Antonia Ricciardi – Madre Mia
Comunicato stampa
Antonia Ricciardi (Sant’Angelo dei Lombardi, 1998) raccoglie in un corpus di opere una ricerca di stampo antropologico e auto-etnografico che spazia dai rituali d’iniziazione della Grecia antica alla psicologia archetipica di James Hillman in un’indagine concentrata sull’eredità matrilineare dei saperi e delle tradizioni. L’accuratezza dei riferimenti storici e di ricerca compone un organo coerente, espressione di un impulso creativo che conferisce voce a una storia familiare raccontata attraverso il corpo e le sue rappresentazioni.
Opere come L’altalena delle vergini (2025) sono il risultato artistico di una ricerca che riprende il rito di iniziazione femminile dell’Aiora, praticato nell’Atene dell’età classica, durante il quale giovani vergini usavano dondolare su altalene comuni: un rito collettivo che segnava il passaggio all’età adulta, una metafora simbolica che esorcizzava la morte per impiccagione raccontata nel mito di Erigone attraverso l’oscillazione dei corpi.
La video performance e l’installazione ripropongono l’oscillazione di un corpo sospeso in una memoria del gesto condivisa e spostano una rappresentazione simbolica carica di riferimenti storici, mitologici e antropologici in tradizione, genealogia e eredità. Nella ricerca di Ricciardi è infatti presente una forte componente autobiografica, legata alla tradizione familiare della panificazione: un’eredità che l’artista raccoglie dalle mani della nonna.
Così l’opera diventa dispositivo attivo di memoria personale, nato dalla volontà di continuare la pratica di un patrimonio immateriale in lento decadimento. Le bambole impastate, composte e cotte sono come feticci o icone che, deformandosi durante la lievitazione, cambiano ugualmente la loro forma nei passaggi della memoria. L’atto del mangiare le bambole si esplica in azione metaforica e ricorda una ciclicità generativa nella quale l’ultimo sostituisce il precedente e, nutrendosene, lo rinnova. Il protagonismo delle bocche che mangiano, riprese continuamente nella video performance, e le voci intrecciate e distorte, diventano espedienti semantici utili a evidenziare l’importanza della trasmissione delle tradizioni orali e di una ritualità del gesto, sottolineando le possibilità del corpo come veicolo di continuità.
Le opere nel loro insieme si fanno risultato di una ricerca condotta tra tradizione familiare, rito e archetipo utilizzando il corpo, la voce e il gesto come campi di applicazione.
Il corpo assume nella ricerca di Ricciardi un nuovo protagonismo: rappresentato come spoglia di un destino individuale già segnato è oggetto passivo dello sguardo e delle aspettative altrui, inevitabilmente costretto alle logiche di un’ideale età adulta, strappato al suo daimon, frustrato nella sua natura (Curricolo, 2023). Oppure effigie artigianale e sacra, manufatto composto e diviso tra desiderio e possibilità, tra azione e impotenza, tra destino sognato e realtà inevitabile; un corpo contorto, piegato e scomposto: un simbolo universale di pathos, un corpo sofferto (Animus 2023).
Madre mia è un vocativo assoluto comune alla tradizione dialettale partenopea di cui l’artista fa parte. Si esclama e si sussurra davanti allo stupore per l’inaspettato; si fa eco del sussulto per le sorti avverse. È la paura e la meraviglia, un’esortazione alla resistenza, un grido di aiuto e l’esplosione davanti all’imprevedibile. Madre mia è il richiamo al luogo sicuro di una comune origine, un luogo che sia un salvo riparo, abbraccio materno, comune consolazione. Un appello sospeso nelle opere dell’artista che si esprime tra rilettura storica e vicenda familiare.