Da Palermo agli scenari di guerra: la proposta teatrale del metodo Raizes
Il regista e attore Alessandro Ienzi racconta come il teatro possa spezzare la rete del dolore in un percorso che restituisce ai giovani la forza di agire sui propri vissuti traumatici, da Ballarò al nord-est della Nigeria
Nel 2019 Alessandro Ienzi (Palermo, 1987) fonda a Palermo Raizes Teatro. Non è un progetto di teatro sociale come gli altri, non c’è quella narrazione rassicurante del “teatro che salva” i ragazzi difficili. C’è, invece, un metodo radicale che in pochi anni è arrivato da Palermo fino al nord-est della Nigeria, dalle collaborazioni con il Tribunale per i Minorenni alle sedi ONU di Ginevra. Questo avvocato, drammaturgo e regista sta dimostrando che esiste uno spazio, il Teatro Raizes, che insegna a manipolare il proprio trauma per trasformarlo in forza, non a subirlo passivamente.
Andare oltre l’assistenzialismo con il teatro
“Il sistema dell’aiuto ha creato una relazione di dipendenza: c’è chi ha bisogno di assistere e chi ha bisogno di essere assistito”, spiega Ienzi. In pochi anni quella che sembrava una scommessa locale si trasforma in una rete internazionale: nord-est della Nigeria, sedi ONU di Ginevra, Egitto, West Bank, Afghanistan. Al centro non c’è solo l’estetica teatrale, ma un metodo politico. La società, secondo Ienzi, preferisce gestire la vulnerabilità piuttosto che risolverla. È più facile, più rassicurante per chi aiuta, meno rischioso. Ma anche infinitamente meno efficace.

Il metodo Raizes: dalla passività alla responsabilità
L’alternativa che propone Raizes è il passaggio dal “bisogno” al “desiderio”. Non più destinatari passivi di assistenza, ma soggetti che tracciano strade. “Nel giro di due o tre mesi, richiedendogli un lavoro costante e di mettersi in gioco secondo una disciplina, questi ragazzi sono trasformati da persone che erano semplicemente destinatari di un’assistenza in persone che tracciavano una via per gli altri”. L’espressione che Ienzi usa è precisa: “manipolare e reinventare i vissuti traumatici attraverso la scena”. Non è il regista che manipola: è il ragazzo che impara a manipolare il proprio trauma, prendendone il controllo. “La sofferenza non è più una gabbia, ma uno strumento di conoscenza. Si passa dalla passività del dolore alla responsabilità della creazione”. È un ribaltamento radicale di prospettiva. Il trauma smette di essere qualcosa da curare, da gestire, da lenire. “La creatività apre dei margini e delle realtà alternative che ci consentono di vivere in uno spazio più sicuro. Non è una fuga dalla realtà, è uno strumento per poter vivere meglio la propria vita. Per questo poi si può anche guarire il trauma. Il punto di vista diventa: quanto sono stato forte io per poter superare quella cosa, piuttosto che come sfortunato sono io che sono vittima”.
La performance “Open!”
Open! nasce da qui. Amadou Diouf, sordo dalla nascita, minore non accompagnato dal Senegal, e Yong Di Wang, musicista italo-cinese cieco, costruiscono una partitura fisica e ritmica. Due corpi che la società considera “limitati” diventano il centro di una performance che smonta pezzo per pezzo la visione abilista. “Quando vedi un ragazzo cieco e un ragazzo sordo che apparentemente non si possono relazionare e invece si relazionano a ritmo, costruendo una realtà emotiva che padroneggiano perfettamente, ti rendi conto che la stragrande maggioranza dei limiti sono determinati da una visione abilista della società”.
Raizes verso l’Unione Europea, partendo da Palermo
Un ragazzo che collabora con Raizes aveva smesso di andare a scuola. Quel ragazzo con il sostegno di Raizes è tornato a studiare, arrivando ad aprire il Forum dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Il teatro non l’ha “salvato”. Non gli ha dato solo una struttura o un obiettivo, ha dato soprattutto, una responsabilità. In tutto questo, Palermo è il luogo dove il metodo trova la sua ragione d’essere: qui il contatto umano resiste ancora alle sovrastrutture burocratiche. “La vita accade per strada – spiega Ienzi – e permette di accorgersi dell’altro: è il punto di partenza per ogni ricostruzione”. In città Raizes produce spettacoli gratuiti come I ragazzi di Ballarò o Il caso Siciliano, dedicato a Lisa Siciliano. Qui la questione della restituzione è centrale, infatti non basta raccontare, bisogna restituire al territorio.
La collaborazione con missioni internazionali
Il lavoro di Raizes Teatro si sviluppa a partire da atelier di formazione dove i giovani utilizzano la scrittura e il corpo per dare voce a storie reali e contemporanee. Questo metodo è stato adottato come modello di diplomazia culturale dal Global Campus of Human Rights di Venezia e dall’UNITAR, portando la compagnia a presentare i propri progetti in sedi istituzionali come il Parlamento Europeo e il Forum dei Diritti Fondamentali di Vienna. L’attività si sposta spesso nei territori di crisi. In Nigeria, per conto dell’UNODC, Ienzi ha riaperto il teatro di Maiduguri portando in scena un’opera sui minori-soldato e le schiave sessuali di Boko Haram. Esperienze simili sono state condotte in Egitto con l’IOM, per l’integrazione di rifugiati da Gaza e Sudan e in contesti come Nepal, Libano e West Bank, con un focus specifico sulla protezione di donne e minori. Parallelamente all’attività sul campo, la compagnia cura operazioni di sensibilizzazione e tutela, come il trasferimento della famiglia dell’atleta afghana Manizha Talash per le Olimpiadi di Parigi 2024. In Italia, Raizes mantiene collaborazioni stabili con realtà come il Teatro Biondo, il Massimo di Palermo e il Teatro di Roma.
Il futuro di Raizes
Per questo impegno, Ienzi ha ricevuto nel 2025 il Premio UNETCHAT alla Camera dei deputati e il Premio del Mediterraneo. Tra i progetti attuali figurano il tour internazionale di La caja de concreto con l’attivista Lorent Saleh e la produzione Junior, che sarà presentata al Summit sui bambini-soldato di Ginevra nell’ottobre 2026. “Ogni laboratorio, ogni spettacolo, ogni gesto scenico è una dichiarazione di fiducia nella capacità dei giovani di cambiare la realtà, di creare comunità, di costruire consapevolezza e speranza”. Sotto questa prospettiva il teatro smette di essere una terapia per “vittime” da assistere, diventando lo spazio politico in cui riprendere possesso della propria voce. “Quello che ho sperimentato è che al momento in cui la persona si sente utile anche per gli altri, ha una ragione di vita”, conclude Ienzi. “Altrimenti escluso è ed escluso rimane. La vera sfida è restituire a ciascuno il diritto di essere necessario”. Da Ballarò a Maiduguri, il principio resta lo stesso: la creatività libera quegli spazi di autonomia che l’assistenzialismo, da solo, non può raggiungere.
Giulia Ortaggio
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