Intervista a SPAZIO.edicola, la nuova infrastruttura culturale a Salerno
I soci, Gianmarco Giugliano, Fabrizio Scattaretico e Kseniia Task ci raccontano come hanno trasformato un’edicola indipendente in una città di provincia in un centro culturale ibrido capace di catalizzare, Tra spazio fisico, progetto editoriale ed eventi un pubblico ampio e sfaccettato
SPAZIO.edicola nasce come edicola indipendente un anno fa e si afferma rapidamente come progetto culturale ibrido, capace di tenere insieme spazio fisico, programmazione di eventi e produzione di contenuti editoriali. In questa intervista i fondatori, Gianmarco Giugliano e Fabrizio Scattaretico – insieme a Kseniia Task, terza socia – raccontano la genesi del progetto, il rapporto con la città e la costruzione di una community che si muove tra dimensione locale e orizzonte digitale. Ne emerge il ritratto di un’infrastruttura culturale di prossimità che vuole trasformare la sosta quotidiana in un’occasione di incontro, e l’edicola in un dispositivo contemporaneo di relazione e produzione di immaginari, con uno sguardo che prende forma a partire dalle persone. Un progetto che, partendo da Salerno, interroga il significato stesso della parola “spazio” – tra dimensione personale e collettiva – e ciò che implica abitarlo, attraversarlo, come sintetizza il claim: ho bisogno di SPAZIO.

Intervista a Gianmarco Giugliano e Fabrizio Scattaretico, fondatori di SPAZIO.edicola
Prima di diventare SPAZIO.edicola, questo progetto è stato soprattutto una convergenza di traiettorie personali fatte di esperienze fuori Salerno, incontri e riferimenti condivisi. Guardando oggi a SPAZIO.edicola, quanto c’è stato di progettato e quanto di inatteso? Quando avete capito che tutte quelle esperienze potevano convergere proprio qui, dentro un’edicola contemporanea?
Di progettato c’era la voglia di fare qualcosa di interessante qui a Salerno. Sia io, Gianmarco, che Fabrizio siamo stati fuori – tra Milano, Roma e diverse esperienze all’estero – e, a un certo punto, ci siamo ritrovati di nuovo in città, con il desiderio di costruire e restituire qualcosa alla nostra città. All’inizio l’idea era aperta: ci interessava mettere insieme i riferimenti, le esperienze e le competenze: architettura, economia, marketing e comunicazione; farle quindi convergere in un progetto che potesse tenere insieme allestimenti, cultura visiva, brand, spazio fisico e racconto.
Com’è arrivata l’idea dell’edicola?
Quasi all’improvviso e ci è sembrata subito una convergenza perfetta. Un dispositivo urbano piccolo, accessibile ma con un potenziale enorme: poteva diventare spazio di vendita, luogo di incontro, piattaforma culturale, presidio di quartiere e immaginario contemporaneo, tutto insieme.
Non ci interessava aprire semplicemente un punto vendita, né fare un’operazione nostalgica sull’edicola. Ci interessava capire cosa potesse diventare oggi un’edicola: un’infrastruttura culturale di prossimità, capace di generare incontri veri e costruire nuove forme di comunità, non semplicemente distribuire magazine e contenuti.
Come avete proseguito?
Online trovammo l’annuncio di un’edicola in vendita. L’abbiamo presa un po’ come un segno del destino. Siamo andati a vederla e ce ne siamo innamorati subito, soprattutto per la grande piazza antistante, che allargava immediatamente le possibilità del progetto. Dopo un paio di mesi l’avevamo comprata, avevamo aperto la società e già inaugurato. Ed è curioso che, a distanza di quasi un anno, SPAZIO.edicola sia cresciuto anche nelle persone che lo costruiscono, prima ancora che nei numeri: Kseniia, che viveva SPAZIO. da vicino e lo seguiva con continuità, ci ha chiesto di poterne fare parte attivamente ed oggi è la nostra terza socia.
C’è un’immagine molto bella nel racconto di SPAZIO.edicola: quella di un luogo che era sempre stato sotto gli occhi di tutti, ma che in qualche modo nessuno aveva mai visto davvero. Il layout originario, pensato per la vendita, finiva quasi per nascondere lo spazio stesso; voi lo avete liberato, trasformando un luogo di transito in un luogo in cui fermarsi. Qual è stata la prima cosa che avete immaginato di togliere e quale la prima che avete desiderato aggiungere?
La prima volta che l’abbiamo visitata ci siamo detti che non eravamo mai entrati davvero dentro un’edicola. È stata una sensazione strana e bellissima. Di solito l’edicola la guardi da fuori: ti avvicini al banco, compri qualcosa e vai via. Invece, entrando, ci siamo accorti che potevi vedere il tetto, muoverti, percepire la scala, quasi abitarlo. Per questo, la prima cosa che abbiamo fatto è stata togliere il grande bancone centrale. Era l’elemento più funzionale alla vendita tradizionale, ma anche quello che impediva allo spazio di mostrarsi davvero. Rimuoverlo significava permettere a chiunque di entrare in un’edicola, non solo fermarsi davanti.
Come avete proseguito?
Il progetto è stato soprattutto un lavoro di sottrazione. Ci interessava liberare quello che già c’era, renderlo più leggibile, accogliente, abitabile, una sorta di piccolo salotto urbano, uno “SPAZIO.” raccolto in cui entrare, sfogliare con calma, fermarsi senza sentirsi obbligati a comprare per forza qualcosa. Quello che abbiamo desiderato aggiungere, più che un elemento fisico, è stata una possibilità: la possibilità di stare. Di fermarsi. Di entrare in relazione.

Diteci di più sulla relazione
Si tratta di un aspetto che ci diverte, è diventato quasi parte del progetto: le dimensioni contenute dello spazio obbligano alla relazione. Non puoi sparire, non puoi mantenere troppa distanza. Chi entra finisce quasi sempre per chiacchierare con noi e da quelle conversazioni nascono storie, amicizie, progetti, sogni. Oggi siamo consapevoli che stavamo costruendo un dispositivo che rende impossibile restare anonimi. In un momento che parla continuamente di automazione, di intelligenza artificiale, di ottimizzazione di ogni cosa, SPAZIO. parte da un’idea quasi opposta: che il valore resti nelle persone, nelle loro storie, in quello che si genera quando due esseri umani si trovano per pochi minuti nello stesso spazio piccolo.
Il vostro nome contiene una parola semplice ma oggi quasi politica: “Spazio.” In una quotidianità fatta di velocità e attraversamenti continui, cosa significa per voi dare forma a un luogo in cui le persone possano fermarsi, sfogliare, leggere e abitare un tempo più lento, sottraendosi per un momento alla logica dell’urgenza?
Per noi SPAZIO.edicola – spazio punto edicola – significa prima di tutto creare una condizione: un luogo in cui le persone possano fermarsi, anche solo per pochi minuti, dentro una quotidianità che ci chiede continuamente di essere veloci, reattivi, produttivi. Fin dall’inizio l’obiettivo era dare forma a uno spazio che oggi viene definito un “terzo luogo”, ma declinato in una scala minima, quotidiana, accessibile. Crediamo che ci sia un bisogno fortissimo di spazi così, soprattutto nelle città medie come Salerno, dove spesso la socialità si muove solo tra casa, lavoro, locali e piattaforme digitali.
Mancano luoghi accessibili, non codificati, capaci di tenere insieme cultura, socialità e quotidianità senza trasformarle necessariamente in consumo veloce o intrattenimento standardizzato.
Da questo punto di vista vi ha aiutato la struttura dell’edicola?
Molto. È sulla strada, è familiare, non impone soglie alte di ingresso. Puoi passarci davanti, fermarti cinque minuti, sfogliare una rivista, scambiare due parole, incontrare qualcuno, tornare. È piccolo, quindi in grado di generare relazioni leggere, quotidiane e non programmate.
Più che “fare eventi”, ci interessa creare le condizioni perché le idee possano circolare, tra una selezione super attenta di libri, magazine indipendenti, conversazioni, persone e linguaggi diversi. L’edicola diventa così un punto di passaggio, ma anche di sedimentazione: un luogo in cui i contenuti non vengono solo acquistati o consumati, ma discussi, condivisi, trasformati in relazione.
Le edicole sono sempre state luoghi di distribuzione di storie. Con SPAZIO.edicola state provando a trasformare la vostra in un luogo in cui le storie non passano solo, ma si fermano, si attivano, diventano occasione di incontro. Avete avuto la percezione di un momento preciso in cui il pubblico e la community hanno iniziato a riconoscere questa trasformazione?
Dopo l’apertura eravamo sommersi di persone che venivano a congratularsi con noi per aver fatto qualcosa di nuovo a Salerno. Un riconoscimento che ci ha fatto capire che eravamo sulla buona strada. Le persone tornavano per essere riconosciute, perché qui, anche solo per pochi minuti, qualcuno si ricordava il loro nome, il libro che stavano cercando, la conversazione lasciata a metà. Poi, con il tempo, il coinvolgimento è cresciuto in maniera naturale, facendo dell’edicola un punto di riferimento.

Più che una cornice, la città diventa parte del progetto. In questo primo anno di attività e poco più, che cosa vi ha restituito Salerno attraverso l’osservazione quotidiana dall’edicola, e in che modo ha contribuito a definire il vostro sguardo?
Salerno è in un momento di profonda trasformazione, e questo è stato uno dei motivi per cui siamo tornati. Ogni tentativo di creare cultura, intrattenimento, socialità o nuove forme di incontro trova oggi un’attenzione e un supporto diversi. Per questo SPAZIO.edicola è parte di un ecosistema più ampio. Salerno, in questo senso, non è solo il luogo in cui il progetto accade. È il punto da cui ci chiediamo come possano le città medie generare nuovi presidi culturali, nuove forme di partecipazione? Perché la “creatività di provincia” è un’opportunità. Siamo abituati a pensare l’innovazione come prerogativa delle grandi città, ma questa ossessione per l’estetica da grande metropoli ci ha fatto dimenticare la profondità di introspezione e riflessione che solo gli spazi più calmi, meno affollati, sanno ancora offrire. Salerno, come molte città medie d’Italia, ha esattamente questo: il tempo e il respiro per pensare, non solo per produrre.
Crediamo che il compito di SPAZIO. sia anche dimostrare che la provincia non è un luogo minore ma un contesto con una propria intelligenza creativa: più lenta, più riflessiva e proprio per questo più rara.
Gli eventi si sviluppano nello spazio dell’edicola e di Piazzetta Monsignor Bolognini, fuori, in contesti più estesi e attraverso i contenuti editoriali e digitali. Che vuol dire muoversi tra questi tre livelli – spazio fisico, città e contenuti?
Il progetto cambia scala continuamente, ma non cambia mai la sua natura. La dimensione digitale ed editoriale aggiunge un ulteriore livello, quello che succede fisicamente non si esaurisce in edicola, ma può essere tradotto in racconto, immagine, memoria, contenuto digitale.
Crediamo fortemente che il contenuto è solo il mezzo, la persona è il contenuto. Quando un racconto digitale funziona, non è perché è ben fatto – anche se ci mettiamo tanta cura – ma perché dentro c’è una persona vera, riconoscibile, con una voce che si sente. Le piattaforme, in questo senso, non distribuiscono SPAZIO.: distribuiscono le persone che SPAZIO. ha incontrato.
Quando usciamo dall’edicola e portiamo il progetto in altri contesti, non ci interessa “replicare” un format ma un’attitudine, un modo di costruire relazioni.
Questo continuo passaggio tra le scale del progetto ci restituisce una cosa importante: l’idea che anche un luogo molto piccolo possa generare una geografia più ampia. SPAZIO.edicola parte da una piazzetta di Salerno, ma non per rimanervi confinato. In un mondo dove tutto parte dal digitale, noi volevamo partire dal fisico, dalle persone.
Annarita Genova
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati