Sky Arte update: la rivoluzione secondo Alfredo Jaar in mostra alla Fondazione Merz. Tra un tappeto di specchi infranti e l’omaggio a Boetti, Pasolini, Gramsci e naturalmente Mario Merz

Un tempo qui si lavorava su cilindri, pistoni e cinghie di trasmissione. Oggi al rombo dei motori si sostituisce il crepitare sommesso di passi incerti, tentennanti. Equilibri fragilissimi quelli a cui costringe Alfredo Jaar, in mostra alla Fondazione Merz di Torino, negli spazi che un tempo furono della centrale termica delle Officine Lancia. L’elefante del […]

I vetri di Jaar alla Fondazione Merz

Un tempo qui si lavorava su cilindri, pistoni e cinghie di trasmissione. Oggi al rombo dei motori si sostituisce il crepitare sommesso di passi incerti, tentennanti. Equilibri fragilissimi quelli a cui costringe Alfredo Jaar, in mostra alla Fondazione Merz di Torino, negli spazi che un tempo furono della centrale termica delle Officine Lancia. L’elefante del conformismo è entrato nella cristalleria della Storia, e il risultato è stato naturalmente devastante: milioni di frammenti di vetro e specchio occupano il pavimento nella sua totalità pressoché integrale, trasformando il visitatore in uno stranito cosmonauta, protagonista di un viaggio catartico e doloroso indietro nel tempo. Riannodando i fili di un vissuto insieme individuale e collettivo, introdotto dal monito luminoso di una scritta a led: Abbiamo amato tanto la Rivoluzione.

Un rapido sunto enciclopedico sul tema della reazione, dell’impegno sociale e del ruolo dell’artista come protagonista del proprio tempo quello suggerito da Jaar. Che offre opere ispirate ai vari Antonio Gramsci, Giuseppe Ungaretti e Pier Paolo Pasolini, rivoluzionari per pensieri, parole, opere e mai omissioni; ma seleziona anche visioni altre, sguardi puri nel loro essere laterali. In quella che appare come riottosa wunderkammer si affastellano senza soluzione di continuità testimonianze di Yoko Ono e Alighiero Boetti, Joseph Kosuth e Valie Export; arrivando alle bottigliette di Coca Cola su cui Cildo Meireles stampigliava il suo Yankees go Home! Chiudendo con l’omaggio dello stesso Jaar a Mario Merz: capovolto e quindi illeggibile il neon del ‘70 Sciopero generale azione politica relativa proclamata relativamente all’arte. restituito alla piena comprensione grazie agli oleosi e inquietanti riflessi di una colata di bitume.

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  • Tutto questo gioco di rimandi e citazioni alla rivoluzione è fuori dal tempo. Ci sarebbe da chiosare: avete amato tanto la rivoluzione e non avete pensato al futuro dei vostri figli…

    I vetri e il neon sono il monumento delle “cose a caso”, che però devono dare l’idea di essere impegnate…il mettere i calzari poi, mi sembra di rivedere il luna park per adulti proposto recentemente a Milano da Saraceno (il gonfiabile).

    Nella visita ho avuto la stessa sensazione della mostra la grande magia al Mambo di Bologna…il format mostra d’arte è ormai stantio e resiste in ragione di 4 addetti ai lavori che stanno aggrappati a cose in cui non credono più neanche loro….

    Possibile che non ci sia nessuno che veda certe cose?

  • I casi sono due: o il lavoro vuole essere rivoluzionario oppure l’utilizzo al passato del verbo (“abbiamo tanto amato”) può portare alla conclusione che la rivoluzione l’abbiamo amata ma non ha portato a nulla. In entrambi i casi il lavoro è debole:
    1) nel primo caso il perchè mi sembra ovvio (che rivoluzione è?);
    2) nel secondo perchè si poteva semplicemente esplicitare a parole lo stesso concetto.

    Un consiglio invece per gli spettatori che vogliono incarnare veramente lo spirito rivoluzionario proposto: non mettete quei calzari e entrate a vostro rischio e pericolo con le vostre scarpe. Un’esperienza di camminata diversa dal solito.

  • Debole? ma ci sei stato? Io lo trovato molto intenso, camminare in questo spazio da forti emozioni, poi che il legame fra opera e testo sia + o – forte può starci, ma anche senza testi l’impatto è energico