Trentatré anni in carcere da innocente: la storia di Beniamino Zuncheddu diventa un film
L’opera prima di Francesco Piras ricostruisce uno dei più drammatici errori giudiziari della storia italiana recente: la vicenda di Beniamino Zuncheddu condannato ingiustamente all’ergastolo. Un film che, pur confrontandosi con una programmazione ricca di titoli di forte richiamo, sta conquistando progressivamente il pubblico
Zustissia è un esempio significativo di cinema d’inchiesta che rinuncia a qualsiasi forma di drammatizzazione per affidarsi alla crudezza della realtà. Senza ricorrere a enfasi narrative, il film costruisce un racconto asciutto e incisivo, capace di coinvolgere lo spettatore e lasciargli addosso un profondo senso di amarezza e impotenza.

Beniamino Zuncheddu: una condanna lunga 33 anni
L’otto gennaio del 1991, in un ovile sui monti di Sinnai, nel sud Sardegna, tre pastori vengono uccisi in un agguato. Luigi Pinna, unico superstite, indica Beniamino Zuncheddu, servo pastore di Burcei, che viene condannato al termine di un procedimento giudiziario rapidissimo: in poco più di un anno la sentenza attraversa i tre gradi di giudizio. Zuncheddu trascorre in carcere quasi 33 anni, continuando a proclamarsi innocente, fino a quando nel 2016 l’avvocato Mauro Trogu decide di assumerne gratuitamente la difesa avviando una battaglia legale sostenuta da un lavoro meticoloso sugli atti alla ricerca di nuovi elementi. Il 25 novembre del 2023 Zuncheddu ritorna in libertà e il 26 gennaio 2024 arriva l’assoluzione.
Dalla cronaca giudiziaria al cinema d’inchiesta
Da questa lunga e dolorosa vicenda prende le mosse Zustissia, opera prima di Francesco Piras tratta dal libro di Trogu e Zuncheddu Io sono innocente, con Fabrizio Ferracane nel ruolo del pastore e Michele Riondino in quello dell’avvocato. Il film non si limita a ricostruire uno dei più grandi errori giudiziari della storia italiana ma supera i confini della cronaca giudiziaria per una riflessione sulle responsabilità delle istituzioni e sulla fragilità della verità quando viene affidata alle testimonianze e alle procedure giudiziarie.

Un racconto sobrio, senza retorica
In un cast che comprende, tra gli altri, Geppi Cucciari, interprete di Irene Testa, tesoriera del Partito Radicale e garante dei diritti dei detenuti della Regione Sardegna, e Valentino Mannias, già protagonista della serie Il Mostro, che interpreta Franco Sau nel 1991, l’investigatore che induce Luigi Pinna a riconoscere Zuncheddu come colpevole dopo avergli mostrato una sua fotografia, testimonianza decisiva per la condanna. Zustissia si muove sul terreno del cinema d’inchiesta, adottando un linguaggio sobrio e misurato. È proprio l’assenza di una drammatizzazione insita a rendere il film particolarmente incisivo, senza esasperare il dolore o forzare la reazione dei personaggi. La prova di Ferracane restituisce la dimensione umana di Zuncheddu senza sconfinare nel pietismo. Non si tratta di una storia di rancore o vendetta ma di persone perbene che si sono alleate per arrivare alla verità.
Zustissia: il volto della verità
Di forte impatto emotivo l’ultima sequenza col primo piano del vero Beniamino Zuncheddu. Dopo la ricostruzione cinematografica il volto reale dell’uomo irrompe all’improvviso sullo schermo riportando lo spettatore nella realtà di una vita segnata dalla privazione e dall’ingiustizia. L’assoluzione sancisce la conclusione di un travagliato percorso processuale ma non restituisce il tempo perduto e le esperienze mai vissute. Il film si chiude lasciando un profondo senso di amarezza e impotenza, evitando ogni retorica riparatrice. Con Zustissia, il regista Francesco Piras ci consegna un’opera di impegno civile, un cinema d’inchiesta che non vuole sostituirsi alla realtà ma renderla nuovamente visibile. In attesa di un doveroso risarcimento da parte dello Stato per aver sottratto a Beniamino Zuncheddu ben 33 anni di vita.
Roberta Vanali
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