Giovanni Termini – La forma del non detto
La sua ricerca si concentra su una ridefinizione della scultura, intesa non come organizzazione di volumi statici, ma come combinazione di forme in espansione.
Comunicato stampa
La sua ricerca si concentra su una ridefinizione della scultura, intesa non come organizzazione di volumi statici, ma come combinazione di forme in espansione.
I media da lui utilizzati, consistono in oggetti quotidiani provenienti dai contesti più diversi e realizzati con materiali differenti: legno, acciaio, vetro, tubi da ponteggio che dialogano fra loro per affermare il primato della materia e della forma. Gli oggetti, accostati in modo contrastante, coinvolgono lo spettatore sia fisicamente sia mentalmente e le installazioni
che realizza trasmettono uno spaesamento ironico o paradossale invitando il pubblico a fermarsi e a riflettere, mettendo in relazione la solidità delle strutture con l’insicurezza dell’esistenza. Il paradosso tra stabilità-forza e squilibrio-precarietà riflette la condizione umana, collegandosi alle tensioni interne delle strutture. Termini realizza preferibilmente opere site-specific, con l’intento di inventare un nuovo alfabeto dello spazio, dando vita e voce a prospettive inusuali e a grandi luoghi non convenzionali.
Egli indaga precedentemente lo spazio in cui le sue opere verranno create, lo assorbe e lo vive prima di attuare l’installazione. Il processo concettuale e riflessivo è vitale come la fase dell’assorbimento concettuale, quando l’idea si trasforma in forma.
La sua idea di spazio – lo spazio in cui l’artista lavora e in cui l’opera nasce e vive – non coincide con una dimensione astratta e predefinita, il suo non è uno spazio cartesiano, bensì uno spazio valutato dalla prospettiva stessa dell’artista come grado zero.
Lo spazio diventa infatti un “cantiere” – parola chiave nella pratica di Termini, sinonimo di un ambiente in continuo progresso, avanzamento e trasformazione – che nasce come strumento di introspezione e diventa infine la forma espressiva distintiva dell’artista.
Il cantiere non è soltanto il luogo in cui si lavora e la materia si trasforma, è anche il luogo in cui dominano ordine, rigore, logica del movimento e in cui tutto può accadere, come nella vita
La forma del non detto: Saturnia, Grata, Starter
La prima “forma” geometrica utilizzata, articolata e componibile, ha permesso a Termini un
assemblaggio in un modulo simile a un tavolo con un grande vuoto centrale su cui ha collocato una cena per dodici persone con ventiquattro piatti fondi, posti a coppie uno sull’altro, come se dovessero conservare il tepore di un qualche cibo in essi contenuto. La seconda “forma” è composta dal cavalletto e dalle griglie, sovrapposti e incastrati in un amplesso sadico e in un dialogo contemplativo dove ferro e legno convivono simbioticamente. La terza “forma” sono i neon e le plafoniere che, come pesci guizzanti dalle scaglie argentate, lucenti e riflettenti, spiaggiati da un’onda troppo lunga, sono messi lì ad agonizzare nello spazio vuoto della sala.
Le tre “forme” e i loro titoli sono ambigui calambour umoristici con cui l’artista devia la
nostra attenzione ingannandoci e sottraendo con l’evidenza il significato alle cose. I titoli
delle sue opere, come nella La Lettera rubata di Edgar Allan Poe, messa in bella vista
per non essere riconosciuta, ci ingannano e ci fuorviano, sono giochi di parole e l’artista, come con moltissime altre sue opere, ci obbliga a questo esercizio mentale ponendo l’attenzione su problematiche leggere e poco risibili, titoli falsamente attinenti, significati doppi come in Grata (oggetto metallico e sentimento di gratitudine! Suvvia, ma a chi essere grati se non all’artista stesso che ha reso trasformato una “grata” in “gratitudine”?).
Sappiamo che è tipico delle menti fervide giocare con le proprie creazioni e depistare
il lettore e lo spettatore – lo fece anche Leonardo – e Termini continua in questa
tradizione percorsa da De Chirico a Duchamp, da Magritte a Paolini, le cui opere sono in
primis un labirinto borghesiano in cui farci smarrire. Per questi artisti l’interesse principale
è la sfida che si instaura fra il Creatore, le Creature e lo Spettatore.
Tre attori, come sono tre le opere esposte (ancora un numero cabalistico, biblico, ecc),
in cui la “resurrezione” dei materiali avviene nell’accezione metaforica di una rinascita
etica e morale, dove anche la nota irriverente dei titoli ambigui e fuorvianti concorre alla
straordinaria realizzazione plastica e tangibile del pensiero