All’ADI Design Museum di Milano una mostra racconta lo sport come diritto universale e specchio della società

Nel percorso ideato da Davide Fabio Colaci e Giulia Novati cento oggetti che hanno cambiato il modo di gareggiare alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi sono affiancati a storie di rottura degli schemi e di inclusione. L’obiettivo? Dimostrare che parlare di sport, e di progetto, significa necessariamente allargare lo sguardo a tutto il resto

C’è la racchetta WIP con cui Adriano Panatta fece la tripletta Internazionali d’Italia-Roland Garros-Coppa Davis nel 1976, un gioiello di rara elasticità per il quale l’imprenditore Walter Pedrazzoli arrivò a rivoluzionare la sua linea di produzione. C’è la bicicletta usata da Francesco Moser il 19 gennaio del 1984 per sbriciolare il record dell’ora al velodromo di Città del Messico. Non mancano né il Flying Dutchman, l’Olandese volante dell’Alpa, la prima barca a vela a vincere il Compasso d’Oro nel 1960 grazie all’uso di soluzioni d’avanguardia e di materiali innovativi come la vetroresina, né un’asta per il salto in alto del tutto simile a quella che l’americano Dick Fosbury decise di superare rovesciando il corpo all’indietro, anziché di pancia, aprendo un nuovo capitolo per la sua disciplina.

Tra i cento oggetti esposti all’ADI Design Museum di Milano durante le Olimpiadi Invernali e oltre (fino al 6 aprile) nell’ambito della mostra IN-PLAY. Design for Sport ce ne sono alcuni che hanno fatto la storia dello sport, e non solo. Sarebbe riduttivo, però, leggere questa selezione come una semplice raccolta di cimeli olimpici e paralimpici significativi dal punto di vista del loro design o come l’ennesima esposizione celebrativa allestita per partecipare al fermento cittadino.

La mostra “IN-PLAY. Design for Sport” all’ADI Design Museum di Milano

Quello costruito dai curatori Davide Fabio Colaci e Giulia Novati è prima di tutto un racconto sullo sport come diritto umano fondamentale e come “fatto sociale totale” nel quale leggere dinamiche sociali e culturali più ampie, sulla scia dell’antropologo Bruno Barba (la definizione compare in Il corpo, il mito, il rito, Einaudi, 2021), e sul rapporto tra pratica sportiva agonistica e progetto. I punti di contatto tra le due attività, d’altronde, non sono mai mancati: come spiega Novati,  sia il designer che lo sportivo professionista “procedono per tentativi, entrambi vivono di iterazioni, fallimenti e correzioni” millimetriche. In entrambi i casi, “la qualità nasce dal processo, da una continua e sottile tensione verso il miglioramento che trasforma sia il gesto che l’oggetto. L’atleta ripete lo stesso salto, la stessa traiettoria, la stessa partenza centinaia di volte, intervenendo ogni volta su una postura, una spinta, un tempo d’appoggio. Il designer, allo stesso modo sperimenta decine di variazioni di uno stesso oggetto, cambiando sezioni, pesi, materiali e curvature”. A cambiare, al limite, è l’arena in cui avvengono questi aggiustamenti continui, poiché l’atleta interviene su se stesso, sul proprio corpo e sulle proprie prestazioni, il designer sull’ambiente esterno e sugli strumenti che rendono possibili quei risultati.

Terra rossa. Davis, 2025Ph. Michele Nastasi
Terra rossa. Davis, 2025. Photo Michele Nastasi

Gli oggetti in mostra all’ADI Design Museum

Posizionati come se fossero spettatori sulle tribune in alluminio di uno stadio immaginario, nell’allestimento curato da DFC Studio con strutture smontabili e rivestimenti ricavati da piste di atletica dismesse, troviamo sci, caschi, pinne, clavette, biciclette da gara, bustine di integratori, attrezzature biomediche e protesi concepite per aiutare gli atleti paralimpici a superare i limiti imposti dal loro corpo. Solo alcuni tra questi pezzi sono stati disegnati da progettisti famosi: le fiaccole olimpiche di Torino 2006 design Pininfarina e di Milano Cortina 2026 di Carlo Ratti, o ancora la tavola da surf Dolfin di Giulio Iacchetti per Surfer’s Den (del 2014) parte di una serie ispirata alle pinne caudali dei grandi abitanti del mare come i delfini, le orche e gli squali. “Si dice che una foresta che cresce non faccia rumore”, chiarisce il curatore della mostra Davide Fabio Colaci. “Penso che sia vero. Per questo, un po’ in controtendenza con tante letture dello sport abbiamo scelto di dare voce a tutta una ricerca silente che spesso non vive di grandi firme e di grandi designer ma viene portata avanti nei centri di ricerca delle aziende o in ambito accademico”.

Sistema protesico SoftFoot Pro. IIT, 2024Ph. Michele Nastasi
Sistema protesico SoftFoot Pro. IIT, 2024. Photo Michele Nastasi

Lo sport come fenomeno sociale e inclusivo

Per fare da contraltare a questi cento oggetti, a testimonianza della volontà di spingersi oltre i confini del mondo del progetto per ragionare sullo sport come fenomeno sociale, sono state selezionate venti “super storie”. Momenti in cui un gesto, non necessariamente tecnico, rompe le consuetudini e apre la strada a un cambio di paradigma. Alcuni di questi frammenti di storia delle Olimpiadi o delle Paralimpiadi (in tutta la mostra non si fanno differenze tra le une e le altre, trattate esattamente sullo stesso piano) stanno tornando sotto la lente della cronaca proprio in questi giorni, per esempio il “salto mortale” all’indietro proposto dalla pattinatrice Surya Bonaly durante i Giochi Invernali di Nagano 1988 come una ribellione contro l’establishment del ghiaccio che non riconosceva il suo stile anticonvenzionale e la sua fisicità. Un “trick” allora proibito e sanzionato, e oggi effettuato in tutta legittimità da talentuoso Ilia Malinin sotto lo sguardo della giuria. In uno spazio comune al centro del percorso espositivo, invece, viene proiettata Rivincite, un’installazione video di Somewhere Studio che racconta storie di inclusione e resilienza. Una di queste riguarda il ritorno all’acqua clorata del plurimedagliato campione di nuoto sincronizzato Giorgio Minisini, a poco più di un anno dal ritiro, nella veste di allenatore per il Progetto Filippide, una realtà che coinvolge ragazzi con autismo e malattie rare preparandoli a competere in diverse discipline sportive.

Giulia Marani

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Giulia Marani

Giulia Marani

Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per…

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