Ecco come cerchiamo di salvare la Galleria Civica di Trento. Stavolta sono gli artisti ad appellarsi ai critici: rompiamo i silenzi, quelli della politica e quelli dell’AMACI. Parla Daniele Capra

Sono stato invitato a partecipare – assieme ad altri colleghi curatori, tutti giovani – ad uno dei tre appuntamenti nei quali un gruppo di artisti trentini sta elaborando delle proposte da fare alla politica, in particolare all’Assessore alla Cultura della Provincia di Trento, in merito alla Galleria Civica del capoluogo, che è stata smantellata nei […]

Assume vivid astro focus alla Civica di Trento

Sono stato invitato a partecipare – assieme ad altri colleghi curatori, tutti giovani – ad uno dei tre appuntamenti nei quali un gruppo di artisti trentini sta elaborando delle proposte da fare alla politica, in particolare all’Assessore alla Cultura della Provincia di Trento, in merito alla Galleria Civica del capoluogo, che è stata smantellata nei primi mesi dell’anno, nel roboante silenzio generale, Amaci compresa. È un’occasione per ripensare il ruolo degli spazi che si occupano di contemporaneo e forse anche per cambiare atteggiamento nei confronti delle istituzioni.
In un momento di contrazione economica la politica ha voluto tagliare su qualcosa, ed evidentemente la Fondazione che sosteneva la Civica andava meno nell’occhio di altri servizi al cittadino. Mi immagino quale sarebbe stata la reazione pubblica se avessero chiuso una scuola elementare di uno dei piccoli paesi di montagna o un ospedale, due punti di eccellenza della qualità di vita trentina. Ma per un politico tagliare sulla cultura va molto meno nell’occhio, tanto più se si taglia sul contemporaneo, che è settore complesso e non strategico per i numeri che fa.
Ma è inutile parlare solo di responsabilità dei politici, poiché il vero problema è che la Fondazione Galleria Civica di Trento (discorso analogo si potrebbe fare per la maggior parte degli analoghi luoghi dediti al contemporaneo nel nostro paese) non è stata percepita come un patrimonio pubblico, come un’istituzione che fornisce un servizio a favore della collettività, quanto piuttosto come un organismo al servizio di una enclave o di una élite che – per sua stessa natura – tende ad essere esclusiva. Per così come era, sostanzialmente, quegli spazi sono stati percepiti cioè come di utilità più agli attori del sistema dell’arte che alle persone comuni che ne potevano avere accesso. Inutile obbiettare altro. Un’istituzione deve vivere delle persone che la usano, non solo per coloro che, pur competenti, ne sono addetti alla gestione ed alla governance. Come cantava Gaber, la libertà è partecipazione. È necessario quindi ripensare i modelli di fruizione degli spazi che fanno contemporaneo, immaginare nuovi ruoli di mediazione, nuovi modi di intercettare le persone comuni a partire dall’età infantile e giovanile per farle partecipare ai processi culturali, e non per farne bandierine da sventolare per qualche politico gloriosus (come il modello Goldin spinge a fare nel campo dell’arte antica).
Le istituzioni camminano sulle nostre gambe, e sono felice che siano degli artisti ad avvertire questo problema, a manifestare non solo il disaccordo per una chiusura ma anche la necessità di ripensare un modello organizzativo. Sono felice che finalmente qualcuno dell’arte contemporanea si sporchi le mani, si scontri con i decisori politici, e non subisca quasi nel silenzio, come hanno fatto un presidente di Fondazione che sin dalla sua fondazione è parso inopportuno, ed un direttore preso probabilmente da altri progetti. È necessario combattere per avere, e confido che a condividere questa necessità siano anche i cittadini. Bisogna guadagnarsi la pagnotta, misurarsi e discutere con gli altri. Dopo anni di letargia in cui le decisioni sembravano non lambirci, è finalmente il momento di militare.

– Daniele Capra

Call for curators. Tavolo di lavoro sulla Galleria Civica di Trento
con Daniele Capra, Chiara Ianeselli, Denis Isaia, Matteo Lucchetti/Judith Wielander, Federico Mazzonelli, Lorenzo Pezzani
mercoledì 28 novembre 2012 – ore 18
Via Belenzani 19 – Trento
www.facebook.com/events/140587312755587/

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Daniele Capra (1976) è giornalista, curatore indipendente ma militante. Tra le mostre curate la personale di Matteo Fato alla Fondazione Dena di Parigi, Contractions presso Dolomiti Contemporanee, Fisiologia del Paesaggio per i Musei di Zoologia e Anatomia Comparata dell’Università di Bologna, Let’s Go Outside per il Comune di Milano, Drawing a Video al Museo Janco Dada di Haifa e la IV edizione del festival Tina-B di Praga. È stato curatore del Premio Emergente Europeo Trieste Contemporanea nel 2008 e nel 2009, giurato all’International Onufri Prize di Tirana. Scrive per Artribune, per Nordest Europa e per i quotidiani veneti del Gruppo Espresso. È membro del comitato scientifico del festival culturale Comodamente. Vive un po’ troppo di corsa, con molti libri ancora da leggere ed il portatile sempre acceso.
  • Giusto, ripensare il museo. Ma come? Il rischio è quello di fare sempre gli stessi errori. Bisogna ripensare prima di tutto ai ruoli di artista, curatore, critico, spettatore, ecc ecc

    • La convenzione “arte contemporanea” è basata na distinzione di ruoli tra chi propone i contenuti (artisti), chi li accetta/convalida (musei, critici), chi si propone di diffonderli cendendoli (gallerie). Il pubblico è considerato il soggetto passivo, l’utente finale che deve vedere/ricevere ciò che il ristretto mondo dell’arte espone/propone. Ma molto frequentemente è semplicemente considerato come numero che da un senso economico alle mostre (e di soddisfazione ai politici).
      In realtà è proprio il fatto che le istituzioni non si adoperino per essere al servizio del pubblico il problema. Non è un fatto del tipo di arte, quanto piuttosto che i soggetti che propongono/convalidano i contenuti non si sentino in dovere di farlo.
      I musei non funzionano perché il nostro è un paese elitario in cui molti dei soggetti in grado di proporre contenuti elevati non si interessano del pubblico. Siamo sempre a Gramsci, e al fatto che lui si renda conto che gli intellettuali sono lontani dal “popolo”, elitari, e, mi permetto di dire io, noiosi ed autoreferenziali.
      Francamente questo è ormai imbarazzante. Io, da curatore, sarei lieto di avere un pubblico di casalinghe di Vighera con cui condividere l’esperienza di una mostra.

      • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui generis)

        Se l’arte è una convenzione, ogni “verità” è tale, così come ogni modello sta in piedi solo a condizione che se ne accettino le premesse. L’arte dovrebbe interrogarsi sulla realtà che la circonda e riflettere sulla coscienza individuale e collettiva, senza annientare l’atunomia del proprio pensiero.

  • Fabio

    “quegli spazi sono stati percepiti cioè come di utilità più agli attori del sistema dell’arte che alle persone comuni”.

    Se sono stati percepiti come tali è perche certa “arte” non ha interesse alcuno ad avere come interlocutore la collettività.
    Come scrive Angela Vettese nel suo articolo per il Sole 24 ore ,9 Ottobre 2005:
    ” si avvicina l’epoca in cui la società,dalla politica all’arte,tornerà ad organizzarsi,com’è giusto,in due ordini o ranghi:quello degli uomini egregi e quello del volgo”.

    Mi sembra molto chiaro.Se questa è l’idea di futuro che la Signora Vettese,docente all’iniversità Bocconi auspica,siamo tornati nel medioevo.

    • @Fabio: la Vettese testimonia di quella disillusione di gran parte dei critici-curatori della sua generazione (Di Pietrantonio- ma più ottimista-, Pietromarchi, Pinto, Scardi, Bonami- ma fuggito-, Cavallucci – ma più lucido-, De Cecco, ecc ecc).

      Formati in un clima da Democrazia Cristiana prima e Berlusconismo poi, hanno dovuto lottare pesantemente per raggiungere in ITALIA un posticino di minima sicurezza (formati e traumatizzati in un italia che era indifferente al contemporaneo).

      Quindi costoro sono feriti e disillusi…ma la cosa più grave è che NON HANNO più energie per approfondire e promuovere artisti e opere. Hanno già speso queste energie a sopravvivere in questi ultimi 20 anni. Ed ecco spiegate le condizioni del mercato e del sistema dell’arte in italia…

      • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

        Altro che clima politico democristiano e berlusconiano: talvolta può essere vantaggioso succhiare (acriticamente) il latte alla mammella del potere politico e quindi estendere la portata dell’attacamento alla poltrona, ma si può anche decidere di prendere di mira il criterio proprio di questa politica culturale d’elte e di clientele in sé e per sé.

      • Fabio

        @Whitehouse.
        Vettese o chi altro a parte,pensi realmente che gli “artisti” e gli
        altri operatori del settore abbiano come interlocutore la
        collettività ? Sicuro?

        Se in molti preferiscono ospedali o scuole ad una Fondazione o Museo non sarà perchè l’arte contemporanea si rivolge al pubblico solo se ha bisogno di un… “contributo” ?
        .

        • Certo, costoro non hanno mai pensato al pubblico: il punto è sempre stato il progetto e il contributo, tutte le energie andavano in queste due cose. E sul progetto non c’era mai responsabilità sull’esito, perchè si allargano le braccia e si dice: “l’arte è per un elite..”. Che è anche vero, ma ci devono essere diversi livelli di lettura.

          Si pretende di educare il pubblico con le mostre, come se all’università i professori dessero solo da fare esami per insegnare.

          Ti dirò di più, la generazione “vettese” spesso teme il pubblico, in quanto il pubblico può diventare pericoloso potendo anche esprimere giudizi sull’esito. Quindi tutto sommato si preferisce lasciare il pubblico fuori dai musei….
          Queste dinamiche sono feroci.

          Quindi oltre ad essere (anche comprensibilmente) esausta, questa generazione di operatori tende anche a tenere il pubblico a distanza (non voglio generalizzare ma questo sospetto viene se si guarda la programmazione del Mambo per esempio…). Anche perchè secondo me non credono fino in fondo a quello che fanno…e invece margini di miglioramento ci sarebbero.

          • Fabio

            Vedo che acconsenti nel prendere atto che l’arte ( quella intesa tale) è per un elite.Mi pare un dato di fatto.
            Il “volgo” non è interessato,”giustamente” se è alle prese
            con altre urgenze…

            Quanto hai margini di miglioramento non so tu che idee
            abbia in proposito,ma in considerazione dei meccanismi
            che governano le politiche culturali, non è dall’arte
            contemporanea che mi aspetto un contributo alla collettività.
            Non è nemmeno un suo compito.

            Se, come scrive l’autore dell’articolo >> Un’istituzione deve
            vivere delle persone che la usano, non solo per coloro che,
            pur competenti, ne sono addetti alla gestione ed alla governance << sarebbe doveroso interpellare direttamente
            la comunità,il volgo.
            Rendendolo cosi partecipe con tutta la sua presunta "incompetenza" di scelte che lo interessano direttamente.

            A meno che non si voglia calare la "cultura" dall'alto,per prendere i fondi dal basso.

          • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui generis)

            Se ho ben compreso, vuoi dire che è un’ “arte” che non rappresernta niente, né che si propone ad un pubblico interessato e né che si lusinga dell’autosignioficanza di se stessa?

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’Arte sui Generis)

      Non si può dire che i nostri musei pubblici contemporanei siano aperti alla partecipazione del “volgo”! Anzi, si fa di tutto per allontanarlo. Il risultato è che questi musei-cimiteriali sono i meno visitati del mondo.

  • La democrazia fallisce nel nostro paese proprio perchè non è il campo delle opportunità. I musei devono servire proprio a questo, a dare opportunità di conoscenza che travalichino il censo, o la classe.

    • SAVINO MARSEGLIA (Critico d’arte sui generis)

      Già, in Italia, il concetto di democrazia è interpretato e attuato come CASTA-DEMOCRAZIA !

  • DSK

    Per 1 idea di istituzione d’arte “diversa”. L’ho scritto su Venezia (in polemica contro Vettese) ma può essere valida per altre realtà. L’intervento tende a focalizzare la differenza dell’istitizione d’arte intesa come macchina di idee e volano per lo sviluppo legato al territorio, opposta al solito “salon” d’arte contemporanea che importa e scopiazza in provincia le tendenze del sistema internazionale, spesso feudo di potere di pochi curatori-dittatori.

    “Tutto va ricondotto secondo me ad un’assenza della cultura dello sviluppo. Quest’istituzione è stata pensata come volano per lo sviluppo legato ad un contesto, ad un territorio: luogo dove, è vero, in molti vengono a studiare e lavorare (per Biennale & Co), ma poi se ne vanno via. In questo momento se ne stanno andando proprio in tanti. Istituzioni come la Bevi dovrebbero essere un tassello in più di un mosaico che li convince a a restare. In un’ottica di sviluppo, la presenza di validi creativi in un determinato territorio resta un elemento importantissimo. Logico che tale fatto non rientri nelle priorità di Vettese che campa sugli studenti e sulla fascia sociale debole degli artisti vittime del sistema dell’arte; il suo pensare per dogmi emerge chiarissimo nell’intervista rilasciata a Artribune sul programma 2012 BLM. Il “dogma” va applicato ovunque sempre uguale. Non esistono differenze e contesti con cui mediare. Manca un pensiero davvero ampio, libero da interessi particolaristici.”
    http://tranqui2.blogspot.it/2012/07/vettese-contro-lo-sviluppo-lobby-vs.html