Mimmo Jodice – Immagini del vuoto
Vistamare è lieta di presentare IMMAGINI DEL VUOTO: dalla camera oscura alla camera chiara, mostra dedicata a Mimmo Jodice (Napoli, 1933 – 2025), a cura di Andrea Viliani con gli artisti Linda Fregni Nagler and Armin Linke, realizzata in stretta collaborazione con l’Archivio Mimmo Jodice.
Comunicato stampa
Figura centrale nella storia e nella ricerca fotografiche contemporanee, Jodice ha articolato una pratica autonoma ma radicalmente impegnata nell’affermazione della fotografia come atto non di rappresentazione ma di riflessione sulla realtà, composta insieme di gesti e pensieri, componenti fisiche e metafisiche, spazio e tempo.
La mostra – la quarta dedicata all’artista dalla galleria Vistamare, e la prima dopo la sua scomparsa – è curata da Andrea Viliani insieme agli artisti Linda Fregni Nagler e Armin Linke, la cui ricerca è, a loro volta, impegnata nell’investigazione delle storie e delle epistemologie, delle materialità e delle (dis)funzionalità, delle strutture compositive e delle dinamiche espressive del linguaggio e dello strumento fotografici.
Risultato delle rispettive ricerche in archivio, i documenti e le opere in mostra (alcune delle quali inedite) si dispongono in un trittico aperto e interconnesso – contrassegnato anche da diversi gradienti luminosi – che propone e rielabora alcune possibili consistenze e persistenze della ricerca di Jodice, affidandone la sintesi al visitatore. La mostra si presenta come una serie di suggestioni interpretative sul lavoro quotidiano di Jodice come fotografo, un percorso condiviso di indagine su ciò che accade all’atto dello scatto con la macchina fotografica (nell’individuazione del soggetto, del punto di vista e delle condizioni di luce) e su ciò che ri-accade nella stampa dell’immagine in camera oscura, fino alla condivisione nel periodo breve della mostra e alla selezione affidata alla lunga durata dell’archivio.
Se fare una fotografia significa fermare e trasmettere elementi della realtà, come individuarli rispetto agli altri, lasciando che essi si affermino di per sé, e come mantenerne la vitalità originaria o evocarne la vitalità perduta? Come redimere la fissità e bidimensionalità di una fotografia per delinearla quale esperienza mobile e in divenire, insieme percettiva e performativa? Come trascendere la realtà per fotografarne non l’aspetto spaziale e transitorio ma il perdurare del suo significato nel tempo? Ponendosi queste domande, la mostra affronta le immagini di Jodice con la consapevolezza che esse sono sempre state, per quanto apparentemente affollate di realtà, “immagini del vuoto”, come del resto scrive Jodice stesso in una lettera a un interlocutore immaginario, mai inviata ma esposta al centro della mostra. Quasi che Jodice avesse atteso che divenissimo noi, oggi, gli interlocutori di quella sua lettera, torniamo a osservare insieme quel vuoto perturbante e paradossale – almeno pensando a che cosa è una fotografia, a che cosa fa un fotografo, agli statuti stessi della fotografia – che pervicacemente Jodice ha ricercato e fotografato per tutta la sua vita – una lunga, paziente, attesa passata fra camera oscura e camera chiara[1] che, per Jodice, potrebbe essere l'ingranditore fotografico, con cui sperimentò ancor prima di possedere una macchina fotografica – lasciandocene appunto in eredità sia la presenza sfuggente che l’inevitabile necessità.
[1] Roland Barthes, La chambre claire. Note sur la photographie, Gallimard, Parigi, 1980 (La camera chiara. Nota sulla fotografia, Giulio Einaudi editore, Torino, 1980).
Mimmo Jodice nasce a Napoli nel 1934, dove ha vissuto per tutta la sua vita, e dove muore nel 2025. Formatosi come autodidatta dopo aver ricevuto un ingranditore fotografico (dispositivo ottico che consente di ingrandire o rimpiccolire un’immagine e diffondere o condensare la luminosità), Jodice sperimenta a partire dall’inizio degli anni Sessanta tutte le potenzialità espressive del linguaggio fotografico, dalle ricerche di matrice concettuale e di documentazione sociale dei primi due decenni fino alla concentrazione sull’essenza stessa dell’immagine, rigorosamente analogica e in bianco e nero, avviata nel 1980 con la serie Vedute di Napoli e conclusa con la sua ultima serie, Attese. Consapevole di dover contribuire al riconoscimento della fotografia come medium propriamente artistico, dal 1970 al 1994 Jodice tiene il primo corso accademico di fotografia in Italia, all’Accademia di Belle Arti di Napoli, affermandosi contemporaneamente come artista in un contesto in cui la fotografia assume progressivamente il ruolo di interprete, e non più di mero memoriale, della realtà catalizzando le stesse istanze delle più radicali sperimentazioni artistiche sull’immagine che caratterizzano la seconda metà del Novecento. Dopo numerose mostre collettive e monografiche in importanti musei nazionali e internazionali, nel 2016 il MADRE di Napoli gli dedica, a cura di Andrea Viliani, la prima mostra e catalogo antologici, Attesa / Waiting (dal / from 1960).