Angelo Orazio Pregoni – Natura viva. Il malato e il ‘secolo breve’

Informazioni Evento

Presso la Gervasuti Foundation at Supernova, sede del Padiglione Nazionale della Repubblica Unita della Tanzania, in Fondamenta della Sensa, Cannaregio 3218/A, Venezia, Angelo Orazio Pregoni realizza dal vivo una tela monumentale di tre metri per due. Una performance in cui il tempo della pittura diventa racconto della vita, della malattia e della rigenerazione.

Comunicato stampa

Dal 27 agosto al 6 settembre 2026, presso la Gervasuti Foundation at Supernova, sede del Padiglione Nazionale della Repubblica Unita della Tanzania, in Fondamenta della Sensa, Cannaregio 3218/A, Venezia, Angelo Orazio Pregoni realizza dal vivo una tela monumentale di tre metri per due. Una performance in cui il tempo della pittura diventa racconto della vita, della malattia e della rigenerazione.
VENEZIA – Per dieci giorni consecutivi, una tela non sarà semplicemente esposta: crescerà, cambierà, si trasformerà davanti al pubblico.
Dal 27 agosto al 6 settembre 2026, Angelo Orazio Pregoni porta al Padiglione Nazionale della Repubblica Unita della Tanzania “NATURA VIVA: il malato e il ‘secolo breve’”, un’opera monumentale di tre metri per due che l’artista realizzerà dal vivo, giorno dopo giorno, sotto gli occhi dei visitatori.
Non una dimostrazione tecnica, né una semplice pittura eseguita in pubblico. Il live è il cuore stesso del progetto: per raccontare il flusso della vita e della malattia non basta mostrare il risultato finale: bisogna attraversare il processo.
La malattia, la cura, la guarigione non sono immagini immobili. Sono tempo che passa, trasformazioni, fasi difficili, cambiamenti, attese e improvvise possibilità di rinascita. Per questo la tela non viene presentata come un oggetto concluso, ma come qualcosa che accade.
Per dieci giorni il pubblico potrà assistere alla nascita dell’opera. La superficie cambierà continuamente, seguendo il tempo reale della performance. Pregoni porta il proprio studio dentro la Biennale e mette in scena il gesto fisico, diretto e faticoso della pittura: un’azione industriale e corporea nella quale ogni intervento modifica ciò che è già stato fatto e apre la strada a ciò che verrà.
Ogni pennellata impressa dal vivo diventa così l’equivalente visivo di un passaggio, di un giorno, di una trasformazione. La pittura si muove, si stratifica, si rigenera ed è proprio in questa metamorfosi continua che prende forma il racconto dell’opera.
Al centro di “NATURA VIVA” c’è il tema della fragilità clinica, affrontato però attraverso una prospettiva capovolta. Il malato non è rappresentato come una presenza immobile, schiacciata dalla propria condizione, ma diventa il baricentro di un processo di rigenerazione, sostenuto e protetto dall’intervento scientifico e sociale.
Attorno a lui prendono posto alcune figure iconiche del Ventesimo secolo: Charlie Chaplin, David Bowie, Frida Kahlo, Audrey Hepburn, Salvador Dalì e Lady Diana.
La loro presenza non risponde a una logica nostalgica e non vuole essere una semplice citazione pop. Le icone che hanno attraversato l’immaginario del Novecento assumono una funzione allegorica, diventando elementi della terapia e, insieme, simboli della capacità dell’essere umano di confrontarsi con la propria fragilità.
Ma è proprio qui che l’opera apre un secondo, più inquieto livello di lettura.
I “morti” del secolo breve non restano confinati nella memoria. Pregoni li porta dentro gli anni Duemila. Le figure che circondano il malato diventano testimoni di una lezione storica che, secondo la lettura dell’artista, resta ancora drammaticamente irrisolta.
Le tragedie e le conquiste del Novecento rischiano infatti di essere trasformate in una narrazione rassicurante, anestetizzata, facilmente consumabile. È questa la denuncia che attraversa “NATURA VIVA”: il rischio di ridurre la storia a una memoria consolatoria, fino a costruire un consolidamento post-culturale che ci rassicura ma, nello stesso tempo, ci rende meno capaci di riconoscere e affrontare le urgenze, i conflitti e le responsabilità del presente.
In questa prospettiva, il richiamo all’Espressionismo novecentesco non è una citazione stilistica, ma una scelta di linguaggio: una pittura capace di restituire tensione, inquietudine e conflitto per interrogare il qui e ora.
La dimensione live rende questo processo ancora più radicale. Il pubblico non incontra un’opera già definita, ma entra nel suo tempo di formazione. Artista e spettatori condividono dieci giorni di trasformazione, assistendo a un lavoro che non può essere fissato in un singolo momento e che trova proprio nel suo farsi il senso della performance.
Questo ritorno alla fisicità del gesto pittorico trova spazio nel Padiglione Nazionale della Repubblica Unita della Tanzania, un contesto caratterizzato da un forte spirito di ospitalità e fratellanza, ujamaa, che dialoga con la natura aperta e inclusiva del progetto.
Lo spazio diventa così un luogo di condivisione, nel quale la distanza tra chi crea e chi osserva si riduce. La pittura non viene soltanto mostrata: accade e chi assiste diventa parte del tempo stesso dell’opera.
A sostenere il progetto è BeOne, che riconosce nell’arte uno strumento capace di dare forma a una riflessione sull’innovazione scientifica, sul significato della cura e sulla centralità della persona.
Il progetto prende infatti origine anche da una riflessione sulla leucemia linfatica cronica (CLL), una patologia ematologica il cui percorso terapeutico è profondamente cambiato negli ultimi anni grazie ai progressi della ricerca. Un’evoluzione che ha aperto nuove prospettive nel modo di convivere con la malattia, consentendo di guardare oltre la diagnosi.
È in questo punto che il percorso della ricerca scientifica e la performance di Pregoni trovano una convergenza: la cura non coincide soltanto con il trattamento della malattia, ma può diventare un processo capace di restituire alla persona una prospettiva di vita, mantenendo al centro identità, relazioni e progettualità.
Attraverso il sostegno a “NATURA VIVA: il malato e il ‘secolo breve’”, BeOne si inserisce quindi in una riflessione che guarda alla fragilità non come a una condizione che definisce la persona, ma come a un’esperienza da affrontare preservandone dignità, resilienza e possibilità di futuro, riconoscendo il ruolo della comunità scientifica e sociale nell’accompagnare la persona lungo il proprio percorso.