Lezioni di critica #23. Critica vs curatela
Tornano le lezioni di Roberto Ago. Si erano interrotte nel 2020 e ora ripartono dopo sei anni. La prima puntata di quest’anno è sulla differenza tra critica indipendente (o critica tout court) e critica militante (o curatela)
Uno sguardo “eccentrico” ha recentemente fatto centro a proposito del dibattito specialistico che da decenni si trascina tra improbabili forum e miopi editoriali dedicati allo stato di crisi dell’arte e della critica contemporanee italiane, come se non risiedesse nei suoi stessi protagonisti il male che si pretende di curare. Non è affatto strano che sia stato un esperto di Beni Culturali quale l’avvocato Angelo Argento, e non un addetto ai lavori, a ribadire in un puntuale editoriale la ragione fondamentale dell’estinzione della critica indipendente rivolta al contemporaneo, e di conseguenza dell’affidabilità di giudizi e valutazioni. Già espressa da più di un osservatore, compreso chi scrive, nel recente passato, essa consiste nel riconoscimento che una “critica” include o dovrebbe includere l’emissione ponderata di giudizi negativi a fianco di quelli positivi, distinguendosi in ciò dalla critica militante o curatela, che è solo positiva e propositiva – “apologetica”, suggerisce con enfasi Argento. A tal punto, che spesso elargisce valutazioni indistinguibili da messaggi promozionali veri e propri. Solo il giudizio critico differenziale sostenuto da solide argomentazioni è in grado di informare il pubblico dell’arte contemporanea circa la bontà o meno delle produzioni artistiche. La chiacchiera curatoriale, al contrario, confonde più che chiarire, risultando funzionale alla compravendita di prodotti artistici il più delle volte di scarso valore.
Una possibile obiezione
I “promoter” (curatori, giornalisti, galleristi, collezionisti), dal canto loro, obietteranno che esiste una forma indiretta di giudizio valutativo consistente nel differenziale di inclusione/esclusione dalla scena pubblica degli operatori, il quale opera senza punire nessuno con sentenze di discredito. Se gli artisti e i loro mentori appaiono in mostre e pubblicazioni, sono validi; altrimenti, no. Questa forma empirica di giudizio di valore sarebbe efficace se gli artisti sopravvivessero al loro lancio sul mercato, ovvero se i promoter indovinassero le esclusioni e le inclusioni. Il problema è che quasi mai è così, e da decenni. L’immenso deposito delle promesse mancate, alias delle imposture sulla cresta dell’onda, è lì a dimostrarlo; così quello delle curatele maldestre e delle recensioni imprudentemente entusiastiche. L’attuale sistema-inviti, in quanto strumento euristico sostitutivo della critica indipendente, va accumulando smentite su smentite, senza contare che avalla la confusione tra successo e valore, i quali non sono affatto sinonimi. Purtroppo, mancando un codice di valutazione negoziato attraverso un dibattito pubblico continuativo, nessun promoter è mai chiamato a rispondere delle proprie inefficienze, scaricandole sui soli artisti. È vero che questi ultimi non eccellono, ma nemmeno loro brillano per professionalità, altrimenti non avrebbero scommesso su di loro.
L’empiria non è sufficiente
Niente critici distaccati che emettono sentenze negative/positive accompagnate da puntuali motivazioni, dunque, ma solo promoter nel ruolo di agenti di commercio non proprio affidabili. Nemmeno il loro contributo congiunto a sostegno di un determinato artista, fac-simile dei sistemi di controllo incrociato vigenti in altri settori, sa garantire un margine di attendibilità sufficiente. Infatti, non ottiene mai l’unanimità. Nomi che da alcuni sono considerati validi, da altri sono ignorati, con grave dispersione di opportunità e risorse destinate agli artisti effettivamente meritevoli. Ciò significa che nel Belpaese non vi è alcun criterio di giudizio che sia fondato e attendibile. Le rare volte che i nostri artisti possono contare su sponde italiche di stanza all’estero, non sono selezionati adeguatamente. Gli osservatori internazionali, puntualmente, ridimensionano il loro peso artistico, limitandolo alla presenza in gallerie anche prestigiose, cioè al commercio. Così da decenni è il solito pugno di maestri riconosciuti internazionalmente a salvare l’onore nazionale nelle grandi rassegne internazionali e personali museali organizzate dalle istituzioni estere. I quali sono tali perché naturalizzati altrove o perché emigrati a tempo debito.
Distacco non partecipazione
Estromesso il giudizio critico dalla chiacchiera promozionale, non resta che il giudizio del Tempo. Non occorre attendere a lungo. Mariko Mori negli Anni Novanta era una star, oggi il suo lavoro fa sorridere. I casi italiani di impostura giunta a evidenza non si contano, eppure quelli a venire non li indovina quasi nessuno. In alternativa, è il deposito silente dei “mid-career”, del cui talento non si è mai del tutto certi per il semplice motivo che è trascurabile ma non trascurato. La maggior parte di loro meriterebbe l’oblio, al contrario vi è una minoranza che andrebbe sostenuta con maggiore vigore, il problema è indovinarla. Per valutare e selezionare adeguatamente le poetiche non occorre affatto la prossimità con gli artisti propria dei promoter, è vero il contrario, occorrono distacco e un armamentario concettuale che vada al di là degli slogan promozionali. Purtroppo, il setaccio è appannaggio esclusivo dei promoter, i quali mancano della necessaria distanza, volontà e spesso preparazione. Se anche sposassero il giudizio differenziale, sarebbe un tutti contro tutti in assenza di arbitrato. Meglio il reciproco savoir-faire, tanto a scomparire dalla scena o precipitare nel limbo delle carriere sospese saranno le tante promesse di turno, non certo i loro mentori a tempo determinato, i quali avanzano di carriera nonostante o meglio in virtù delle cantonate accumulate.
Le ragioni di una mancanza
Non essendo all’ordine del giorno lo stato dell’arte, occorre chiedersi perché la maggioranza dei promoter non utilizzi la bussola del giudizio critico. Le spiegazioni, strettamente intrecciate alla ratio commerciale, sono tre: 1) senza l’abitudine a un dibattito pubblico garantito dalla critica indipendente, non si ha la più pallida idea di dove poggi il valore delle produzioni artistiche, tirando a indovinare sull’onda della doxa; 2) se ne ha cognizione, ma la scena artistica italiana è quella che è e bisogna pur lavorare; 3) un misto delle due opzioni, ché l’incompetenza e l’opportunismo quasi mai si danno in purezza.
Sono all’opera promoter ascrivibili a tutti e tre i gruppi, l’incompetenza ignara di sé e lo sciacallaggio consapevole risultando inversamente proporzionali su una scala graduata. Della prima si è detto. Quanto allo sciacallaggio, gli artisti “usa-e-getta”, assoldati temporaneamente e poi relegati sullo sfondo per far posto ai nuovi arrivi, non sono affatto un incidente di percorso, bensì un equivalente incarnato dei prodotti a usura programmata. In quanto tali, sono necessari. I nomi destinati a infoltire la storia dell’arte, infatti, sono un’esigua minoranza, del tutto insufficiente ad alimentare il mercato dell’arte. A saperli riconoscere escludendo il resto, consentirebbero di lavorare a quattro gatti, per giunta gelosi dei loro protetti. Così i promoter più avveduti sono costretti a chiudere un occhio sulla qualità delle produzioni artistiche loro accessibili, in attesa di salire di livello. Gli incompetenti, va da sé, operano alla cieca mentre i casi ibridi oscillano tra le due opzioni. L’incompetenza in buona fede convive con l’incuria etica, le innumerevoli imposture con i rari talenti, le morti annunciate con le carriere sospese, per un mercato dell’arte rinnovato a ogni stagione.
L’anello debole
Sarebbe un’ingenuità credere che il sistema dell’arte non solo italiano garantisca una meritocrazia dai molteplici livelli. Prolifera, invece, a discapito di una classe precipua di individui sfruttati tanto dai promoter incompetenti che da quelli competenti: gli artisti di scarso talento, equivalenti insospettati delle vittime dello sfruttamento del lavoro. L’ascensore sociale lo prendono, ma per salire e scendere o rimanere bloccati durante la corsa. Una critica degna di questo nome non li avrebbe mai illusi di poter salire, ignorandoli in partenza. Peccato solo che senza il proliferare delle illusioni, un mercato dell’arte semplicemente non esisterebbe. Non si sta suggerendo che esso non debba esistere, si sta mostrando il suo fondamento occulto e inconfessato. La prossima volta vedremo se e come sia possibile intervenire per migliorare un poco la situazione, ammesso e non concesso che vi sia spazio per una tale volontà.
Roberto Ago
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati