Lo Strillone: Steve Jobs non voleva lo slogan “Think different” su Il Messaggero. E poi la furia dell’Isis, Capo Colonna, la cultura che paga

Lo slogan De Beers “Un diamante è per sempre”? Fu coniato nel lontano 1947, e ancora resta un esempio di comunicazione. Il Messaggero dedica un ampio e imperdibile articolo alla storia degli slogan: che racconta, per esempio, che Steve Jobs non voleva “Think different”, che poi ebbe una parte cospicua nel successo della Apple. “Uno […]

Quotidiani
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Lo slogan De Beers “Un diamante è per sempre”? Fu coniato nel lontano 1947, e ancora resta un esempio di comunicazione. Il Messaggero dedica un ampio e imperdibile articolo alla storia degli slogan: che racconta, per esempio, che Steve Jobs non voleva “Think different”, che poi ebbe una parte cospicua nel successo della Apple. “Uno slogan funziona quando rappresenta l’identità di marca, spiega Carlo Noseda, presidente IAB Italia e amministratore delegato M&C Saatchi. Deve arrivare a pancia e cuore. I più efficaci sono quelli che si usano da sempre, ma le aziende si annoiano prima di quanto non accada ai consumatori”. Il mitico “Just do It” di Nike? “Sembra invitare ad iniziare attività, ma nasce dalla fine. A ispirare Dan Wieden fu Gary Gilmore, condannato a morte per una serie di reati, che, quando gli furono chieste le sue ultime parole, disse solo: ‘Let’s do it’, facciamolo. Wieden si limitò a sostituire ‘Let’s’ con ‘just’ e la fine divenne inizio”.

Così abbiamo distrutto il palazzo di Nimrud“. Su La Repubblica l’ultimo “bollettino di guerra” sulla furia dell’Isis contro il patrimonio archeologico, ovvero contro il Partenone dell’Assiria: “L’abbattimento era stato annunciato dal Califfato il 6 marzo, ma solo oggi arriva l’incredibile sequenza”. I suoi rilievi in gran parte sono conservati fra Londra, New York, Parigi, Berlino: e per una volta bisogna paradossalmente ringraziare le spoliazioni colonialiste. Anche sul Corriere della Sera un “bollettino di guerra”, stavolta tutto italiano, con una nuova puntata delle inchieste di Gian Antonio Stella sui mali culturali: si parla delle rovine dell’antico Foro di Capo Colonna, in Calabria, che sono state coperte con un “tappo” di cemento armato. “Ma (a volte) la cultura paga e a Milano è un business”: titola così Il Giornale, che riferisce di due casi di istituzioni culturali meneghine virtuose, che hanno superato brillantemente anche l’esame Corte dei Conti: La Triennale e il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci.

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Nel 2007 ha curato la costituzione, l’allestimento ed il catalogo del Museo Nino Cordio a Santa Ninfa (Tp). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. Ha collaborato con diverse riviste specializzate, e nel 2008 ha co-fondato il periodico Grandimostre, del quale è stato coordinatore editoriale. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.