Un film fatto coi materiali di scarto di un altro film. La storia di Selfie-Lato B del regista Agostino Ferrente
Recuperando le sequenze scartate del primo film sull’omicidio Bifolco, Ferrente risponde alla domanda che chiunque ami il cinema si pone: "Che fine fanno le sequenze non montate?". Il nuovo lungometraggio è oggi in concorso ad Alice nella Città 2026
Il Rione Traiano, a Napoli, vive tra criminalità e repressione. Nel 2014, Davide Bifolco, sedici anni, viene ucciso da un carabiniere perché scambiato per un latitante. Tra i ragazzi di Traiano, Davide non è una notizia di cronaca, ma un amico ammazzato. Selfie è figlio di questa morte e delle vite che le ruotano attorno. Il regista Agostino Ferrente affida due cellulari ai migliori amici di Davide, Alessandro e Pietro, li dirige, mentre filmano le loro giornate, e riprende Traiano e i ragazzi che lo abitano. Dieci anni dopo, il regista rianima le sequenze scartate di Selfie e, dopo una lunga gestazione, nasce Lato B.
Agostino Ferrente torna a Traiano con il film “Selfie-Lato B”
Ferrente, autore tra i più apprezzati del cinema del reale e di film come L’orchestra di Piazza Vittorio e Le cose belle, con Lato B parte da una poesia già fatta e finita per crearne una nuova, autosufficiente, eppure nostalgica. “Qualche mese dopo l’ uscita di Selfie organizzammo una proiezione al Rione Traiano”, racconta Ferrente. “Nella piazzetta davanti casa Bifolco arrivarono quasi mille persone. Tra il pubblico riconobbi alcuni ragazzini che avevo intervistato durante i provini. Immagino fossero venuti lì anche con la curiosità di vedere se nel film c’erano finiti davvero. Non c’erano. Uno mi disse: «Vabbè, sarà per un’ altra volta». Che è la frase che diciamo quando sappiamo che un’ altra volta non ci sarà”.
“Lato B” accompagna lo spettatore nelle “vite possibili”
Chi scrive era presente a Traiano e testimonia quanto quella serata sia rimasta impressa nelle menti di chi era lì, con la famiglia di Davide. Lato B propone allo spettatore di guardare con occhi nuovi le immagini in movimento e le persone che lì dentro vivono: è un film che ha una nuova anima rispetto a Selfie perché è un felice e difficile modo per capire le potenzialità del cinema e di noi stessi. Qui il senso della possibilità di cui parla Robert Musil in L’uomo senza qualità diventa vivo: “Se il senso della realtà esiste, deve esistere anche il senso della possibilità”, scrive Musil. Ferrente fa un film su quel senso al quale prestiamo poca attenzione, sopraffatti dalla realtà. “Ho cominciato a scavare nel girato cercando quelle che per molto tempo ho chiamato le vite possibili. Avrei potuto tornare da quei ragazzi, anni dopo, e chiedere che cosa fossero diventati. Non l’ho fatto: non mi interessava tirare le somme. Ho preferito restare dentro quelle immagini e cercare le vite che allora avrebbero potuto vivere: i desideri e le paure che raccontavano alla macchina da presa, la fame di futuro e, insieme, la sensazione di poter incidere poco su quel futuro”.

Il tempo interiore come possibilità
Ferrente stupisce per la volontà di scoprire gli infiniti modi attraverso i quali le immagini possono raccontare vite, corpi, luoghi che il solo sguardo non contiene. In questi anni, Ferrente ha girato altro, ma Davide, Pietro, Alessandro, i ragazzini di Traiano, non sono usciti dalla sua testa. E neanche da quelle degli spettatori: così come non dimentichiamo il bagno, la risalita dal mare di Pietro e Alessandro, la faccia di Davide che abbiamo visto in Selfie, di Lato B non scorderemo la giostra desolata e assolata dove camminano Alessandro e Pietro, le facce di ragazzine già disilluse, il ragazzo che non vuole partecipare al film, ma si presenta al provino per curiosità. Questi giovani, la musica antica, Davide ci dicono che il tempo lineare è una convenzione creata per scrivere di filosofia e applicare regole precise alle scienze e che il tempo interiore è altra cosa: più complessa e determinante nelle vite di ciascuno di noi. “Al montaggio è facile chiamarli «personaggi»: ma non lo erano prima che arrivassi con una macchina da presa e hanno smesso di esserlo appena me ne sono andato. Un regista entra per un tratto in quelle vite, poi il lavoro finisce e le strade si separano. Il film finisce, loro no”.
Marta Rizzo
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati