha giovato anche l’aver operato dei tagli al testo originale, privandolo così di quella verbosità presente soprattutto nel film, non togliendo nulla al fluire degli eventi, sia narrativi che emotivi. Anzi, ha dato maggior compattezza al ritmo dell’anima che i due appropriati attori dosano con presenza e toni, e quei pochi movimenti che si caricano di vita vissuta e detta.

Julia Vysotskaya e Federico Vanni, photo Marco Ghidello
Julia Vysotskaya e Federico Vanni, photo Marco Ghidello

… E QUELLA DI ANDREIJ KONCHALOVSKIJ

Vira invece sulla commedia da camera la messinscena del russo, che ha puntato al realismo collocando la storia in un interno domestico – successivamente ufficio – ben dettagliato, con tanto di ambienti definiti, stanze a vista, rumori esterni, mobili, oggetti, e conseguente recitazione dei due bravi interpreti. Trasferisce inoltre la vicenda in Italia, a Roma, datandola, e, incomprensibilmente, ci propina, tra un salto temporale e un altro, una carrellata di filmati ‒ utili per i cambi di scena ‒ degli Anni Sessanta e Settanta con avvenimenti storici e documentaristici, incluse trasmissioni televisive dell’epoca – per chi le ricorda: Rischiatutto, Canzonissima, Carosello, il colonnello Bernacca ‒ e riferimenti teatrali (i due coniugi sono frequentatori di teatro) come il debutto strehleriano di Casa di bambola di Ibsen. Cambiano anche i nomi dei protagonisti: lui si chiama Giovanni e lei Milanka, una donna russa. La sua nazionalità, ci viene da pensare, forse per la diversità culturale, dovrebbe essere uno dei motivi, in parte, del fallimento della coppia? Se fosse così nelle intenzioni del regista, non viene fatto alcun cenno o riferimento ulteriore che giustifichi e approfondisca tale scelta e visione. Non è irrilevante se nei forti tagli al testo che il regista ha operato rimangano fuori dalla storia le due bambine, figlie della coppia che, nell’economia della vicenda e del contenzioso esistenziale, sono parti comunque fondamentali (si fa riferimento solo al bambino abortito). Insomma, l’acceso duello tra i sessi, la routine contemporanea che grava sul privato, che soffoca sentimenti e rapporti, e arriva a mutare le valenze dei ruoli, ci giunge superficialmente senza quel bisturi che affondi nelle pieghe dei corpi e dell’anima.

Giuseppe Distefano

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Giuseppe Distefano
Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere il lettore/spettatore. L'esperienza di scrittura critica è maturata sul campo, cominciando negli Anni Novanta, scrivendo per il quindicinale "Città Nuova", e successivamente collaborando col mensile di spettacolo "Primafila" con recensioni e interviste a personaggi della danza, del teatro e del cinema; quindi col settimanale culturale "Il nostro tempo" e il settimanale di attualità "Carta". Collabora con "Ilsole24ore.com", col magazine "Danza&Danza", con "Artribune.com", con "Sipario.it" e con "cittanuova.it". Ha partecipato a mostre fotografiche e pubblicato il libro fotografico "Il teatro di Emma Dante nelle foto di Giuseppe Distefano" (Infinito edizioni).