Quattro milioni alla Fondazione Ravello presieduta da Renato Brunetta? Nessuno scandalo: l’importante è che vengano spesi bene…

L’estate si avvia ad ampi passi verso la fine, ma non altrettanto le polemiche che si definiscono tipicamente “estive”. Quando poi queste, normalmente originate da temi leggeri ed argomentazioni spesso pretestuose, si uniscono alla mai sopita guerriglia politica ed al clima di perpetua campagna elettorale, accadono dei veri paradossi. Avete mai sentito un politico, ma […]

Renato Brunetta

L’estate si avvia ad ampi passi verso la fine, ma non altrettanto le polemiche che si definiscono tipicamente “estive”. Quando poi queste, normalmente originate da temi leggeri ed argomentazioni spesso pretestuose, si uniscono alla mai sopita guerriglia politica ed al clima di perpetua campagna elettorale, accadono dei veri paradossi. Avete mai sentito un politico, ma anche un commentatore, contestare a priori un’amministrazione pubblica che è riuscita nel miracolo di trovare fondi per sostenere due prestigiose e storiche rassegne culturali? Non si fa che lamentarsi perché non arrivano finanziamenti agli enti culturali, e quando arrivano si fanno distinguo.
Accade in questi giorni, alla notizia del finanziamento di quattro milioni di euro destinato dalla Regione Campania al Ravello Festival: con il Pd della Campania fra i primi a salire sulle barricate contro il contributo pubblico alla kermesse estiva. Ma non, chissà perché, contro l’equipollente finanziamento erogato a favore del Giffoni Film Festival. A ben vedere, le motivazioni poi emergono con chiarezza: nel centro del mirino finisce infatti il governatore pidiellino – non certo noto per essere un amministratore che sperpera denari – Stefano Caldoro, reo di aver omaggiato un’istituzione presieduta dal capogruppo alla Camera del Pdl, Renato Brunetta. Critiche formulate “a prescindere”, non per mala gestione del festival.
Le posizioni si radicalizzano, con la Regione pronta a spiegare che si tratta di fondi europei legati al Piano Azione Coesione della Regione Campania, ed il PD ad annunciare un’interrogazione urgente per conoscere i criteri e le procedure utilizzate. Sempre anteponendo l’appartenenza politica al merito della questione, ed ignorando la più liberale delle procedure: Brunetta e il festival metteranno a frutto i contributi innalzando la qualità della rassegna, facendo crescere il territorio culturalmente ed economicamente? Allora l’investimento sarà stato virtuoso; in caso contrario, dati alla mano, allora saranno giuste e anzi necessarie le critiche…

CONDIVIDI
Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Nel 2007 ha curato la costituzione, l’allestimento ed il catalogo del Museo Nino Cordio a Santa Ninfa (Tp). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. Ha collaborato con diverse riviste specializzate, e nel 2008 ha co-fondato il periodico Grandimostre, del quale è stato coordinatore editoriale. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Fa parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.
  • Silvano

    Caro Mattioli, vigilare e chieder lumi per tempo e’ cosa saggia, ed e’ ciò che mi aspetto da ogni opposizione che si rispetti.
    Una insufficiente attenzione critica, o peggio, reciproche tolleranze, hanno invece permesso che il Paese fosse letteralmente mangiato a spizzichi e a bocconi. Non mi basta, e ancor meno mi consola, constatare a posteriori questo risultato. Sarebbe stato meglio inpedirlo. Non so come giudicare la sua “ingenuità”.
    Silvano

  • Cristiana Curti

    Continuo a non comprendere perché gli “onorevoli” debbano presiedere (omaggio, prebenda, premio di fine corso?) istituzioni culturali quando per tutto il tempo del loro discutibile protagonismo in Parlamento non sembra nessuno (di qua, di là, di sotto, di sopra) se ne sia mai occupato o anche minimamente interessato. MAXXI insegna fin troppo bene. Perché Brunetta presidente è riuscito a calamitare una (giusta) attenzione per ottenere i fondi per la fondazione Ravello, cosa gli impedì di farlo prima che diventasse una pedina troppo importante della struttura nel 2011? Perché ora e non allora, se tanto s’interessa all’ente? Cosa c’è a Ravello e dintorni che tanto lo stimola ora (a parte la cittadinanza onoraria, anche quella un’onoreficenza forse un po’ eccessiva, dato che fu di uomini di ben altra statura)? Non mi si dica che un presidente d’istituzione culturale pubblica è più potente di un exministro-parlamentare-capopopolo.
    E’ legittimo sospettare malevole influenze, purtroppo. Ma non è da questa opposizione che possono essere insegnate le belle maniere né le regole del gioco perché questa non solo fu prona al sistema, ma lo condivise in pieno dando spesso il pessimo esempio per prima.
    Fuori la politica dalle televisioni (comunicazione) e dalle istituzioni culturali (educazione e cultura)! Solo così si riuscirà a discutere davvero di scelte motivate e di necessità e urgenze senza temere ingerenze “esterne” di qualsiasi natura.
    L’aria è troppo pesante perché uno come Brunetta, che non incantò nessuno dalle sue parti quando si presentò come candidato sindaco in laguna, non pensi di renderla ancora più densa anche facendo “buone azioni” (sulla carta).
    Mi attendo da Artribune la prosecuzione dell’indagine e l’informazione di quanto prodotto con questi benefici fondi sperando che davvero siano a buon fine, come tutti ci auguriamo. Rimane l’amaro in bocca della constatazione che questa deleteria generazione di politici sia ora all’arrembaggio di ogni cosa possa procurare un prolungamento della propria esistenza pubblica (=potere personale) quando davvero, di questo, non se ne sente il bisogno.

  • >>>come darti torto Cristiana? Mi permetto tuttavia di farti notare che lo scenario presenta dei retroscena, il problema è che vediamo scelte culturali “zdanoviste” in tante istituzioni d’arte anche laddove non sono esplicitamente controllate dalla politica. Il “Contemporaneo” di Mestre ha ospitato la presentazione di una lista politica, e qui a Venezia vi sono diverse realtà d’arte apparentemente “alternative” che manifestano apertamente la loro appartenenza. Tutto è “appartenenza”, prima che “politica”. Question time. In alcune realtà locali registriamo, in atto, una fase di “neo-zdanovismo” (riproposto in chiave radical-chic)?

    • Cristiana Curti

      Capisco bene ciò che dici, daniele. Nel mio intervento tratto solo della punta dell’iceberg e tu molto giustamente allarghi al fenomeno più specifico dell’appartenenza che è compagna o madre del nepotismo in politica. Ma – per iniziare a fare piazza pulita o almeno un po’ di giustizia – mi basterebbe che davvero nessun politico di lungo o breve corso possa aspettarsi di arrivare alla presidenza di istituti culturali pubblici così come si faceva in passato piazzando i suddetti in amministrazioni varie e disparate di enti tecnico-scientifici, economici, sociologici, ecc. Anzi la “novità” dovrebbe far riflettere. Forse è proprio il malcostume primo che garantisce anche i meno visibili soprusi delle realtà locali (ma realtà locale è anche la fondazione Ravello, alla fine). A quanto pare ci hanno insegnato bene e mi chiedo quante generazioni ci vorranno affinché la gente d’italia si “ripulisca” di questo esplicito o sotterraneo malaffare che sopportiamo come fosse ormai cosa contro cui non vale la pena di lottare (a chi importa della cultura di fronte al mare magnum di impellenti necessità quotidiane?).

      • >>>anch’io mi pongo molte domande su questo fenomeno “punta dell’iceberg”… e, in quanto alle spinte che l’hanno determinato, mi limito a registrare come siamo talmente avvezzi all’idea di una “politica” appiattita sullo schema dell’appartenenza urlata, esibita fino alla caricatura-clown, che finiamo per dimenticarci quanto essa sia prassi dell’ascolto e della mediazione

        • >>> ma propenderei per addebitare le cause di questo malcostume allo neo-zdanovismo del sistema dell’arte, i radical chic dell’auenticità simulata, quelli da museo della contemporaneità di stato cioè aree intellettuali spesso legate a doppio filo con le lobby universitarie. Altro fattore >>> il dilagare della logica dell’appartenenza (da noi per pigrizia chiamati politica) non trovano efficaci barriere-confini ad arginarne l’espansione. Il potere rallenta i suoi processi d’espansione solo quando sbatte la faccia contro i micro-confini espressione della società (categorie, associazionismo, ecc…), linee di confine difficilmente rintracciabili nelle istituzioni “internazionali”. Lì il collegamento di democrazia diretta tra cittadino e istituzione si perde nella rete di poltrone degli incarichi, in un “altrove” associabile ad un non-luogo. Per tale ragione “internazionalismo culturale” viene utilizzato ovunque come un alibi per spezzare il collegamento tra istituzione e territorio e avallare le operazioni di lobbismo più disinvolte, creare bolle separate costituite di nomenclatura con pochissimi contatti con la società, assai filtrati.
          Se poi a questo schema aggiungiamo il dato che, in quanto a diritti, la categoria professionale “artisti” sta al disotto del caporalato…

    • andrea

      segnalo il commento di Curzio Maltese su Il Venerdì

      • >>>tks!

      • >>>esempio: Sottobosco di Mestre, caso chiarissimo di apparteneza urlata. Eppure se tu vai a vedere la loro attività ti accorgi che le Politiche Sociali del Comune chiamano loro, altre realtà underground no di certo. E’ proprio zdanovismo di stato. Poi c’è il SALE, poi c’è l’assessore alla cultura Vettese che ha boicottato “OPEN”. Perché? Tutto questo zdanovismo di stato produce, alla fine, un boicottaggio spietato per chiunque rappresenti, rispetto alle loro posizioni, una qualche alterità (anche di poco differente da loro). Non lo si sa e non lo si può dire, ma la Venezia oggi è un inferno di logica dell’apparteneza urlata… Io per essere un artista in qualche modo riconosciuto non sono obbligato a fare una mostra nella sede di un partito!

  • Antonio Giordano

    Chi sa come mai per iniziative culturali effimere (e a volte discutibili) quando sono coinvolti politici con aderenze altolocate i fondi escono fuori e poi si mantegono tagli scolastici vergognosi come il taglio della Storia dell’Arte dagli Istituti Professionali per servizi Turistici, Grafici e Moda: quale formazione culturale potranno avere i futuri operatori turistici, grafici e della moda se non conosceranno nemmeno l’Arte che attira turisti e quindi ricchezza da tutto il mondo? Grazie ad artisti, docenti universitari, storici e critici d’arte, galleristi ed antiquari abbiamo raccolto 1200 firme in una petizione su Avaaz.org e puntiamo alle 2000 firme per consegnarle al Ministro MIUR Maria Chiara Carrozza (della quale apprezziamo l’intelligenza e la sensibilita’ verso il mondo dei docenti precari). La stampa non ha speso una parola contro questo iniquio taglio, quindi aiutateci a condividere la petizione “Ripristinare le 3 ore di Storia dell’Arte negli Istituti Professionali Turistici Grafici e Moda” sul sito Avaaz.org. Grazie a nome dei cultori dell’Arte. La Bellezza ci salvera’. Prof Antonio Giordano

    • andrea

      3 ore, il minimo sindacale

      • >>>grazie dell’informazione Antonio