A Oslo c’è una mostra che celebra la luce (anche grazie alla presenza dell’ombra) 

Le opere di Cerith Wyn Evans, Ann Lislegaard e P. Staff danno vita a giochi di luce e ombra, dove ogni minimo bagliore ha un significato. Interagendo con lo spazio dell’Astrup Fearnley Museet, i lavori creano nuove possibilità di lettura

Quando vi dico che in un grande museo c’è una mostra di tre artisti contemporanei che lavorano con luci artificiali come neon, ologrammi, LED e proiezioni, potreste immaginare interni illuminati da luci intense. Tuttavia, in Grammars of Light è vero il contrario, dove sono presentate diverse opere in affascinanti sale buie e ambienti immersivi. L’Astrup Fearnley Museet di Oslo presenta questa mostra con Cerith Wyn Evans (Llanelli, Galles, 1958), Ann Lislegaard (Tønsberg, Norvegia, 1962) e P. Staff (Bognor Regis, Inghilterra, 1987), curata da Owen Martin. 

L’intervento di P. Staff nella mostra “Grammars of Light” 

Nella prima sala ho incontrato l’opera di Staff intitolata Penetration, in cui una figura umana è quasi immobile, limitandosi a respirare, mentre un laser medico proveniente dall’alto a destra colpisce il suo addome. La fonte della luce non è visibile all’interno dell’inquadratura, rimane ambigua, proveniente dall’esterno dell’immagine, ricordandomi il maestro seicentesco Caravaggio, che spesso manteneva indefinite le fonti di luce nei suoi dipinti. Qui la luce funziona come una forza che si infiltra e penetra senza consenso, come se il corpo fosse segnato dal laser di un cecchino, sottoposto a sorveglianza e controllo. Questo senso di scrutinio imposto riflette il più ampio impegno di Staff nei confronti della vulnerabilità dei corpi emarginati e queer sotto i sistemi di potere. 

Il dialogo tra Cerith Wyn Evans e il museo di Oslo 

Tra le opere che dialogano con l’architettura del museo spicca StarStarStar/Steer (Transphoton) di Evans. Qui l’artista reinterpreta il linguaggio architettonico greco attraverso materiali contemporanei, presentando colonne doriche realizzate con luci a LED. Queste colonne luminose si illuminano e si attenuano secondo un algoritmo. Come ha ricordato il curatore durante la nostra conversazione, il programma si rigenera continuamente, per cui il ritmo è sempre nuovo e non si ripete mai esattamente allo stesso modo. La sequenza mutevole dell’illuminazione e i momenti in cui le colonne si oscurano fino a raggiungere un quasi “silenzio” richiamano sottilmente l’attenzione di John Cage sulla pausa e l’assenza. Quando le luci si spengono completamente, le colonne diventano trasparenti, quasi scheletriche, consentendo agli spettatori di vedere attraverso di esse. L’opera si sviluppa su due piani. Le colonne monumentali si innalzano verso il soffitto, dove le loro forme verticali si riflettono nella superficie riflettente sovrastante. Allo stesso tempo, le strutture non poggiano direttamente sul pavimento, ma sono leggermente sospese al di sopra di esso, appese al soffitto, il che rafforza la loro assenza di peso e contraddice la natura portante delle colonne tradizionali. Il titolo dell’opera fa riferimento alla poesia visiva di Ian Hamilton Finlay, aggiungendo un ulteriore livello di significato all’installazione. 

L’opera di Ann Lieslegaard nella mostra di Oslo 

Proseguendo nella mostra, appare Come the Future di Lislegaard. Si tratta di un’opera testuale in cui alcune parole si illuminano mentre altre rimangono spente. Man mano che la sequenza cambia, nuove parole si illuminano, formando combinazioni variabili di frasi. Durante queste transizioni, la parola “future” rimane costantemente illuminata. Mentre diverse affermazioni emergono e si dissolvono, l’opera genera significati mutevoli. Medita sull’instabilità del linguaggio e sul modo in cui sottili riorganizzazioni possono aprire lo spazio a molteplici interpretazioni e, con esse, all’immaginazione di vari futuri utopici. 

La curatela attenta di “Grammars of Lights” 

Uno degli aspetti più apprezzabili di Grammars of Light è l’approccio curatoriale attento e ponderato reso possibile dal geniale utilizzo che Martin fa della straordinaria architettura del museo. La mostra dimostra un controllo preciso delle condizioni spaziali e luminose: ospita ambienti profondamente bui, come Hormonal Fog di Candice Lin e P. Staff, anche se posizionati nella sala accanto alla luminosa Come the Future di Lislegaard. Questa orchestrazione di contrasti non risulta mai brusca, ma rivela, invece, una profonda comprensione di come la luce e l’oscurità operano in relazione tra loro. 

Il gioco tra luce e ombra come chiave di lettura 

La forza della mostra non sta semplicemente nel presentare opere che emettono luce, ma nel costruire spazi d’ombra dove anche il più piccolo bagliore può affermare la sua presenza. In questo modo, Grammars of Light riesce a trattare la luce non come uno spettacolo, ma come un linguaggio accuratamente composto. 

Kush Jariwala 

Oslo // fino al 10 maggio 2026 
Grammars of Light 
ASTRUP FEARNLEY MUSEET 
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