Una cavalcata lungo la storia dell’hip hop, sotto il segno dei suoi numi tutelari.

Hip e square, ribellione e conformismo: sono i due termini che Norman Mailer utilizza, alla fine degli Anni Cinquanta, nel suo celebre saggio The White Negro, per spiegare la nascita dell’hipster o “esistenzialista americano”. Una figura che emerge dalle ceneri di quella modernità che ha condotto alla Seconda Guerra Mondiale e a Hiroshima, e che rompe con la tradizione dei Padri mediante l’adesione ai valori della cultura afroamericana, in particolare quella jazz, con la sua libertà espressiva. Dall’altra parte, i movimenti di affermazione identitaria, nati nel contesto del razzismo classico (quello tra bianchi e neri, che utilizza l’elemento fisico come emblema di distinzione sociale e morale), sganciano la negritudine dallo schiavismo, rivendicando l’autonomia di definizione dell’immagine del nero americano. Celebre l’affermazione di Malcolm X: “Si è poveri perché si è neri o neri perché si è poveri?”.
Questa premessa è utile per analizzare i rapporti tra cinema e musica all’interno della cultura nera, da Spike Lee a Donald Glover, in arte Childish Gambino, nella direzione del manifesto politico. Juneteenth, l’episodio nove della prima stagione di Atlanta, la dramedy che porta la sua firma, è paradigmatico. All’interno di una villa, che ricorda quella di Jordan Peele in Get Out, racial horror dei tempi post-Obama che ha vinto un Golden Globe nel 2018 e che si apre con Redbone dello stesso Gambino, Earn si rivolge a Van, la sua ragazza: “Sembra di essere in ‘Eyes Wide Shut’, però diretto da Spike Lee”, ironizzando sul contesto e sul proprietario della casa, tratteggiato come lo stereotipo dell’intellettuale bianco africanista, ossessionato a tal punto dalla cultura africana, di cui raccoglie cimeli nei suoi viaggi che racchiude nella sua Wunderkammer (sugli scaffali compare anche Awaken, My Love!, il disco di Gambino che contiene Redbone), dall’aver persino sposato una donna nera.

Spike Lee nel ruolo di Mookie, still dal film del 1989 Fa' la cosa giusta, scritto e diretto da Spike Lee
Spike Lee nel ruolo di Mookie, still dal film del 1989 Fa’ la cosa giusta, scritto e diretto da Spike Lee

ESSERE NERI IN AMERICA

La connessione diretta arriva, però, con la scelta tra due drink: Veleno della piantagione del padrone o Forty Acres and a Moscow Mule? Forty Acres and a Mule è infatti il nome della casa di produzione di Spike Lee, che si rifà alla prima grande promessa mancata della storia afroamericana. “Quaranta acri di terra e un mulo” doveva essere, all’indomani della Guerra di Secessione, la ricompensa offerta dagli Stati Uniti agli schiavi affrancati, mai concessa. Da un punto di vista immaginifico, la ridiscussione del tema della razza parte dalla protesta di Spike Lee nei confronti de La nascita di una nazione di D.W. Griffith, uno dei padri del cinema, si sviluppa attraverso la reiterazione di Fight the Power dei Public Enemy nel boombox di Radio Raheem (Bill Nunn) in Fa’ la cosa giusta, e trova una consacrazione nella figura di Malcolm X, la cui storia diventa un’opportunità per parlare del nazionalismo nero, con una sensibilità analoga a quella dell’hip hop più politico.
Che cosa significa essere neri in America? È una domanda ricorrente, da cui prende avvio anche Atlanta. Un ulteriore tassello lo forniscono gli Anni Novanta, con la mitologia del ghetto e della strada rappresentate in film come Boyz n the Hood di John Singleton e Nella giungla di cemento dei fratelli Hughes, e da icone del gangsta rap come gli N.W.A (Niggaz Wit Attitudes). Sulla base di nuove direttrici generazionali, molti anni dopo si innesta la figura di Paper Boi,“l’ultimo vero rapper” in un’Atlanta dominata dalla trap, che ha ancora il coraggio di sparare a un uomo e si rifiuta di assumere Earn perché è “troppo Martin”.

Bill Nunn nel ruolo di Radio Raheem, still dal film del 1989 Fà la cosa giusta, scritto e diretto da Spike Lee
Bill Nunn nel ruolo di Radio Raheem, still dal film del 1989 Fà la cosa giusta, scritto e diretto da Spike Lee

UNA QUESTIONE COMPLESSA

La rivendicazione dei diritti dei neri nel nuovo millennio diventa una questione complessa: da un lato testimonia dell’imborghesimento di molti afroamericani, che avendo studiato in facoltà prestigiose hanno incorporato i valori intellettuali dei “bianchi”; dall’altro viene messa in secondo piano dal gangsta rap, per il quale l’affermazione passa attraverso il successo economico e la sua ostentazione. Quale sarà il futuro? Un suggerimento ironico sembra arrivare dal personaggio di Teddy Perkins interpretato dallo stesso Glover, ricalcando Michael Jackson, nella puntata di Atlanta più simile a Get Out: “Rap? Un genere interessante. Trovo che sia bloccato nella sua fase adolescenziale”.

Carlotta Petracci

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #45

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.