A Roma una mostra dedicata allo spazio per scoprire come lavora una galleria d’arte parigina
Grazie alla fotografia, esplorano la terza dimensione nelle sue più diverse accezioni gli artisti invitati a partecipare all’ultimo atto della trilogia concepita dalla galleria Bigaignon di Parigi per lo spazio espositivo Rhinoceros di Roma
Dopo la luce e il tempo è lo spazio al centro del terzo e ultimo atto della collaborazione tra la galleria parigina Bigaignon e Rhinoceros di Roma, con una mostra che si presenta come una sorta di sfida affidando per lo più alla fotografia, medium per definizione bidimensionale la rappresentazione della terza dimensione. Ciascuno degli artisti invitati nello spazio dedicato all’arte contemporanea fondato da Alessia Caruso Fendi e realizzato da Jean Nouvel, interpreta la terza dimensione, che non è mai neutra, “come condizione primaria di ogni immagine e, al contempo, come materia sensibile e mentale. In particolare”, ha continuato Thierry Bigaignon, direttore della galleria e curatore della mostra, “a Roma – città costruita per stratificazioni – lo spazio si fa memoria incarnata: un accumulo di pieni e di vuoti, di rovine e costruzioni, di proiezioni mentali e realtà fisiche”. sia Caruso Fendi
Lo spazio nella mostra da Rhinoceros a Roma
Atto 3/3: Nello Spazio (Within Space) racconta dunque lo spazio “come ciò che ci contiene e ciò che proiettiamo”, per usare ancora le parole del direttore. Lo spazio, del resto, è sempre stato per gli artisti un campo di tensione tra reale e immaginario, tra visibile e invisibile, dalla prospettiva rinascimentale alle sperimentazioni contemporanee che lo deformano e lo plasmano attraverso i nuovi media. A maggior ragione, nella fotografia, proprio per la natura del mezzo, la terza dimensione viene ancor più inquadrata, frammentata, ricostruita; diventa superficie, volume, profondità, illusione. Così, i 10 artisti coinvolti, diversi per generazione, background e provenienza, esplorano il concetto attraverso approcci molteplici e peculiari che, spaziando dall’architettura all’archeologia, dai paesaggi estremi agli spazi interiori, dalla fotografia alla scultura, dall’immagine bidimensionale alla forma tridimensionale, nel loro insieme creano un’esposizione in cui lo spazio non è più semplicemente rappresentato, ma attivato, spostato, talvolta perturbato. Un insieme che si risolve in un percorso omogeneo, sobrio ma accattivante, in cui nella lora eterogeneità le opere dialogano in perfetta armonia, come se fossero concepite per parlarsi. visibileume, profondità, illusione. chitettura all’archeologia, dai paesaggi estremi agli spazi interiori, dalla fotografia alla scultura, dall’immagine bidimensionale alla forma tridimensionale
Gli artisti della galleria Bigaignon in mostra a Roma
L’interesse archeologico per Pompei di Vittoria Gerardi (Padova, 1996), le cui fotografie velate di gesso, unite alle enigmatiche sculture evocano uno spazio sepolto, congelato dalla catastrofe, sospeso tra scomparsa e conservazione, si rapportano, in un omaggio a Giorgio Morandi, all’indagine dello spazio come dimensione interiore, silenziosa e contemplativa di Mary-Ellen Bartley (New York 1959). Lo spazio diventa immagine astratta nella visione di Yannig Hedel (Britannia 1948) e Jean de Pomereu (Paris, 1969), solo che l’uno parte da una realtà urbana per tradurla in esperienza, lasciando che l’architettura si perda giocando con il cielo, sulle nuance del bianco e nero; l’altro racconta il cambiamento climatico confrontando topografie contemporanee a immagini d’epoca dell’Antartide, i cui volumi sono poi trasfigurati in immagini mentali. Sul concetto di confine ragiona Marco Tagliafico (Alessandria, 1985) che, associando immagini digitali e stampe analogiche, costruisce paesaggi pseudo immaginari in cui la percezione vacilla nella sfumatura tra realtà e finzione. La luce come elemento costitutivo dello spazio è al centro della poetica di Elyn Zimmerman (Philadelphia 1945) tanto nella storica installazione degli Anni Settanta, quanto nel disegno su mylar che riflette sul valore della percezione e dell’esperienza; elementi cardine anche nella pratica di Denis Malarte (Caen, 1952 – Parigi, 1970) che, come documentato dalle foto, ha trasformato uno spazio domestico in un’installazione totale.ture evocano uno spazio sepolto.
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Tutte le possibilità dello spazio secondo gli artisti in mostra
Onirico e malinconico è lo spazio nelle architetture immaginarie di Thierry Urbain (Francia 1960), luoghi famigliari sebbene mai esistiti che si interrogano sulla memoria e le sue proiezioni. Mentre, dal rapporto con un luogo reale prende le mosse il lavoro di Renato D’Agostin (Venezia, 1983). L’artista in Veni Etiam, reinterpreta Venezia attraverso i suoi elementi costitutivi, l’acqua e il legno reinventandoli completamente, in una visione lirica in cui la città sembra quasi evaporare, facendosi ritmo, linea e materia; lasciando, nello stesso tempo, un concreto e nostalgico legame con la realtà nelle iconiche sculture, autentiche Briccole in legno destinate a scomparire dal panorama lagunare. Lo spazio immaginato più che rappresentato è protagonista nelle opere di Bernard Joubert (Parigi, 1946) in cui geometria e storia si rincorrono chiamando il visitatore a completare le forme suggerite. Metafisico è lo spazio nella visione di François Kenesi (Francia, 1967) che in Sans Titre realizza una meta-fotografia in cui l’installazione dell’opera ne riproduce il soggetto.
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L’installazione di Olivier Ratsi come sintesi e summa del percorso
Infine, a sugellare non solo il percorso espositivo ma l’intero sodalizio artistico tra Bigaignon e Rhinoceros si pone Frame Destruct, installazione immersiva di Olivier Ratsi (Francia, 1972) che, al primo piano dell’edificio condensa e incarna luce, spazio e tempo. Un’opera che, legandosi metaforicamente alla fotografia, attraverso i concetti di frame e sequenza, in omaggio alle sperimentazioni cronofotografiche del primo Novecento, si pone come uno spazio di ascolto e meditazione che induce un potentissimo stato di connessione con se stessi e con il mondo.
Ludovica Palmieri
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