William Kentridge maestro del contemporaneo. L’artista si racconta per la nuova collana Skira
Per avviare la serie “Milestones” dedicata ai più importanti artisti dei giorni nostri l'editrice ha scelto il maestro sudafricano del disegno e del teatro. “L'Italia è il Paese dove ci sono più interventi suoi al mondo”
“Partire da Kentridge è stata una scelta naturale, il suo è tra i nomi che vengono subito in mente per una collana dedicata ai maestri del contemporaneo”: così la scrittrice e curatrice canadese Denise Wendel-Poray presenta il primo volume della nuova serie Milestones: At the Heart of Creation edita da Skira e da lei curata. China il capo, accanto a lei, William Kentridge (Johannesburg, 1955), e davvero non servirebbero presentazioni per l’artista sudafricano, che passando dal disegno a carboncino all’incisione, dal teatro all’opera ha cambiato l’arte contemporanea tra Novecento e Duemila. Nel volume – il secondo della collana che riunirà idealmente 30 artisti, inclusi Katz e Baselitz – non c’è però solo un elenco di successi; le pagine, alternando fotografie a testi, fungono da prisma: scomponendo i suoi “milestone”, cioè ogni pietra miliare del suo percorso, li amplificano.

William Kentridge a Milano
È fortuita la presenza di Kentridge a Milano per il lancio del volume (in vendita da marzo), ma non casuale. La città gli ha aperto le proprie porte: nel giro di pochi giorni hanno aperto la mostra Sharpen Your Philosophy da Lia Rumma (in zona Cenisio) e More Sweetly Play the Dance and Remembering Morandi a Palazzo Citterio. Un inedito omaggio, quest’ultimo, a Giorgio Morandi, che consiste in una videoinstallazione sonora affiancata da una sequenza di sculture in cartone che reinterpretano gli oggetti d’uso quotidiano delle opere del maestro bolognese qui conservate. In entrambe tornano i suoi grandi temi, la migrazione, lo sradicamento, e l’importanza del disegno.

William Kentridge e l’Italia
Non che sia stato difficile convincerlo a tornare su suolo italiano. “L’Italia è il Paese con più interventi suoi nel mondo”, ricorda la stessa Lia Rumma, sua storica gallerista in Italia e amica da quasi trent’anni. Il più famoso è quello nella metro napoletana, alla fermata Toledo. “Ci tenevo molto che restasse un segno del suo passaggio, dopo la mostra in galleria. Non è un tema banale per noi, perché essendo mercanti spesso non resta traccia di ciò che curiamo”.
È stata proprio Rumma a regalare a Kentridge, andandolo a trovare in Sudafrica, la celebre moka Bialetti così presente nei suoi sceneggiati. Purtroppo, quello che esce dalla macchinetta è “l’unico caffè che non mi piace”, confessa Kentridge. Che continua: “Non è andata persa, però: è stata trasferita subito nello studio, diventando un personaggio in molte delle mie storie. È stato un passaggio molto facile perché ha una forma di per sé antropomorfa, con il busto, la gonna e ovviamente la bocca. Il suo debutto è stato nei puppet show che facevo per i miei bambini, in casa: le mettevo un gonnellino di carta e aprivo la grade bocca per farla cantare o gridare aiuto”.

William Kentridge inaugura la collana “Milestones”
Ed è proprio il personaggio-moka a campeggiare, raddoppiato, sulla copertina della nuova antologia. Che fa emergere scatti inediti del suo studio, oltre a un saggio di Stephen Clingman e un’intervista con Julian Barnes, prima di addentrarsi nei suoi “milestone”: i monotipi, il carboncino, l’animazione, il teatro, l’opera, lo studio come soggetto, la lezione come opera d’arte e il Centre for The Less Good Idea (spazio collaborativo di Johannesburg da lui fondato dieci anni fa). “Sono tutti momenti chiave della sua produzione, tutti passaggi da un medium all’altro: è stata una suddivisione molto naturale”, spiega Wendel-Poray. Sono passaggi meno intuitivi di quelli previsti normalmente in una carriera artistica, certo: un motivo di orgoglio per Kentridge. “Ricordo il sollievo che mi ha colto quando ho capito che potevo scegliere di fare come volevo, e che non ero tenuto a passare dal disegno all’olio su tela, com’era previsto per essere considerato un “artista serio” nel Sudafrica degli Anni Settanta”, racconta. “E poi qui si vede tutto il mio amore per il teatro, dove ho fallito come attore e sono tornato come regista!”.
Giulia Giaume
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