E se non fosse vero che l’arte fa sempre bene alla salute?
Si sente spesso dire che arte e cultura hanno un valore terapeutico, ma per la neuroestetica davanti alle opere contemporanee (e concettuali) ci sforziamo e proviamo un senso di smarrimento che non ci aiuta
Ultimamente non si parla d’altro: l’arte fa bene alla salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto il valore terapeutico di arte e cultura, mentre nel Protocollo d’Intesa 2026 tra Ministero della Cultura e Ministero della Salute la cosiddetta “prescrizione culturale” è diventata un obiettivo istituzionale. In Piemonte è stata inoltre avviata una sperimentazione che consente ai medici di rilasciare una ricetta bianca per visitare alcuni musei. L’idea di base è senz’altro interessante e si fonda su un filone di ricerca ormai consolidato: numerosi studi mostrano come il contatto con l’arte possa migliorare il benessere psicologico, contribuendo a ridurre lo stress, migliorare l’umore e rafforzare il senso di connessione sociale. Ma è davvero sempre così?
L’effetto “negativo” di certe opere sul pubblico (e sulla sua salute)
Molte persone dopo aver visitato una mostra di arte contemporanea raccontano di non aver capito ciò che hanno visto. Commenti come “avrei potuto farlo anch’io” o “questa è arte?” sono spesso il prodotto di un senso di frustrazione di fronte a forme d’arte che sembrano non parlare più allo spettatore. Tutto questo appare paradossale se pensiamo all’arte come forma di cura. I paradigmi con cui si potrebbe leggere questo fenomeno sono numerosi, e analizzarli tutti sarebbe impossibile. Proviamo, quindi, a restringere il campo partendo da una domanda semplice: cosa succede nel nostro cervello quando guardiamo un’opera d’arte?
L’arte dall’immagine al concetto
Per provare a rispondere è necessario considerare una trasformazione fondamentale avvenuta nel linguaggio dell’arte. Per gran parte della storia occidentale, l’arte ha parlato un linguaggio immediatamente riconoscibile. Un dipinto rinascimentale, ad esempio, rappresentava soprattutto scene religiose, ritratti o paesaggi, e anche quando il significato simbolico era complesso, lo spettatore disponeva comunque di elementi figurativi sufficienti per orientarsi e costruire un senso generale dell’opera. Nell’arte contemporanea assistiamo, invece, a un progressivo passaggio dalla dimensione figurativa a quella concettuale. Questa trasformazione non è soltanto culturale o storica: ha conseguenze molto concrete sul modo in cui il nostro cervello elabora ciò che vede.
Come agisce il nostro cervello secondo la neuroestetica
Negli ultimi vent’anni si è sviluppato un campo di ricerca chiamato neuroestetica, che studia come il cervello reagisce di fronte alle opere d’arte. Diversi studi hanno mostrato che l’osservazione di opere con una forte componente concettuale attiva non solo le aree cerebrali coinvolte nell’elaborazione visiva, ma anche quelle legate al linguaggio e ai processi semantici. Questo è un dato particolarmente interessante in quanto ci dice che per il nostro cervello interpretare un’opera concettuale richiede lo stesso sforzo mentale che implichiamo durante la lettura. Non stiamo più soltanto guardando un’opera: la stiamo leggendo. Così le informazioni visive non sono più sufficienti alla costruzione del significato. L’interpretazione non parte più dallo stimolo sensoriale, ma dalle conoscenze pregresse di ciò che stiamo osservando. Di per sé questo non è un problema. Lo diventa quando queste informazioni mancano. Quando uno spettatore si trova davanti a uno stimolo che non riesce a decodificare, il carico cognitivo aumenta. Questo può essere stimolante, ma se lo sforzo non viene ricompensato da una comprensione – anche parziale – di ciò che si sta osservando, l’esperienza può diventare frustrante.
Quando la complessità diventa frustrazione
La psicologia sperimentale studia da tempo il rapporto tra la complessità degli stimoli e il piacere estetico. Alla fine dell’Ottocento lo psicologo Wilhelm Wundt propose un modello – oggi noto come curva di Wundt – che descrive la relazione tra intensità dello stimolo e piacere. Secondo questo modello il piacere estetico raggiunge il suo massimo quando uno stimolo presenta un livello intermedio di complessità. Se è troppo semplice genera noia; se è troppo complesso può produrre frustrazione. Molte opere contemporanee sembrano collocarsi proprio in questa zona critica, in cui la complessità supera la capacità di elaborazione immediata dello spettatore, producendo una sensazione di sovraccarico cognitivo. Naturalmente questa curva non è identica per tutti: varia in base alla cultura, all’educazione e all’esperienza personale. Tuttavia, quando lo stimolo supera una certa soglia di comprensione, il piacere estetico tende a diminuire rapidamente.

Il cervello come macchina di previsione
Un altro concetto utile per comprendere l’esperienza estetica proviene dalla teoria del predictive processing, secondo cui il cervello funziona come una macchina che formula continuamente ipotesi sul mondo. In questo processo informazioni sensoriali vengono costantemente confrontate con le aspettative. Quando vi è una discrepanza tra ciò che il cervello si aspetta e ciò che percepisce, si genera un prediction error, ovvero un errore di previsione. Nel caso dell’arte figurativa questa discrepanza può essere stimolante: una certa ambiguità visiva crea un piccolo errore percettivo che il cervello prova piacere a risolvere. Nell’arte concettuale, invece, la discrepanza è spesso di natura semantica. Non è soltanto ciò che vediamo a risultare ambiguo: è il significato stesso dell’opera. Se lo spettatore non possiede gli strumenti necessari per ridurre questo errore di previsione, la discrepanza rimane irrisolta. Ed è proprio in questo spazio che può emergere quel senso di smarrimento o frustrazione di cui parlavamo all’inizio.
Quando l’arte non ha più bisogno di un pubblico
Limitarsi a una spiegazione puramente neuroscientifica sarebbe riduttivo. Anche il contesto socioculturale gioca un ruolo decisivo. Per secoli l’arte ha avuto bisogno di una legittimazione sociale ampia: doveva parlare a una comunità – religiosa, politica o civile – che ne riconoscesse il valore. A partire dalla seconda metà del Novecento, con la crescita del mercato globale dell’arte, questo paradigma cambia profondamente. Le opere iniziano a circolare in un sistema dominato da gallerie internazionali, fiere e fondazioni private. In questo contesto il valore di un’opera viene stabilito soprattutto all’interno di un ecosistema culturale composto da curatori, critici e investitori. Questo non significa che gli artisti non vogliano più dialogare con il pubblico. Significa, però, che il sistema che sostiene l’arte contemporanea non dipende più dalla sua comprensione diffusa.
Il ruolo dell’educazione (o della sua assenza)
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: la distanza educativa. Nei programmi scolastici la storia dell’arte spesso si ferma ai primi decenni del Novecento, e gran parte dell’arte contemporanea non viene quasi mai affrontata durante il percorso formativo. Il risultato è un cortocircuito culturale: molte persone si trovano davanti a opere che non solo non comprendono, ma che non hanno mai imparato nemmeno a considerare arte. E così ritorna il paradosso da cui siamo partiti. Mentre la medicina inizia a prescrivere i musei come luoghi di benessere, il linguaggio dell’arte richiede strumenti interpretativi sempre più sofisticati, rendendo il dialogo accessibile a un numero sempre più ristretto di persone. Lo spettatore non prova soltanto frustrazione per ciò che non riesce a comprendere: avverte anche la sensazione più sottile che quell’opera, forse, non sia stata pensata per dialogare con lui. E se così fosse, possiamo ancora affermare che l’arte – tutta quanta – può generare benessere?
Elena Zamboni
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