Lust for Life

Informazioni Evento

Luogo
TIM VAN LAERE GALLERY
Via Giulia, 98, 00186 Roma, RM, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al
Vernissage
14/02/2026

ore 17

Generi
arte contemporanea, collettiva

Prendendo in prestito il titolo dall’iconico brano di Iggy Pop, Lust for Life si propone come una risposta alla tensione e all’incertezza del presente.

Comunicato stampa

Tim Van Laere Gallery Rome è lieta di presentare Lust for Life, una mostra collettiva con opere di Carroll Dunham, Gelitin, George Grosz, Sarah Lucas, Ben Sledsens, Rinus Van de Velde, Franz West e Rose Wylie. Prendendo in prestito il titolo dall’iconico brano di Iggy Pop, Lust for Life si propone come una risposta alla tensione e all’incertezza del presente. Invece di chiudersi in sé, la mostra pone l’accento su energia, desiderio, ironia, spirito di sfida e sull’irriducibile impulso a creare. Attraverso generazioni e sensibilità differenti, questi artisti condividono un interesse per l’esperienza intensa e quasi esplosiva dell’essere vivi, e concepiscono l’arte come uno spazio in cui tale vitalità può essere esplorata, celebrata e percepita.
Le opere The Invasion e Waiting for Better Times di George Grosz occupano una posizione centrale all’interno della mostra. Realizzate rispettivamente nel 1947 e nel 1933, queste opere risuonano con forza nel nostro presente. Esse mostrano la voglia di vivere rovesciata: cosa accade quando quella forza vitale viene bloccata, corrotta o arruolata dall’ideologia e dal potere. Grosz rappresenta un mondo in cui i corpi continuano a muoversi e ad agire, ma la vitalità è stata svuotata di piacere, tenerezza e possibilità di scelta. Il desiderio non è scomparso: è stato trasformato in un’arma. La vita prosegue, ma in uno stato di malnutrizione morale e spirituale. Le figure in The Invasion appaiono spinte da una forza esterna più che realmente vive. Marciano, brandiscono, pungolano e seguono, come se fossero intrappolate in una trance collettiva. In Waiting for Better Times, Grosz ritrae due persone in uno stato quasi congelato. L’impassibilità non è assenza di attività, ma assenza di presenza. Grosz mette a nudo una società in cui l’intensità esiste sotto forma di violenza, frenesia e spettacolo, ma è recisa da ogni cura, ironia o sensualità: un’intensità senza intimità. È il prezzo di un mondo che reprime il desiderio invece di permettergli di essere disordinato, reciproco e umano. Là dove altri insistono sul restare sensibili, Grosz mostra cosa accade quando la sensazione viene appiattita in obbedienza e crudeltà. Eppure questi disegni sono ferocemente vivi. Le linee nervose, i colori acidi, il dettaglio maniacale: tutto pulsa di urgenza. Grosz rifiuta la passività come artista proprio mentre la raffigura come condizione sociale. Questa tensione è fondamentale: le opere non anestetizzano lo spettatore, lo scuotono. Mantengono la percezione vigile. Questi lavori segnano il tono più oscuro della mostra e ci ricordano che la voglia di vivere non è garantita: va difesa. Quando alla vitalità viene negato lo spazio per essere goffa, erotica, ironica o tenera, essa non scompare, ma muta. Grosz ci mostra questa mutazione con brutale chiarezza, rendendo le sue opere non delle eccezioni, ma l’ombra che conferisce senso e urgenza all’intera esposizione. Esse riflettono il bisogno umano di mantenere sempre viva la speranza che possano arrivare tempi migliori.
La mostra si muove tra pittura, scultura e opere su carta e si sviluppa come una serie di incontri, talvolta teneri, talvolta abrasivi e spesso irriverenti, in cui corpi, fantasie, memorie e icone culturali entrano in collisione. La figurazione scivola nella caricatura, l’intimità vira verso il grottesco e l’avanguardia si confronta all’immaginario popolare. Ne risulta un linguaggio visivo dichiaratamente umano: disordinato, ironico, erotico, malinconico e intensamente vivo. All’interno della galleria, i gesti oscillano tra vulnerabilità e spavalderia, mentre linee delicate e colori saturi convivono con una fisicità diretta e con l’eccesso materiale. Si avverte un persistente senso di gioco, ma anche di resistenza: contro il decoro, contro la disperazione, contro l’ottundimento della sensibilità. Attraverso corpi esagerati, prospettive deformate o riletture sovversive di immagini familiari, le opere rivendicano il sentire come forza vitale, dando spazio al piacere, alla goffaggine, al desiderio e alla risata.
In un’epoca in cui la vita passa sempre più attraverso schermi, metriche e linguaggi di crisi, la voglia di vivere si trasforma in una forma di resistenza. Non è ottimismo né negazione, ma un rifiuto di anestetizzarsi, una scelta di restare sensibili e di sentire desiderio, disagio, ironia, piacere e contraddizione, anche quando il mondo spinge al distacco o alla stanchezza. Questa voglia di vivere si manifesta attraverso eccesso, goffaggine e corporeità. Abita in corpi indomabili, in cariche sessuali che divertono più che apparire glamour, in forme che si gonfiano, si accasciano o si distendono invece di “comportarsi”. In una cultura ossessionata dal controllo, dall’efficienza e dalle identità levigate, questi gesti affermano il corpo come qualcosa di disordinato, libidinale e vivo. Qui il desiderio non è raffinato; è prova di vitalità. Allo stesso tempo, la voglia di vivere può essere quieta e attenta. Si manifesta nella lentezza, nella devozione agli interni, ai giardini, ai rituali quotidiani e agli atti di cura. In un mondo guidato dall’urgenza e dallo spettacolo, scegliere morbidezza e bellezza senza ironia diventa radicale. Soffermarsi, osservare da vicino, dipingere o costruire come gesto di attenzione significa proteggere la vita interiore dall’erosione provocata dall’allerta costante. C’è anche umorismo: crudele, ridicolo, collettivo, che rifiuta la serietà come unica risposta valida alla crisi. Risata, partecipazione e vicinanza fisica diventano strumenti di sopravvivenza. Nel caos e nell’assurdità di questi gesti, si reagisce all’isolamento e alla privatizzazione dell’esperienza, ricordandoci che la vita non è fatta per essere vissuta da soli o a distanza.
Lust for Life non propone l’ottimismo come soluzione al momento presente. La mostra afferma piuttosto la resistenza e sostiene che piacere, desiderio, ironia, cura ed eccesso non sono distrazioni dalla realtà, ma modi per restarvi pienamente immersi. In un mondo che trae vantaggio dall’esaurimento e dal distacco, scegliere l’intensità e decidere di rimanere sensibili, goffi e vigili diventa un atto quietamente radicale. Voler vivere oggi significa rifiutare l’idea che la disperazione sia la risposta più “intelligente” e scegliere la presenza invece della paralisi. Significa accorgersi di come la luce del sole colpisca un tavolo da cucina, o di come una canzone possa ancora togliere il respiro, e permettere a queste esperienze di contare. Non perché risolva qualcosa, ma perché ti ricorda che sei ancora qui, e che essere qui non è neutrale.