Tra giostre di particelle luminose e implosioni linguistiche, tra zen e ceri votivi kitsch, si chiude in Toscana il programma di TUM Exchange. Su Artribune tutte le foto e un primo bilancio

Si conclude con Shine di Vanni Meozzi, ospitato fino al 31 luglio presso lo spazioK di Kinkaleri, il programma del progetto TUM Exchange. Che nei mesi di giugno e luglio si è spostato attraverso tre differenti sedi, tra Prato e il piccolo comune di Carmignano, mettendo in relazione i lavori di due coppie di artisti. Virginia […]

Si conclude con Shine di Vanni Meozzi, ospitato fino al 31 luglio presso lo spazioK di Kinkaleri, il programma del progetto TUM Exchange. Che nei mesi di giugno e luglio si è spostato attraverso tre differenti sedi, tra Prato e il piccolo comune di Carmignano, mettendo in relazione i lavori di due coppie di artisti. Virginia Zanetti e Manuela Menici, vicendevolmente ospiti presso il S.A.A.M. di Carmignano e LATO, hanno impostato il loro dialogo sulla vocazione al dono e all’ascolto, ma anche alla speranza e alla preghiera. In parallelo alla performance di Virginia Zanetti già documentata su Artribune, con Non voglio consumare Manuela Menici ha invitato i visitatori a esprimere ciò che generalmente resta chiuso nel segreto dell’intimità: il desiderio, la supplica, da sciogliere in un variopinto mix di ceri e candele. Il richiamo a due diverse professioni religiose (la spiritualità buddhista e la preghiera cristiana) è sfociato così in un comune impegno a stimolare il dialogo e la condivisione umana.
Allo stesso modo, l’installazione site-specific di Vanni Meozzi si è confrontata con la performance di Kinkaleri, realizzata al S.A.A.M. giovedì 28 giugno. La decostruzione del codice linguistico operata in tRitolo/All!, è rovesciata quasi specularmente nell’installazione dello spazioK. E mentre Kikaleri riportava il contenuto informativo alla dimensione corporale, realizzando uno spelling gestuale dei brani (già scomposti) del maestro del cut-up William Burroughs, la rigida costruzione geometrica di Shine stimola un confronto immediato tra la caoticità dell’insieme e la struttura che lo determina. I palloni che si muovono liberi e disegnano lo spazio, sono in realtà prigionieri del vortice d’aria che li tiene sospesi – e quando ne sfuggono per un attimo, la prima tentazione del visitatore è quella di reinserirli al più presto dentro la giostra.
A scapito del caldo e dei richiami calcistici, i quattro appuntamenti hanno attirato un ricco e variegato insieme di visitatori, sempre coinvolti e stimolati a una partecipazione attiva. Su Artribune una estesa fotogallery, in attesa delle prossime proposte e sperimentazioni di TUM Project.

– Simone Rebora

www.tum-project.net


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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.