Un libro per spiegare come si racconta l’arte
Nel volume Come si racconta l’arte, pubblicato da Pacini Editore, Raffaele Capparelli raccoglie quattordici interviste per approfondire il lavoro del giornalista culturale tra musei, social, intelligenza artificiale e diritto d’autore. Lo abbiamo intervistato
“Raccontare l’arte oggi significa andare oltre la semplice descrizione estetica e mediare tra la complessità dell’opera, l’intenzione dell’artista e la comprensione del pubblico. Il compito è spiegare perché un lavoro siarilevante, trasformando la conoscenza in interpretazione critica e competenza professionale” spiega il giornalista Raffaele Capparelli, curatore di Come si racconta l’arte, il volume pubblicato da Pacini Editore e nato dai cicli di formazione professionale promossi con il sostegno dell’Ordine dei Giornalisti della Toscana e della Fondazione OdG Toscana. Il libro riflette sul nuovo ruolo del giornalista culturale e offre una bussola per raccontare opere e contesti con competenza e responsabilità, tutelando l’autorevolezza della professione.

Intervista a Raffaele Capparelli
Il volume raccoglie quattordici interviste a professionisti della cultura a confronto. Cosa emerge?
Che il racconto dell’arte nasce dall’incontro tra prospettive diverse, perché le interviste a realtà come Palazzo Strozzi, Palazzo Blu, il Centro Pecci e il MACCA mostrano quanto la comunicazione museale sia diventatauno strumento di partecipazione e quanto il rapporto con l’addetto stampa sia decisivo per offrire informazioni corrette. Il dialogo sul diritto nell’ambiente digitale riporta al centro la deontologia, da cui dipende la credibilità del giornalista, mentre gli incontri dedicati alla fotografia, alla radio e al cinema rivelano come un uso consapevole dei sensi possa «dare corpo» all’arte e avvicinarla al pubblico.
In che modo è cambiato il lavoro del giornalista culturale?
Un tempo era considerato una sorta di «custode del tempio», con un potere quasi esclusivo nel riconoscere e legittimare il valore di un’opera. Oggi è soprattutto un «mediatore di senso». Di fronte alla quantità di informazioni prodotte dai social e dagli algoritmi, deve saper scegliere ciò che conta e inserirlo nel giusto contesto, offrendo al pubblico gli strumenti per andare oltre la rapidità del «tutto e subito».
Qual è la chiave per rendere accessibile un’opera?
Inserirla nel suo contesto con precisione. Una semplificazione eccessiva, spesso legata alle logiche del marketing virale, rischia di ridurne il significato. Il giornalista deve costruire un racconto che accompagni il pubblico nella comprensione, lasciandogli lo spazio per sviluppare uno sguardo personale. Rendere accessibile un’opera significa offrire gli strumenti per riconoscere l’idea di mondo che può nascondersi dietro un blocco di marmo oppure dentro un pixel.
Nella velocità dei social, come si protegge l’autorevolezza?
Con la formazione continua e il rispetto della deontologia. Instagram e TikTok possono essere strumenti efficaci di divulgazione, purché il giornalista mantenga il proprio sguardo critico e il controllo sulla qualitàdel contenuto. Occorre resistere alle logiche del clickbait e ricordare che la velocità della piattaforma non deve determinare la profondità del racconto.
Quale spazio può avere l’intelligenza artificiale nel racconto dell’arte?
Può aiutare nella ricerca e nell’elaborazione dei dati, a condizione che rimanga uno strumento di supporto. Il suo limite è la sensibilità umana, perché un algoritmo non riesce a cogliere l’«anima» di un’opera o il modo in cui entra in relazione con chi la osserva. Il giornalista rimane quindi responsabile dell’autenticità del racconto e delle scelte editoriali. La sua firma certifica una profondità di analisi che l’intelligenza artificiale non può garantire.

Che rapporto costruiscono oggi i musei col territorio?
Possono contribuire alla rigenerazione urbana e sociale, diventando anche strumenti di diplomazia culturale attraverso quel «soft power» di cui si parla nel libro. Il MACCA di Peccioli mostra bene quanto un museodiffuso possa incidere sul luogo in cui nasce. Raccontare queste esperienze significa valorizzare le radici locali e far comprendere il legame tra le opere esposte e la comunità che le accoglie. In questo senso, anche il lavoro del giornalista diventa una forma di cittadinanza attiva.
Cosa cambia nel racconto della fotografia, della radio e del cinema?
Cambia il linguaggio attraverso cui l’opera arriva al pubblico. Raccontare la fotografia significa decodificare un’immagine e riconoscerne il valore documentario. Il cinema richiede di tenere insieme la storiaraccontata e le scelte tecniche che le danno forma, mentre nella radio è la voce ad accendere l’immaginazione e a creare una relazione immediata con l’ascoltatore. Ogni mezzo richiede uno sguardo specifico, capacedi rispettarne la natura.
Qual è la prima responsabilità di chi scrive d’arte?
La responsabilità principale è difendere la propria credibilità attraverso la deontologia. Rispettare il diritto d’autore e le regole che tutelano le opere significa riconoscere il lavoro dell’artista e il valore che assume per la comunità. È importante anche contrastare l’idea che tutto ciò che circola online possa essere utilizzato gratuitamente. Educare il pubblico significa aiutarlo a comprendere che un’opera conserva il proprio valore culturale e la sua tutela giuridica anche quando viene diffusa in formato digitale.
Ginevra Barbetti
Come si racconta l’arte, di Raffaele Capparelli
Pacini Editore, 2026
144 pagine, 15 euro
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