Teatro delle Moire: un catalogo delle interazioni umane

L’infanzia è finita (per sempre): a cosa giocano gli adulti? Potere, soprusi e violenza, nell’impossibilità di liberarsi di se stessi. È Playroom, ultima opera del Teatro delle Moire, al suo debutto milanese.

Teatro delle Moire - Playroom

Tende all’astrazione, la poetica del Teatro delle Moire. Le opere della compagnia rinunciano all’uso della parola e si compongono di azioni che dapprima si accumulano, poi si elidono a vicenda. Nella fase dell’accumulo, i gesti arrivano a un passo dallo sfociare in una coreografia, ma anche questa aspirazione viene trattenuta. Si compone, proprio grazie a queste tensioni frustrate, un catalogo delle dinamiche d’interazione tra gli esseri umani, come se si potesse osservarli da una posizione decentrata. Da un luogo ulteriore, un confine del mondo di qualche genere; oppure da un tempo ulteriore, dove tutto si è già compiuto. Rispetto al precedente It’s always tea time, l’ultima opera, Playroom – al debutto nelle scorse settimane al Lachesi lab di Milano –, porta a un livello più alto di efficacia la strategia appena descritta. Quella evocata dal titolo si rivela una stanza di giochi crudeli: accoglie interazioni basate sul gioco di potere, sul sopruso, in ultimo sulla violenza. I tre personaggi (maschere astratte e simboliche, appena caratterizzate) interagiscono dapprima con diffidenza, poi con un piacere sadico che della tensione erotica ha solo il ricordo, l’abitudine, il dovere stereotipato. E infine il piacere sfocia nella violenza, inferta agli altri oppure a se stessi, ma sempre indotta dal dominio dell’altro (con un “terzo incomodo” come testimone complice).

Teatro delle Moire – Playroom

Ciò di cui soffrono le figure in scena è il limite invalicabile della propria pelle, l’impossibilità di uscire da se stessi. Sono, per di più, imbrigliate da due o tre pelli: gli strati di vestiti di cui cercano di liberarsi o con cui cercano di proteggersi sono metafora di una prigione ulteriore. L’unica liberazione possibile è un urto: contro se stessi, il prossimo, gli oggetti. Punteggia le scene (distribuite in maniera ciclica grazie a periodici, efficaci crescendo) l’audio di film come Il signore delle mosche, Inseparabili, Via col vento, che gli attori scimmiottano seguendone i dialoghi con le labbra. Un playback spettrale, che anche quando sfocia in burla non spezza la tensione, anzi la alimenta in attesa della successiva scena tragica.
C’è qualche iniziale spunto beckettiano in Playroom: è come se ritrovassimo tre degli intercambiabili personaggi dell’irlandese a qualche decennio di distanza, ormai definitivamente dissennati a causa del prolungato patimento e della ripetizione annosa. Ma manca la rigorosità dell’“ansia combinatoria” di Beckett, e in effetti vedendo le opere del Teatro delle Moire si desidererebbe una dimensione più strutturata che è corteggiata e poi rifiutata. Viene spontaneo immaginare i singoli gesti sistematizzati in un linguaggio complessivo, e ci si aspetterebbe che la poetica sfociasse in qualcosa di simile, per esempio, alla pseudodanza statica che caratterizza l’opera di artisti visivi come Keren Cytter.

Teatro delle Moire – Playroom

Ma la mancanza di una struttura definita è probabilmente una scelta voluta, anche allo scopo di spiazzare. Quella del Teatro delle Moire è programmaticamente una drammaturgia fatta di gesti e azioni, che sembra ogni volta comporsi sul momento anche se preparata nei minimi dettagli come un’improvvisazione trattenuta.

Stefano Castelli

Teatro delle Moire – Playroom
Scrittura scenica e regia di Alessandra de Santis e Attilio Nicoli Cristiani
Creazione e interpretazione Gianluca De Col, Alessandra de Santis, Attilio Nicoli Cristiani
Dramaturg Renato Gabrielli
www.teatrodellemoire.it

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (nato a Milano nel 1979, dove vive e lavora) è critico d'arte, curatore indipendente e giornalista. Laureato in Scienze politiche con una tesi su Andy Warhol, adotta nei confronti dell'arte un approccio antiformalista che coniuga estetica ed etica. Nel 2007 ha vinto il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli. Pubblica regolarmente i suoi articoli dal 2007 su Arte, dal 2011 su Artribune e dal 2018 su IL-mensile de Il Sole 24 ore. Collabora anche con Antiquariato. Dal 2004 a oggi ha curato numerose mostre in spazi privati e pubblici, di artisti affermati ed emergenti. Dal 2016 è nel comitato curatoriale del Premio arti visive San Fedele. Nel 2020 ha pubblicato il saggio "Radicale e radicante – Sul pensiero di Nicolas Bourriaud" (Postmediabooks) e tradotto il saggio "Inclusioni" di Nicolas Bourriaud (Postmediabooks).