Quale futuro per i nostri teatri?

Il teatro rappresenta una delle forme espressive e artistiche più potenti cui l’uomo abbia mai ricorso. Dall’antica Grecia a oggi, il teatro non ha mai perso la propria forza, il proprio potere di presentare e rappresentare. Eppure, nonostante questa forza intrinseca inarrestabile, il teatro soffre, da tantissimo tempo, e non riesce ad affermarsi come un settore autonomo, in grado di sopravvivere a quelle leggi della domanda e dell’offerta che dovrebbero garantire la sopravvivenza di ogni attività imprenditoriale.

Antonio Rezza
Antonio Rezza

IL TEATRO COME MERCATO
È questo il nodo principale della questione, e non tanto i FUS e gli altri strumenti con cui lo Stato (goffamente) cerca di incentivare il settore. Perché, malgrado la sua rilevanza sulla formazione, il suo status di bene culturale (e pertanto meritorio), la sua grande rilevanza per la storia e per il futuro del nostro Paese, quello teatrale è un settore in tutto e per tutto riconducibile a un mercato: ideazione, produzione, distribuzione e canali di vendita. C’è tutto.
Da questo punto di vista i dati, anche se un po’ sommari, ci sono, e portano ad alcune riflessioni interessanti.
Nel 2015, ad esempio, secondo la SIAE, ci sono stati più di 120mila spettacoli afferenti l’attività teatrale, che hanno generato un volume d’affari pari a più di 420 milioni di euro, registrando, una crescita tendenziale di circa il 5% rispetto all’anno precedente.

Numero di spettacoli e volumi d'affari nel 2015 - fonte SIAE
Numero di spettacoli e volumi d’affari nel 2015 – fonte SIAE

Per il settore teatrale, continua la nota SIAE, lo spettacolo che ha avuto più incassi in assoluto durante l’anno è stato L’ora del Rosario di Fiorello, che ha attratto, da solo, più di 167mila spettatori.
Questo basta per capire che se c’è una crisi, questa non è tanto una crisi del “medium”: al massimo è del messaggio.
Ovviamente, lo spettacolo di Fiorello rappresenta un caso particolare, ma, di fatto, l’evento ha portato a teatro un numero molto elevato di spettatori e, probabilmente, anche un buon numero di non spettatori del teatro.
E, che piaccia o no, questa è la fetta di pubblico più interessante per il settore teatrale.
Il teatro ha, potenzialmente, come la maggior parte delle attività culturali, un target incredibilmente numeroso, che parte dall’asilo e che copre tutte le fasce d’età e che può essere fortemente fidelizzato. Ha dunque senso approfondire il discorso e capire quale siano i motivi che conducono, anno dopo anno, a uno stato non proprio salubre di questo settore economico.
In questo senso a poco valgono le statistiche ufficiali: per quanto possano contare su un vasto database, queste sono il riflesso di una bassa curiosità che, in genere, viene rivolta ai fruitori di cultura. Trattare il teatro come un oggetto di mercato richiede innanzitutto una maggiore comprensione del target, ma non solo in termini numerici. Quanti di coloro che hanno assistito allo spettacolo di Fiorello sono poi andati a vedere altri spettacoli? E quali? Quali sono gli spettacoli che attraggono maggiormente i giovani? Il pubblico di Shakespeare è equamente distribuito per sesso o c’è una maggiore preferenza femminile? E il pubblico di Marco Paolini? E di Antonio Rezza? Chi guarda il teatro sperimentale, ascolta poi musica elettronica o preferisce le hit che passa la radio?
Su tutto ciò non abbiamo dati. Abbiamo congetture, ipotesi, stime. Non esiste nel nostro Paese una raccolta di informazioni utili a chi voglia decidere di proporsi sul mercato.
Ciò conduce direttamente a un altro problema: il prodotto. Come in ogni settore, ci sono prodotti che riscuotono più successo di altri, e non solo in termini nominali. Riuscire a disporre di questi dati permetterebbe a tutti gli operatori del settore di realizzare prodotti rivolti a target specifici, evitando sovrapposizioni e concorrenze inutili e ampliando, di fatto, il mercato.

Fiorello
Fiorello

IL RUOLO DELLO STATO
Lo Stato, in questo, non è assolutamente d’aiuto. Ma non per motivi di carattere contingente (in molti hanno scritto che siano stati i pochi tempi a disposizione a inficiare la qualità della recente riforma). In realtà ciò che rende poco credibile la riforma è proprio la prospettiva iniziale con la quale è stata formulata. Se il teatro è un mercato (e lo è), è allora anche vero che una potenziale crisi del mercato possa essere dettata da un eccesso di concorrenza o da una mancata profilazione del pubblico, da scelte poco fortunate degli spettacoli in cartellone, ecc.
L’aiuto indistinto porta sempre, come è dimostrato in tutti i settori merceologici, a un abbassamento del livello d’efficienza del comparto. È questo forse il punto debole dell’intera riforma del FUS. Se il Teatro è un mercato (e lo è), il Teatro deve essere posto in condizione di guadagnare sulla base della propria attività, senza alcun tipo di finanziamento. Se in Italia venissero poste migliori condizioni (la previsione della figura del manager culturale obbligatoria, la creazione di database aggiornati e messi a disposizione dei produttori così come dei gestori dei teatri ecc. ecc. ecc.), molti teatri vivrebbero sicuramente una situazione economica migliore, e questo potrebbe portare lo Stato a fare il ruolo dello Stato.
All’interno del grande mondo del teatro, infatti, ci sono alcuni spettacoli (e alcuni teatri che decidono di ospitarli) che meritano sicuramente un aiuto particolare, ma non perché il Teatro è una cosa bella e sacra, ma perché, nei linguaggi sperimentali si trovano spesso le idee, le innovazioni e i percorsi che permettono l’evoluzione degli stili e la nascita di nuove correnti, garantendo una naturale evoluzione dello spettacolo sulla base delle esigenze e delle istanze contemporanee.
È questo che va tutelato, non la mera sopravvivenza, ed è questo il ruolo che uno Stato dovrebbe avere all’interno di una sana economia di mercato dal punto di vista finanziario.

Antonio Rezza
Antonio Rezza

ORGANIZZAZIONE E SPUNTI
Dal punto di vista organizzativo, invece, il ruolo dello Stato dovrebbe essere quello di stabilire le regole di base entro le quali gli operatori possono muoversi. Determinare quali assetti istituzionali possano essere più efficienti per il concreto svolgimento della concorrenza, abolendo, dove questo sia possibile, forme “artificiali” di barriere all’entrata.
Un altro ruolo ha infine lo Stato nei confronti della cultura, ed è quello di dettare e perseguire una politica culturale, promulgando una linea di indirizzo che lo Stato intende stimolare e incentivare, una serie di tematiche, di tecniche o anche soltanto di consumi, che il Governo di un Paese ritiene possano arrecare benefici all’intera collettività.
L’attuale riforma confonde i tre livelli e confonde la politica culturale con l’aiuto finanziario, per poi confondere l’aiuto finanziario con la regolamentazione dello scenario, assumendo un ruolo analogo a quello che il Fondo Monetario Internazionale assume nei confronti dei Paesi cui eroga dei prestiti. La questione però è un po’ diversa: lo Stato, quando agisce secondo una logica di tipo paternalistico, agisce perché venga sviluppata una serie di prodotti che ritiene perseguano il benessere comune.
Questa linea è sicuramente minoritaria all’interno di una riforma che intende disciplinare il numero minimo di spettacoli, il minimo di ingressi, e le modalità attraverso le quali un teatro può collaborare con gli altri operatori del settore.
In tutto ciò, il teatro può giocare un ruolo molto importante, avviando autonomamente una serie di attività che potrebbero rendere il settore più efficiente, come ad esempio innescare analisi specializzate sul proprio target e attività volte a massimizzare il volume d’affari del comparto, sperimentando nuovi modelli di business e operazioni volte al coinvolgimento dei non-spettatori teatrali. In altre parole, oggi il ruolo del teatro è quello di fare in modo che siano i suoi spettacoli, e non la sua crisi, a rispecchiare la nostra società.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.