A Riyadh l’arte contemporanea torna a essere protagonista con la Diriyah Biennale 2026
Sperimentazione, apertura, diversità questi i temi che, senza tralasciare la spiritualità, attraversano la terza edizione della prima manifestazione saudita dedicata all’arte contemporanea, portando nel JAX District della capitale saudita oltre 70 artisti da tutto il mondo
In Interludes and Transitions è il tema della Diriyah Biennale 2026, al JAX District di Riyadh. Oltre settanta artisti dai cinque continenti si confrontano sul tema della transizione, inteso come la relazione tra l’essere nel mondo materiale (fisicità) e l’aspirazione a qualcosa che va “oltre” (trascendenza); indagine condotta puntando l’attenzione sulle differenze, sulla loro varietà, senza cercare omologazione o forzata armonia. Come già nell’edizione 2024, l’orizzonte geografico spazia dall’Asia all’Africa, all’America Latina, con “incursioni” nel mondo occidentale e una nutrita presenza artistica femminile. Per i visitatori occidentali la Biennale è un’occasione per conoscere interessanti artisti che difficilmente trovano spazio nei musei europei o statunitensi, eccezion fatta per gli artisti della diaspora o per nomi ormai conclamati come Guadalupe Maravilla. Una Biennale che guarda all’anima più che alla materia, e continua a dare voce ai popoli del Sud del mondo.

La transizione al centro della terza edizione della Diriyah Biennale
Anche la terza edizione della Diriyah Biennale si svolge nel segno del radicamento nella cultura araba, indagando i processi di transizione, riferimento imprescindibile per le comunità nomadi della regione che, sin dall’antichità, definiscono il loro rapporto con il mondo attraverso i fenomeni naturali che interessano il deserto, primi fra tutti i venti. I venti accompagnano fenomeni transitori come le tempeste di sabbia, frequenti nella Penisola Araba, o il volo di cinque milioni di uccelli che ogni anno migrano dal Mar Rosso all’Oceano Indiano e viceversa. Processi transitori che, portando con sé suoni e colori, modificano provvisoriamente una situazione, scomparendo e ritornando ciclicamente. In linea assoluta, il tempo presente è formato da una miriade di transizioni che lo ridefiniscono continuamente, in modo diverso da luogo a luogo; milioni di presenti fatti di relazioni, voci, suoni, condizioni ambientali. Ma il legame con la memoria è indispensabile, per ancorare nel tempo questi milioni di momenti che l’insita natura transitoria altrimenti cancellerebbe. Come ha scritto la poetessa e artista Etel Adnan, “La memoria e il tempo, entrambi immateriali, sono fiumi senza argini, in continua fusione. Entrambi sfuggono alla nostra volontà, anche se dipendiamo da loro. Misurati, ma da chi o da cosa? L’uno è dentro, l’altro fuori, o almeno così sembra, ma è vero?”
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A Riyadh con la Diriyah Biennale si riflette sulla percezione della realtà
La Biennale si apre con la sezione Disjointed Coreographies, gli artisti si confrontano con il loro rapporto con il passato, celebrano l’eredità di personaggi storici e culturali e raccontano le storie che plasmano il loro mondo. Qui, il passato non si allontana, ma procede a grandi passi accanto al presente. Insieme, queste opere celebrano il collettivo sull’individuale, il rituale sulla documentazione, il processo sul risultato e il microscopico sul monumentale. Fra le opere più significative, quelle che prendono coscienza del dramma dei popoli oppressi, in Medio Oriente come in Europa. Con l’installazione Very volcanic over this green feather (2021) il kosovaro Petrit Halilaj scava nella recente e tormentata storia del suo Paese natale, fra memorie di guerra e di sfollamenti, nel tentativo di mediarle fra il livello collettivo e quello personale; il dramma del singolo e il dramma del popolo si coagulano in ambienti immersivi fatti di immagini intime, spesso a carattere biografico; un’opera profonda, che si “legge” come un romanzo di Ivo Andrić.
Su un piano simile, il palestinese di Gaza Hazem Harb, lavorando principalmente con il collage, affronta l’identità palestinese, l’esperienza diasporica e le conseguenze fisiche ed emotive dello sfollamento; nella serie Gauze (2023-24) suggerisce che questa parola inglese traducibile in “garza”, prenda origine dalla ona di Gaza, dove sin dall’antichità veniva prodotto questo materiale sanitario per avvolgere parti del corpo e proteggere le ferite; formando corpi umani con collage di pezzi di garza, appunto, l’artista rievoca le terribili immagini delle recenti sofferenze del popolo palestinese, falcidiato dai bombardamenti dell’aviazione dell’artiglieria israeliana. In questo contesto, la garza fa riferimento al kafan, il telo bianco tradizionalmente usato per avvolgere i corpi prima di una sepoltura musulmana, evocando i numerosi cadaveri di Gaza.
Il punto di vista sull’osservazione della realtà si allarga nella sezione A collective observation, che rilette sulla pluralità di sistemi di conoscenza e tecnologie che plasmano il modo in cui percepiamo il mondo, dall’interpretazione del cosmico e del geologico, alla lettura di dati e modelli basati sull’intelligenza artificiale. La prospettiva storica è un paradigma imprescindibile, e l’iracheno Rand Abdul Jabbar vi attinge per l’installazione A Tale Before the Deluge (2026) costituita da strati di immagini che oscillano tra esperienza vissuta, storia e mitologia, riecheggiando la rottura e il rinnovamento della vicenda del diluvio, riletta dalle culture del mondo. Un’opera che “fotografa” quel delicato momento prima che le acque si innalzino, quando le storie circolano ancora e il futuro rimane incerto.

Suoni e linguaggi nella Diriyah Biennale al JAX District
Fenomeno transitorio fra i più impalpabili, il suono costituisce però una parte importante della produzione culturale dei popoli di tutto il mondo, ma è anche la testimonianza dell’attività umana e del “brulicare” della natura. Nella sezione A forest of echoes sono esposte opere che indagano l’importanza del suono nel mondo. Il barenita Faisal Samra, pioniere dell’arte concettuale in Medio Oriente, con il progetto Immortal Moment indaga l’essenza delle azioni umane che lasciano tracce nel mondo fisico; attraverso una coreografia improvvisata catturata in video, trasforma la superficie in un luogo di resistenza dove impulso, ripetizione e resistenza coesistono. Il salvadoregno Guadalupe Maravilla, nella serie di sculture Disease Throwers (2019-24), richiamano i rituali sciamanici per la cura del corpo e dell’anima, e richiamano i bagni sonori meditativi cui si sottopone lo stesso artista per generare vibrazioni terapeutiche.
La sezione A Hall of chants riflette su come il linguaggio possa essere un collegamento con il passato e un portale verso altri luoghi, e come le storie creino “risonanze” fra zone diverse del mondo; opere che ci trasportano in un campo di riverberi, dove lasciarsi prendere dal “ritmo” del mondo e assorbire le “vibrazioni” culturali dei diversi popoli. Le opere della sezione affrontano linguaggi che si rifanno a epoche diverse; ad esempio, l’indiano Rajesh Chaitya Vangad nel suo dipinto Untitled (2018) si rifà ai motivi tradizionali Warli, tipici della regione lungo il confine tra Maharashtra e Gujarat. Creati in contesti rituali per commemorare matrimoni, raccolti e feste, i dipinti Warli spesso raffigurano feste e danze che trasmettono l’interconnessione degli esseri umani con la natura e il cosmo. Quest’arte tribale impiega un linguaggio visivo di forme geometriche di base: il cerchio per il sole e la luna, il triangolo per montagne e alberi e il quadrato per i recinti sacri e i luoghi sulla terraferma. In quest’opera Vangad mette in primo piano il tarpa, uno strumento musicale e una danza eseguita nelle notti di luna per celebrare il raccolto; un’opera che è una cosmologia visiva: una danza che incarna la visione del mondo Warli, in cui il tempo è ciclico e il rituale, la vita e il pianeta sono interconnessi.
L’Italia alla Diriyah Biennale di Riyadh
La scenografia della mostra è stata sviluppata dallo studio di design italiano Formafantasma, il cui approccio privilegia la coreografia piuttosto che la monumentalità. La Biennale è concepita come una sequenza di movimenti attraverso lo spazio, in cui le opere d’arte si incontrano come parte di un flusso ritmico più ampio. Questa logica spaziale rispecchia l’enfasi curatoriale sulle processioni, con opere che si dispiegano attraverso prossimità, sovrapposizione e transizione. Anziché isolare singole pratiche, la mostra incoraggia gli spettatori a sperimentare come storie, materiali e gesti circolino e mutino durante il loro movimento. Di rilievo anche la presenza artistica italiana alla Biennale, con la mostra Echoes of Movement nel JAX District, con opere di Davide Rivalta e Mimmo Paladino, due artisti le cui pratiche occupano un posto significativo nell’arte e nella cultura visiva italiana contemporanea. Promossa dall’Ambasciata d’Italia a Riyadh e curata da Paolo Vanino, Addetto Culturale dell’Ambasciata d’Italia a Riyadh la mostra è un dialogo tra Arabia Saudita e Italia. Dopo il monumentale cammello di Rivalta, la mostra entra nel vivo con le incisioni di Paladino ispirate al De arte venandi cum avibus, trattato di falconeria dell’Imperatore Federico II di Svevia, che fu un grande ammiratore della cultura araba, ambito in cui la caccia con il falcone era ben conosciuta e praticata. Un dialogo fra Europa e mondo arabo che risale la china dei secoli nel solco della memoria e dell’arte.
Niccolò Lucarelli
Jax District – Riyadh // fino al 2 maggio 2026
In Interludes and Transitions
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