Brian Epstein, l’uomo che inventò i Beatles

Il 1° giugno di cinquant’anni fa i Beatles sconvolsero il mondo, inaugurando la Summer of Love con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, un capolavoro rivoluzionario che è diventato l’album più celebrato di sempre. Noi vi raccontiamo, però, la storia piena di contraddizioni dell’uomo che li scoprì e divenne il loro manager: Brian Epstein.

Brian Epstein nasce da una ricca famiglia ebrea di Liverpool, dove cresce all’insegna della più totale, adolescenziale e contraddittoria inquietudine. Va a scuola ma è come se non ci andasse, perché la cosa non funziona: i suoi lo mandano al Wrekin College, un palazzone vittoriano immerso nella campagna, una scuola di preti che dovrebbe sfornare perfetti gentiluomini pronti per l’università. Ma al giovane Epstein non piace, le sue idee sono poche e confuse, però ci sono: vorrebbe fare lo stilista e occuparsi di moda. Lo dice al signor Epstein in una lunga e appassionata lettera, ma il signor Epstein da quell’orecchio non ci sente: suo figlio uno stilista di moda? Loro sono una famiglia di commercianti. Così il signor Epstein ritira Brian dal college e per punizione lo manda a lavorare nel suo negozio di arredamento.
Brian è un adolescente inquieto, che a scuola non ci vuole andare e vorrebbe invece essere un artista, ma questo non significa che non sia un tipo in gamba, molto concreto e molto sveglio, con un senso forte per gli affari. E infatti, appena arriva al negozio di suo padre, a una signora che entra per comprare uno specchio, Brian le parla, le fa vedere un po’ di cose, “guardi questo, guardi quello”, e quando questa signora esce dal negozio non ha comprato uno specchio, ma un costosissimo tavolo di cui non aveva nessun bisogno – e siamo anche negli anni dell’austerity, gli anni dell’immediato dopoguerra. Perché sono queste le sue contraddizioni: è bravo, sveglio, affascinante, convincente, ma allo stesso tempo è anche ingenuo.

LA RIVELAZIONE

La svolta della sua vita avviene per caso. Tra le tante attività commerciali che la famiglia Epstein possiede a Liverpool, ci sono tanti negozi di arredamento, ma c’è anche un negozio di dischi. Si chiama North End Music Store e Brian comincia a lavorare lì all’inizio del 1960: è una rivelazione. Il giovane Brian – che ora ha ventisei anni – scopre la musica, ci si mette d’impegno e fa del negozio dei suoi una delle realtà più importanti della scena musicale di Liverpool e di tutto il nord dell’Inghilterra, con gente che viene a comprare i dischi da tutto il Paese. Lo chiamano NEMS, dalle iniziali del negozio. Così – almeno questo narra la leggenda, perché ci sono diverse versioni dei fatti, tutte accreditate, ma a noi piace più questa – un giorno arriva un tizio che chiede un disco.
C’è questo gruppetto nuovo che ha registrato un disco in Germania, ‘My Bonnie’ si chiama, ce l’avete?”. No, Brian in negozio non ce l’ha, ma si chiede chi sia questo gruppetto e come faccia a procurarsi quel disco, perché in negozio lui deve avere tutto. “Come si chiama questo gruppetto?”. “Beatles”.
A Brian il nome suona un po’ stupido, ma è così che si chiamano: Beatles. “Va bene”, dice Brian. “Andiamo a conoscerli”.

George Harrison, John Lennon, Paul McCartney e Brian Epstein

George Harrison, John Lennon, Paul McCartney e Brian Epstein

L’INCONTRO CON I BEATLES

I Beatles suonano al Cavern Club, uno dei più attivi sulla scena musicale di Liverpool in quegli anni. È un buco dove si suona di tutto: il 9 novembre 1961 ci suonano questi Beatles. Brian va a sentirli con un amico e gli piacciono. Non è che ne resta impressionato, ma un po’ colpito sì: c’è qualcosa in loro, una specie di aggressività che diventa ironia, qualcosa nella loro musica. Decide allora di andarli a salutare nei camerini: adesso può sembrare curioso perché loro sono i Beatles, ma allora non lo erano ancora come lo saranno dopo, allora sono ancora quattro ventenni un po’ strani; allora, quello famoso in quel camerino, è Brian che possiede il NEMS e soprattutto ha una rubrica su una rivista di musica chiamata Mersey Beat, in cui recensisce i successi e le novità del negozio.
Nel camerino si salutano appena, lui dice loro che sono stati bravi e se ne va. Non è che gli siano piaciuti così tanto, ma Brian ha un certo fiuto negli affari, lui certe cose le sente: non importa la musica che hanno fatto, in quei quattro ragazzotti di Liverpool c’è qualcosa che funziona. Brian ci pensa un po’ e poi chiama i Beatles nel suo ufficio e dice loro che vuole fargli da manager. John Lennon è l’unico maggiorenne perché ha già compiuto ventun anni e accetta subito, gli altri sono ancora troppo piccoli e hanno bisogno del consenso dei genitori: la mamma di Pete Best, il primo batterista dei Beatles, accetta anche lei. La famiglia di George Harrison non ha particolari problemi a dare il consenso. Solo il padre di Paul Mc Cartney è dubbioso perché Brian è ebreo, “e gli ebrei”, dice, “sono così: prima o poi ti fregano.” Tre contro uno. La proposta passa e Brian Epstein del NEMS diventa il manager dei Beatles.

UN PROBLEMA DI IMMAGINE

Nella storia di un gruppo musicale la musica è fondamentale. Sono le canzoni a essere decisive, perché sono quelle che rimangono sui dischi e li rendono immortali – se valgono qualcosa, ovviamente. Però, soprattutto col rock e tutte le sue declinazioni, anche il resto è importante: l’atteggiamento, il taglio di capelli, l’abbigliamento non è che siano inutili sciocchezze. Il rock è uno stile di vita. E in questo stile, lo stile appunto, conta. I quattro Beatles delle origini, di stile non ne hanno per niente: sono quattro rocker che portano i jeans, i capelli lunghi e il chiodo. Quando suonano, fanno rock & roll alla loro maniera, ma più che un vero concerto è una specie di show sgangherato e loro sembrano una band amatoriale che suona alla festa di una scuola.
Ecco, a inventare i Beatles – nel senso dello stile, naturalmente – è Brian Epstein. Via quelle giacche e quei capelli: se vogliono sfondare devono stare al passo con i tempi, anzi anticiparli, sembrare nuovi: tagliarsi i capelli e mettersi giacca e cravatta, mica come degli impiegati, un look ironicamente pulito. E poi una scaletta ferrea, studiata fin nei minimi particolari e alla fine del concerto, tutti insieme sincronizzati nel fare un inchino. I Beatles ci stanno e da quel momento, nelle mani di Epstein, diventano i Beatles. Il contratto che firmano con lui però è molto sbilanciato a suo favore: Brian si prende il 25% di tutti i guadagni dei Beatles. E, finché Brian resta il loro manager, sono un sacco di soldi.

Brian Epstein con i Beatles

Brian Epstein con i Beatles

BRIAN EPSTEIN E LA QUESTIONE GAY

In questa storia ricca di contraddizioni, nonostante i soldi e il successo, Brian però resta inquieto e quando può si mette nei guai. Come manager è già una contraddizione, perché è bravissimo a creare i Beatles, a insistere con le case discografiche (che all’inizio li rifiutano) fino a imporli, perché sa affascinare e convincere anche i produttori musicali. Però come organizzatore è un disastro: organizza tournée di concerti massacranti, da cui non guadagna niente nessuno – se non lui, naturalmente. Ma, soprattutto, le sue contraddizioni le ha con se stesso: Brian è omosessuale – e non sarebbe un problema – ma allora, negli Anni Sessanta, in Inghilterra e nel resto del mondo, eccome se lo è. Fino al 1967 nel Regno Unito l’omosessualità è un reato, si viene denunciati, si finisce nelle retate nei gay bar e si va in galera, come successe a Oscar Wilde alla fine dell’Ottocento.
Brian il problema non ce l’ha solo con la società e con la legge: ce l’ha con se stesso perché non lo accetta. La prima volta che deve ammetterlo avviene in modo traumatico: sta facendo il servizio militare a Londra, nel Royal Armis Service Corps, un posto tranquillo da impiegato. Un giorno va da un sarto e si fa fare un’elegante uniforme da ufficiale. Con quella va in giro nei bar e, siccome è un atteggiamento un po’ strano, qualcuno lo nota e lo ferma la Polizia Militare. Lo mandano dallo psichiatra del suo reparto, che gli chiede il perché di quel travestimento e, indagando nel suo carattere, scopre che Brian è omosessuale e glielo fa ammettere per la prima volta. Qualche anno dopo Brian finisce anche dentro, sempre a Londra: si è iscritto a un’Accademia di recitazione molto prestigiosa – sono gli anni in cui ancora non aveva scoperto la musica – ma la Polizia lo sorprende a frequentare un parco che è un luogo di incontri omosessuali e lo arresta. Così Brian deve mollare la scuola e tornare a Liverpool, dove si metterà a vendere dischi e questa sarà la sua fortuna.
Ma l’inquietudine, le contraddizioni, le difficoltà di vivere la sua situazione restano. Per tutta la sua vita l’omosessualità resta nascosta, conosciuta soltanto dalla sua ristretta cerchia di amici, dei Beatles che lo sanno, di John Lennon di cui è platonicamente innamorato e pochi altri. Però questo segreto è un peso che grava sulle spalle di Brian, nell’Inghilterra di quegli anni e nella società. Un peso che diventerà insopportabile più avanti, quando dovrà smettere il rapporto di manager con i Beatles per una serie di motivi e, soprattutto, quando morirà suo padre. Brian da tempo fa uso di droga, soprattutto barbiturici, calmanti ed eccitanti. A un certo punto esagera e viene ritrovato morto per un’overdose di barbiturici al massimo del suo successo. Proprio come una rock star.

Jussin Franchina

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Jussin Franchina

Jussin Franchina

Jussin Franchina (1987) è l’autrice del blog Machissenefrega, che fino a prova contraria resterà il suo migliore inizio. Scrive per New Entry e per se stessa. Con Ilaria Caprioglio è coautrice del libro “Adolescenza. Genitori e figli in trasformazione” edito…

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