I nomi importanti del mondo dell’arte che compaiono nei documenti di Epstein

I documenti resi pubblici tra il 2025 e il gennaio 2026 riaccendono l’attenzione sui legami tra Jeffrey Epstein e il sistema dell’arte. Tra opere provocatorie, relazioni personali e donazioni, musei e protagonisti culturali fanno i conti con un passato ingombrante

Morto nel 2019 in carcere in un apparente suicidio mentre era detenuto e sotto accusa per presunti reati legati al traffico sessuale, Jeffrey Epstein non aveva costruito soltanto una rete di contatti nel mondo della finanza, della scienza e della tecnologia. La sua capacità di frequentare élite diverse aveva toccato anche l’arte: collezionisti, galleristi, artisti, consigli d’amministrazione e progetti culturali. Oggi, con il rilascio di nuove tranche di documenti e scambi email desecretati (alcuni risalenti al 2012 e resi pubblici nel 2026), quel capitolo viene riletto con maggiore severità, e con una domanda che torna ossessiva: quanto e come il mondo dell’arte ha contribuito, anche involontariamente, a “normalizzare” una figura già segnata da una storia giudiziaria e da accuse gravissime?

I “nodi” del 2026: collezionisti e dirigenti culturali nelle carte del DOJ

Il gennaio 2026 porta in primo piano i rapporti con figure di vertice. Ronald Lauder compare ripetutamente nei file: email del 2017 mostrano assistenti che organizzano pranzi e telefonate, e promemoria di calendario suggeriscono incontri pianificati. Epstein risulta anche aggiornato su operazioni di Lauder, incluso un accordo su un’opera di Kurt Schwitters posseduta con Leon Black; in un passaggio avrebbe chiesto documenti sensibili (dichiarazioni fiscali e testamento), citando “guidance”. Altro nome centrale: David A. Ross, ex direttore di Whitney e SFMOMA e poi presidente SVA. Le email indicano un rapporto personale: nel 2015 scrive di essere “orgoglioso” di chiamarlo amico; discutono anche temi culturalmente controversi (Polanski, Richard Prince). Dopo le rivelazioni, SVA ha comunicato le dimissioni di Ross. Dalla Francia emerge Jack Lang: i file del 2026 riportano contatti su diversi temi (anche immobili in Marocco). Lang ha detto di essere stato “colto di sorpresa” dalle accuse; nei documenti figura anche la figlia Caroline, legata a una società con Epstein (Prytanee LLC) nata nel 2016 e poi abbandonata dopo l’emersione dei crimini, con Epstein descritto come “appassionato di arte contemporanea” e interessato a un fondo per artisti.

Leon Black: soldi, musei, transazioni e cause

Il caso più pesante resta Leon Black. Nel 2019 fece discutere la presenza di Epstein nei documenti della Leon Black Family Foundation anche dopo il 2008; la fondazione parlò di errore e di dimissioni risalenti al 2007. Nel 2021 un’inchiesta stabilì che tra il 2021 e il 2017 Black aveva pagato 158 milioni di dollari a Epstein per delle consulenze: Black si dimise da Apollo e lasciò ruoli apicali al MoMA (pur restando trustee). Nel 2023 chiuse con le Isole Vergini un accordo da 62,5 milioni per rivendicazioni legate a Epstein, senza accuse di illecito. Tra 2025 e 2026, nuove carte collegano Epstein anche a dinamiche d’acquisto di opere di altissimo valore (incluso un Picasso da 115 milioni) con possibili passaggi in gallerie top come Gagosian.

I nomi importanti del mondo dell’arte che compaiono nei documenti di Epstein
I collezionisti Leon e Debra Black. Photo Andrew toth. Courtesy Museum of Modern Art

Steve Tisch, Jean Pigozzi, Jeff Koons: email, inviti, cene (e imbarazzo pubblico)

Nei file recentemente rilasciati compaiono anche scambi tra Epstein e il produttore cinematografico Steve Tisch: messaggi su donne con toni oggettivanti; in sua discolpa, Tisch ha parlato di “breve associazione”, dicendo di non aver accettato inviti e di non essere mai stato sull’isola. Il noto collezionista Jean Pigozzi appare in email simili e in contatti con “Gmax” (verosimilmente Ghislaine Maxwell, condannata a 20 anni di carcere nel 2022 per adescamento di minori e altri reati commessi in concorso con Epstein, suo ex compagno). Anche Pigozzi, come Tisch, si è dissociato dalle attività criminali di Epstein, definendo quelle email “stupide” e negando qualsiasi coinvolgimento con “ragazze”. Sul fronte artisti, spicca Jeff Koons: documenti indicano tentativi di visita in studio (con Woody Allen) e inviti a cene; Koons ha confermato una cena ma ha negato un rapporto continuativo e non ricorda visite in studio.

Serrano, Kleman e la “normalità” del mercato: quando l’arte diventa copertura

Nel 2025 compaiono email del fotografo Andres Serrano, noto per le sue opere “controverse” che includono foto di cadaveri, immagini di fluidi corporei di vario genere e la famosa Piss Christ, che raffigura un crocifisso immerso in un bicchiere colmo di urina dell’artista stesso. Serrano – che viene citato, nei file, anche per aver realizzato un ritratto di Epstein – ha detto di non ricordare alcuna email. Nel mercato, l’art dealer Leah Kleman viene descritta come parte del circuito sociale: avrebbe raccontato trattative “da film”, con Epstein alla ricerca di opere “shock” e di sconti, segnalando come l’arte potesse servire a impressionare e costruire status.

I nomi importanti del mondo dell’arte che compaiono nei documenti di Epstein
Andres Serrano. Linda Nylind for the Guardian

Il nodo della New York Academy of Art e il caso Maria Farmer

Epstein fu membro del board della New York Academy of Art tra il 1987 e il 1994, in una fase in cui l’istituzione cercava sostegno finanziario e relazioni con collezionisti e mecenati influenti. È in questo contesto che si colloca il caso di Maria Farmer, ex studentessa dell’Accademia. Farmer racconta di aver incontrato Epstein nel 1995 durante un evento espositivo legato alla sua laurea. Secondo la sua testimonianza, resa pubblica negli anni successivi, Epstein si presentò come un potente finanziere e collezionista interessato a sostenere giovani artisti, offrendole inizialmente un impiego professionale: prima come consulente per l’acquisizione di opere d’arte, poi come responsabile dell’ingresso di una townhouse dell’Upper East Side che stava ristrutturando. Nel 1996, Farmer denunciò al New York City Police Department e all’FBI di essere stata violentata da Epstein e che anche la sorella Annie, allora sedicenne, era stata abusata. Nelle sue denunce indicò come coinvolta anche Ghislaine Maxwell, descritta come figura attiva nel facilitare e normalizzare gli abusi. All’epoca, le segnalazioni non portarono a conseguenze giudiziarie immediate. Nel 2019, un’inchiesta del New York Times ricostruì in dettaglio la sequenza degli eventi, portando per la prima volta al grande pubblico il racconto di Farmer. In seguito, la New York Academy of Art dichiarò di aver avviato una riflessione interna e di aver istituito protocolli più stringenti sui rapporti tra collezionisti, donatori e studenti, con l’obiettivo di prevenire situazioni di abuso o conflitti di interesse. Questo caso è oggi considerato emblematico perché mostra come il prestigio culturale e accademico possa diventare un vettore di accesso e di vulnerabilità: la combinazione di filantropia, promesse professionali e autorità istituzionale creò un ambiente in cui le denunce di una giovane artista rimasero inascoltate per decenni. È proprio su questo punto che la vicenda Farmer continua a interrogare il mondo dell’arte: non solo su “chi sapeva”, ma su come le strutture di potere e di legittimazione abbiano reso possibile il silenzio.

Cosa resta: reputazione, governance e la domanda sulle “porte d’ingresso”

Il quadro che emerge dai documenti non è soltanto un inventario di nomi e relazioni, ma la descrizione di un modello di accesso collaudato. Epstein utilizzò l’arte come infrastruttura sociale: donazioni anche relativamente modeste ma simbolicamente efficaci, inviti a cene e vernissage, promesse di investimenti culturali, interesse per opere “a effetto” capaci di segnalare status. In questo schema, l’arte funziona da passaporto reputazionale, capace di aprire porte istituzionali e private, normalizzare presenze e abbassare le difese critiche. Anche in assenza di complicità attiva, basta l’inerzia dei sistemi culturali, spesso abituati a confondere filantropia e affidabilità. Consigli d’amministrazione, scuole, musei e fondazioni tendono a premiare il capitale relazionale e finanziario, delegando a procedure minime la verifica delle fonti e dei comportamenti. Così, l’accesso diventa cumulativo: una donazione legittima un invito, un invito genera prossimità, la prossimità produce ulteriore legittimità. La lezione per il settore è strutturale. Non si tratta solo di “chi sapeva”, ma di come funzionano i filtri. Due diligence robuste, protocolli chiari sui rapporti con donatori e collezionisti, separazione netta tra sostegno economico e accesso personale sono strumenti necessari. In assenza di questi, la reputazione concessa troppo facilmente può trasformarsi in copertura, e il sistema culturale rischia di diventare, anche senza intenzione, parte attiva nella costruzione di potere e credibilità per chi non dovrebbe averne.

Laura Cocciolillo

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Laura Cocciolillo

Laura Cocciolillo

Laura Cocciolillo (Roma, 1997), consegue la laurea triennale in Studi Storico-Artistici presso la Sapienza di Roma. Si trasferisce poi a Venezia, dove consegue la laurea magistrale in Storia delle Arti, curriculum in Arte Contemporanea. Specializzata in arte e nuove tecnologie…

Scopri di più