A Milano una mostra mette alla prova 5 studenti portandoli fuori dalle aule dell’accademia
VIAFARINI ospita il terzo appuntamento del ciclo di mostre dedicate alle accademie italiane ed è il turno della LABA di Brescia. Cinque studenti di età diverse propongono gli esiti delle loro prime ricerche artistiche
Il ciclo di mostre BONUS – Itinerari della giovane arte dalle Accademie italiane è arrivato al suo terzo appuntamento e negli spazi di VIAFARINI a Milano i riflettori sono ora puntati sulla LABA – Libera Accademia di Belle Arti di Brescia. Cinque studenti selezionati da Stefano Castelli, che alla LABA insegna Fenomenologia delle arti contemporanee, sono chiamati a un primo confronto con “il mondo reale”, quello che esiste fuori dalle aule dove studiano e lavorano ogni giorno sotto la guida dei docenti e gli occhi dei compagni di corso. La mostra Innerscapes presenta, così, le opere di Beatrice Artunghi (2002), Luca Balottin (1996), Morgana Mattioli (2003), Roberto Venturini (2002) e Irene Vescovo (2003), cercando un terreno comune a partire da ricerche introspettive e punti di vista tra loro differenti.

La scelta delle opere per la mostra “Innerscapes”
Non si tratta di una grande mostra di fine anno in cui tutti gli studenti possono far vedere il proprio lavoro, bensì di un’esposizione incentrata su una selezione netta, dove ogni artista si gode il proprio spazio. “Solo” cinque, appunto, i presenti, ma sono più che sufficienti per testimoniare la diversità delle possibilità espressive che la LABA promuove: installazione, pittura (sia tradizionale che ricorrendo a soluzioni atipiche), illustrazione, video (tra tecniche digitali e altre più artigianali, come la stop-motion). L’affidamento della curatela a un professore di una materia prettamente teorica, e non a un artista, evidenzia la volontà di indagare lo scambio di prospettive e idee che si instaura tra i due mondi durante le lezioni. E, naturalmente, l’idea di uno scouting interno al mondo delle accademie è alla base la mostra.
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Due prospettive diverse sul video in mostra a VIAFARINI
I due ambienti espositivi accolgono gli interventi e le opere dei cinque artisti iniziando con due video che, seppur allestiti in modo analogo, utilizzando un proiettore e un plinto bianco, parlano due lingue ben diverse. Da una parte, il corto stop-motion Rianimati di Morgana Mattioli segue la vita domestica di una coppia di strani, magrissimi esserini con corpi fatti di fili metallici, linguette di lattine e batterie. Lo stop-motion affascina sempre e l’atmosfera à la “Rabbits” di Lynch – ma con più dolcezza e meno ansia – incuriosisce per tutti i due minuti della proiezione. Su un’altra parete della stessa stanza c’è, invece, il loop della video-illustrazione di Beatrice Artunghi, accompagnata da un’installazione che unisce objet trouvé e sculture morbide. L’immaginario di video e installazione è lo stesso, così come il titolo dell’opera: Trucidamente. L’artista riflette sulla ferita, sul suo continuo aprirsi e rimarginarsi, accompagnando un tema difficile con scelte formali quasi infantili e giocose.
La mostra “Innerscapes” presenta vari modi di dipingere
Tra i due video si inserisce il primo dei tre quadri di Irene Vescovo, tutti caratterizzati da un iperrealismo in cui gli inserti di elementi onirici cambiano le carte in tavola e generano atmosfere sospese. Le figure femminili – autoritratti dell’artista – stabiliscono un contatto visivo (in Non ci sei e Bedrotting) o gestuale (in Melanocardia) diretto con chi osserva, nel tentativo di portare chi è fuori dalla tavola dipinta al suo interno. A un supporto pittorico tradizionale, come quello scelto da Vescovo, Roberto Venturini e Luca Balottin preferiscono, invece, soluzioni più sperimentali. Il primo con Onirografia n. 2 (Mausoleo) presenta una visione architettonica dipinta a tecnica mista su una base di cemento e profilato da una luce a neon. La sbrecciatura del materiale e l’allestimento che lascia a vista, penzolanti, cavi e prese elettriche aumenta la sensazione di sfacelo post-generica catastrofe apocalittica: eppure, il mausoleo rimane in piedi. Non cemento, ma polistirolo per Il terzogenito di Balottin che recupera scene, figure e iconografie della storia dell’arte moderna trasportandole nel mondo di oggi, dove quello che dovrebbe essere il supporto materiale garantisce, in realtà, poca stabilità e molto inquinamento – oltre a un bianco ottico che ben accoglie la pittura.
Vittoria Caprotti
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