Cancellata a Palermo la preghiera per i malati di Giuseppina Torregrossa e Stefania Galegati

Un caso di normale stupidità: la preghiera apparsa il 24 febbraio davanti ai padiglioni oncologici dell’ospedale Policlinico di Palermo era lunga 100 metri. Tre giorni dopo è stata cancellata. Ecco perché, nel commento di Marcello Faletra

Stefania Galegati alle battute finali della poesia

L’articolo di Marcello Faletra che riportiamo in calce, si rifà ad un episodio avvenuto ai Padiglioni oncologici dell’ospedale civico di Palermo. In occasione di una mostra, H-Oncologica, a cura di Stefania Galegati e prevista per il 29 febbraio presso l’ospedale, l’artista e la poetessa Giuseppina Torregrossa avevano realizzato una scritta lunga 100 m, una sorta di preghiera per i malati. L’opening è stato annullato a causa delle ordinanze e restrizioni emanate in occasione dell’emergenza dovuta al COVID-19. Ma inspiegabilmente, anche la scritta già realizzata è stata rimossa, generando non poche polemiche. Faletra commenta l’accaduto. L’efficacia, sorprendente, con la quale la scorsa settimana (27 febbraio 2020), è stata cancellata la poesia di strada lunga 100 metri che avrebbe dovuto accompagnare passo passo i malati di cancro al Policlinico di Palermo ha tutto l’aspetto del negazionismo civico. E fatte le debite differenze, ha molte analogie con il gesto barbaro che due anni fa ha sradicato con violenza 20 stolperstein (pietre d’inciampo) di Gunter Demnig che ricordavano la deportazione di un’intera famiglia di ebrei a Roma. 

COME IL CORONAVIRUS

D’altra parte questo episodio sembra avere un rapporto di parentela con l’incontrollabile profilassi igienica dettata dal momento, che da quella del virus trapassa in quella della civis.  L’imperativo è espurgare il male, ad ogni costo, ovunque esso si trovi. L’ideale di un mondo clinico, igienizzato, sterilizzato, ha preso la mano ai zelanti responsabili dell’Ospedale Civico, e ratifica inconsapevolmente il fatto che una poesia può essere un pericolo! Estetico?  Morale? Civile? Non si capisce. L’unica risposta che è stata data è che non c’era l’autorizzazione. Una risposta da orologiai svizzeri, famosi per mettere in riga anche il tempo, in una città dove l’improvvisazione è una regola quotidiana. Il progetto nel quale si inseriva la scritta – una specie writing pedonale di Stefania Galegati (curatrice del progetto) che rende pubblica una poesia inedita di Giuseppina Torregrossa – ha per titolo “H-Oncologica”. Nel progetto sono coinvolte altre artiste  – Eva Marisaldi, Paola Gaggiotti e Silvia Cini. La loro scelta è stata dettata dalla comune esperienza del tumore. Non quindi una semplice estetizzazione di un problema sociale tragico e diffuso, ma una testimonianza diretta vissuta da donne. 

Stefania Galegati mentre inizia a scrivere la poesia preghiera per i malati di cancro
Stefania Galegati mentre inizia a scrivere la poesia preghiera per i malati di cancro

LA CANCELLAZIONE DELLA SCRITTA

Se il virus ha posto le sue condizioni di rinvio del progetto, cosa c’entra la cancellazione del writing pedonale che ne avrebbe inaugurato la prima tappa? (Ricordiamolo: si trattava di una poesia-preghiera della poetessa Torregrossa scritta per il progetto). Paradossalmente alla patologia cui si riferiva la poesia, si affianca l’altra patologia, quella fredda e cinica di chi gestisce un istituto di salute pubblica. Si tratta di una patologia che non è riferibile solo all’accidente del virus, ma in questo caso all’eccedenza della norma. Il corpo sociale è sempre più ostaggio di questa eccedenza perversa fino alla disfunzione, e all’illogicità, cioè all’anomalia. La tempestiva cancellazione della poesia rivolta ai malati di tumore è lo specchio della patologia da formule (l’autorizzazione che gira a vuoto nel nulla dei valori). Ora, la viralità, come ci insegna il virus Corona, oltre a essere la patologia delle promiscuità, è anche quella dei circuiti chiusi, che trasferita nel regno delle relazioni sociali, diventa il passaggio dalla norma all’abnorme, fino all’imbecillità. Abbiamo a che fare con il ritorno di un tipo di violenza che è appartenuto ai regimi del secolo scorso: quella dell’apparato burocratico, dietro il quale, però, si trincerano scelte insensate. La presenza di una poesia che testimonia di un dramma e che non ha diritto di esistere, rivela il paradosso di una società permissiva nella speculazione finanziaria, nella corruzione capillare del potere politico, nella violenza perpetua a cui i manifesti pubblicitari condannano le donne, o nella virulenza segnica di scritte razziste, per limitarci solo ad alcune delle disfunzioni in corso da decenni. L’obbedienza all’autorità tramite il manganello burocratico è il perverso trionfo di coloro che in uniforme o in cravatta applicano le “legge” secondo la misura della convenienza e del pregiudizio. Il dovere di genuflettersi di fronte all’autorizzazione (l’autorità del burocrate), che cade dall’alto come una benedizione, praticato da chi non distingue (o finge di non distinguere) tra “illecito” irrazionale e discriminatorio (scritta razzista ad esempio) e gesto di solidarietà morale (poesia per i malati di cancro), in questo caso rinvia a quelle figure di cui parlava Hannah Arendt nei suoi commenti al processo Eichmann. 

La poesia cancellata il 27 febbraio
La poesia cancellata il 27 febbraio

LA PAURA DELLA LEGGE

Figure che sono altrettanto pericolose quanto i criminali, proprio perché applicavano scrupolosamente la “legge”, senza porsi il problema se essa era giusta. Arendt, affermava che i giudici si sbagliavano nel considerare il criminale nazista un folle; piuttosto, osservava, esso aveva aderito con assoluta fedeltà alla legge e alle “regole” come tutte le “persone normali”. In questi casi, ricordava Zygmunt Bauman, è necessario non trascurare mai il fatto che bisogna sempre aver paura delle persone obbedienti alla legge (invisibili burocrati), più dei suoi trasgressori (visibili). Il gesto di trincerarsi dietro la norma sepolta tra le scartoffie di una scrivania d’ufficio, cioè l’impersonalità della regola, è rivelatore del fatto che i complici di distruzioni di idee e progetti per l’altro sono persone normali e stanno a fianco a noi. Di fronte alla tragedia incombente del tumore che, secondo Susan Sontag, può essere una metafora per ogni altra tragedia, l’obbedienza alla norma si rivela di una violenza ben più grande della sua trasgressione, e conferma uno dei teoremi del grande economista Carlo M. Cipolla sulla stupidità: una persona stupida è più pericolosa di un bandito, perché causa un danno ad altri senza alcun vantaggio per sé.

Marcello Faletra

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.