A Venezia sorprende la coreografia analitica di Meg Stuart, ma soprattutto incanta la geniale riflessione sulle politiche del desiderio di Mette Ingvartsen. Delude, invece, Marie Chouinard, con un male assemblato mash-up di suoi pezzi del passato.

Dopo la premiazione del Leone d’oro alla carriera, Meg Stuart ha presentato Built to Last (2012), con cui l’analitica coreografa si confronta con la grande musica sinfonica. Tra mille più o meno sommerse citazioni del passato, musicale e danzato, i performer mettono in scena soprattutto una esperienza di ascolto e di attesa, in una incessante danza tra i pianeti sospesi in aria, come se l’emozione che ne deriva potesse permetterci di pensare in termini nuovi l’umano. E, soprattutto, senza appropriarsi in termini ideologici di partiture che hanno segnato la storia del nostro più recente presente (come, ad esempio, l’elezione di campioni della razza ariana e della superiorità dell’Occidente di compositori come Bach e Beethoven da parte del nazionalsocialismo). Una indebita appropriazione culturale che può essere superata soltanto attraverso una rinnovata esperienza dell’ascolto come atto di libertà e di resistenza.
I movimenti e le presenze, che assumono spesso una insistita monumentalità, sembrano alludere, anche comicamente, all’utopia del viaggio nel tempo capace di svelare le trame della realtà.

TO COME

Mette Ingvartsen, con un lavoro di ben dodici anni fa e ai suoi tempi già visto a Santarcangelo, dal titolo eloquente: To come, qui extended version (ossia con quindici performer invece di cinque), mette in scena una idea di sessualità affermativa senza distinzioni né ruoli, ed è capace di immaginare una felicità non confinata da norme culturali. Nella prima parte, tutti i corpi, completamente chiusi in una seconda pelle blu, scivolano per lo spazio in un flusso di posture erotiche e di accoppiamenti orgiastici come una collettività anonima e spersonalizzata. Nella seconda, una sorta di nudo Quartetto Cetra moltiplicato al cubo intona le mille variazioni possibili di plurimi orgasmi, con la serenità compiuta di chi sa che il vero godimento è sempre capace di giocare. Nella terza parte, un irresistibile e prolungato ballo sociale, il lindy hop su Sing Sing Sing di Benny Goodman, restituisce ritmo e immediatezza a tanta parodia di ciò che nell’eros è più oppressivo e vessatorio (e la cui bellezza, per certi versi, ricorda già quella di Company B di Paul Taylor, coreografia del 1991 su musiche degli Anni Quaranta).

Biennale Danza, Venezia 2018. Marie Chouinard, Radical Vitality, Solos and Duets (a collection of revisited works). Photo © Andrea Avezzù
Biennale Danza, Venezia 2018. Marie Chouinard, Radical Vitality, Solos and Duets (a collection of revisited works). Photo © Andrea Avezzù

UN REMIX DI INCUBI

Delude invece il nuovo, chilometrico, lavoro di Marie Chouinard, Radical Vitality, Solos and Duets (a collection of revisited works): due ore di, anche brevi, estratti da suoi lavori precedenti. Ed eccole qui in serie, tutte insieme, le contorsioni articolari e i ghigni facciali con i grugniti vocalici e le grucce orali o le stampelle anali, tanto care al pluridecennale lavoro coreografico di Chouinard. Come una sfilata male assemblata, una parata rabberciata e sdrucita, con la incomprensibile convinzione che la sola esibizione di una macchina taglia-e-cuci già faccia l’abito. Ma se nell’autonomia di una singola coreografia lo stile di movimento sempre dialoga in profondità con l’insieme della composizione, qui tutto invece sembra essere programmato per restare in superficie. Il muscolo è sempre esposto ma perché in realtà fragile e irrisolto. L’intimità tutta esibita ed esteriore ha la misura di uno sguardo rivolto sempre allo specchio. L’eros è depresso in pose hardcore da rotocalco, mentre i corpi sembrano sempre oppressi e colpevoli, monodiretti al pubblico (due ore a proscenio senza quasi mai una diagonale…), sempre in mostra come su un piedistallo. Numeri fuori contesto: mai un problema, una questione. Così l’iconica danzatrice Carol Prieur, o la sempre più bella e brava Valeria Galluccio, sembrano comparse costrette a un’esercitazione di decoupage da scuola primaria. Lo sciagurato cut-n-mix non sembra però essere best of. Perché oggi queste deformazioni, tutte uguali e in gelida sequenza, non appaiono rivendicative di piani ulteriori che potrebbero liberare (nella mente come nel corpo) nuove energie. Ma sono le solite spie di soliti disagi, solite rimozioni riconoscibilissime da qualsiasi buon analista: del resto Lacan è uscito in omaggio anche col Corriere… Chouinard opera sempre nel sistema edipico, e se ne compiace perché crede di ribellarvisi, come la figlia monella che scalpita per attirare l’attenzione del padre. Questo remix di incubi in forma danzata finisce per esibire, purtroppo, un supermercato del rimosso, un magazzino del più che convenzionale, secondo un’estetica ancora tutta novecentesca, così affezionata al patologico già premoderno e antimoderno.
Non ho basato le mie scelte su un’idea. Ho scelto dal cuore, dall’intelligenza, dall’anima”. Sono parole di Chouinard pubblicate sui canali social da La Biennale il 22 giugno alle 15.30. Si fatica a considerarle uno statement vero e proprio. È la scusa più infantile e facilona per giustificare i cattivi voti a scuola, per aver mancato colpevolmente un obiettivo, per non aver fatto la propria parte, scusare una vacanza. Per i prossimi due anni serviranno idee, non buoni sentimenti.

Stefano Tomassini

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini è ricercatore presso l’Università Iuav di Venezia e insegna all’Università della Svizzera Italiana. È consulente per la danza di LuganoInScena al LAC. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar; nel 2010 Scholar-in-Residence all’archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e, nel 2011, Assistant Research Scholar all’Italian Academy for Advanced Studies in America della Columbia University (NYC). Fa parte della giuria per le Giornate della Danza Svizzera 2019.