Tre italiani nell’esercito di Civitella Ranieri: Manfredi Beninati, Ettore Favini, Francesco Simeti. Un plotone di artisti, musicisti, scrittori, pronti a conquistare il castello perugino

Sono cinquanta e sono tutti artisti visivi, scrittori, compositori, arrivati da ogni punto del globo. Si incontreranno negli splendidi spazi del Castello di Civitella Ranieri, sulle colline umbre nei pressi di Perugia. Qui vivranno e lavoreranno, dando vita a una temporanea comunità creativa, immersi nella pace e nella bellezza di questo piccolo eden. Un luogo […]

Il Castello della tenuta Civitella Ranieri, Umbertide, Perugia

Sono cinquanta e sono tutti artisti visivi, scrittori, compositori, arrivati da ogni punto del globo. Si incontreranno negli splendidi spazi del Castello di Civitella Ranieri, sulle colline umbre nei pressi di Perugia. Qui vivranno e lavoreranno, dando vita a una temporanea comunità creativa, immersi nella pace e nella bellezza di questo piccolo eden. Un luogo che pare uscito da un libro di storia: la fortezza medievale, di proprietà della famiglia Ranieri di Sorbello, è protetta da possenti mura munite di merli e torrioni. Risalente ai primi dell’anno Mille, fu costruita per ordine di Raniero, fratello del duca Guglielmo di Monferrato.
Oggi, ad animare l’imponente architettura, sono gli artisti ospitati in residenza dalla Civitella Ranieri Foundation, istituita a Nyc negli anni Novanta da Ursula Corning, cugina statunitense di Ludovica Ranieri: fin dagli anni Cinquanta la donna si innamorò del castello e via via ne fece un punto di ritrovo per artisti, musicisti, poeti e amici intellettuali provenienti da tutto il mondo.
Tra i cinquanta “fellows in residence” selezionati quest’anno, tre presenze dall’Italia. Eccole: Manfredi Beninati, Francesco Simeti, entrambi palermitani ma con biografie molto international, ed Ettore Favini, cremonese. Da maggio a novembre 2012 la loro casa sarà a Umbertide, nell’antica tenuta dei Ranieri; divisi in quattro gruppi, trascorreranno lì circa un mese e mezzo ciascuno. Studiare, meditare, progettare, dialogare: spazi di condivisione estetica, assaporando il tempo dell’otium.

– Helga Marsala

www.civitella.org

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Queste residenze sembrano sempre di più una specie di grande fratello. Non se ne capiscono gli obbiettivi. Le finalità.

    Sono “armi di illusione di massa”…villaggi vacanze per artisti , eterni peter pan, dove ci si compiace vicendevolmente per linguaggi ormai limitati ed autoreferenziali. Una bella vacanza sopra torri d’avorio per consolarsi.

    Ecco poi, altra punto importante: “biografie molto international…” ???? Quindi? Ormai viviamo una tale sovraproduzione di artisti, di spazi e di opportunità che per essere “international” (bella parola da usare in un testo italiano) basta comprare un biglietto low cost per qualche meta esotica.

    Se non si scardina tutta questa fuffa penso che il contemporaneo diventerà sempre di più un affare per una setta di pochi massoni amici.

  • Dire che hanno delle biografie international non era un apprezzamento, ma una nota di pura cronaca. Francesco Simeti è sposato con un’americana e vive a Nyc da molti anni con il loro bambino. Manfredi Beninati, come è noto, è sposato con Milena Muzquiz, con cui ha vissuto a lungo a Buenos Aires e Los Angeles, dopo avere trascorso dieci anni a Londra. Mi riferivo solo a questo. Polemica inutile.

  • Nessuna polemica. Anche se io mi riferivo alle loro esperienze lavorative all’estero e non a chi sono sposati; francamento non mi interessa nulla con chi sono sposati. Non mi interessa con chi sono sposati. Se mi interessassero queste cose leggerei novella 2000 e non artribune. Uno può anche vivere 40 anni a londra e non essere “international” rispetto il proprio percorso “artistico”.

    Beninati sviluppa una buona pittura, ricca di sedimenti e livelli.

    Simeti mi sembra maggiormente impegnato in una forma di ikea evoluta, spesso anche cosciente e consapevole. Anche se quando guardo il suo lavoro mi chiedo sempre dove stia oggi il centro dell’opera. E per me sta lontano da certi percorsi, in un punto da cui provengono ondine di rifrazione che potrebbero essere, per esempio, le pizze.

    Ma nessuna polemica.

  • Sottolineavo semplicemente che vivono e lavorano da tanto tempo all’estero. Ma che pedanteria, dio santo.

    • luca rossi

      Provincialotta di serie b, Milena come si chiama è una cantante di serie B come te che in America neanche sanno che esiste , Simeti si è sposato in America ma oltre quello null altro , per favore smettila di prendirci in giro e sopratutto informati , la gente oggi giorno si muove in tutto il mondo ed è da subito ormai ben lucida dalle bugie di gente come te che ha anche il coraggio di giustificarsi delle cretinate che dice.
      Parliamo di Manfredi Beninati ottimo artista che purtroppo però è tornato in Italia fra gente di serie B come te.

      • Non starei a fare una spiacevole e volgare distinzione tra gente si serie A e gente di serie B. Si tratta solo di rilevare come le residenze “grande fratello” partecipino ad una giostra autoreferenziale e fine a se stessa. Gli “artisti” sembrano le comparse, le scuse, per giustificare tutto il contorno. Finanziamenti e sgravi fiscali compresi.

        LR

  • pedante

    international è, “come noto”, sposarsi con Milena Muzquiz… fa bene luca rossi ad essere pedante.

    • anonimo

      favini ha anche appena vinto la residenza presso american academy, una sfilza di novità per uno che da sempre fa le stesse cose noiose. il problema sta nel fatto che nemmeno quell’imbecille di luca rossi nelle sue totali trasformazioni ha la soluzione.
      certo è che la differenza tra novella 2000 e queste riviste, sta solo nel tema trattato, ma la superficialità, quella è tutta farina del nostro sacco-italico e!
      facciamo schifo, come italiani e di conseguenza anche come artisti e opportunità per tali!

  • Pedante poi. Io credo che se certi operatori fossero più pedanti (in termini di curiosità, onestà e lealtà intellettuale, voglia di approfondire..ecc) forse non chiuderebbero i musei, ci sarebbe un riconoscimento di un certo sistema, ne godrebbe il mercato e tutti…

    Ma non volevo essere nè polemico nè pedante.

  • Helga Marsala

    Ripeto per l’ultima volta, perche’ mi rendo conto che il concetto e’ troppo complicato. Scrivere “palermitano MA con una biografia internazionale” significa, banalmente, che uno e’ di Palermo ma ha vissuto, lavorato ed ha famiglia all’estero. Punto. Ora vogliamo andare avanti e parlare di contenuti a beneficio del commentario? Grazie.

  • babajaga

    Helga, ci devi stare. Luca ha ragione, e anche gli altri commentatori, e i tanti che leggono e sorridono. da tempo. santo dio.

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      quest’articolo fa diventare critici anche chi non lo è..

  • helga marsala

    Savino, parlando appunto di contenuti, lei è critico sulle residenze in genere? O sul progetto Civitella Ranieri? O sulla scelta dei tre italiani?

    • SAVINO MARSEGLIA (artista)

      Cristina, in realtà hai ragione: sono contro queste residenze-ospizio e su questo progetto di focolare domestico, in cui si nasconde un forte contenuto demagogico, così come, dietro a questa forma di mecenatismo, si nasconde il futile che è lontano dalla vita seria che preme insistentemente per un’arte a faccia a faccia con la realtà.

      • SAVINO MARSEGLIA (artista)

        Perdonami, volevo dire Helga. Mi sono confuso con il nome di una mia carissima amica che si occupa di critica d’arte.

  • Angelov

    C’è un senso di Neo-Umanesimo in questa iniziativa. Noi l’Umanesimo, tra Fascismi e Guerre Civili, ce lo siamo perso per strada. Gli Americani, che hanno avuto la fortuna di avere l’Atlantico che li separa da noi, stanno rivalorizzando quello che si faceva nelle nostre Corti durante il Rinascimento.
    Che poi l’Arte Contemporanea rischi di diventare “una setta di pochi massoni amici”, non vedo dove sia il problema: bussate e vi sarà aperto.

  • helga marsala

    Concordo sul neo-umanesimo e il modello di corte rinascimentale. Negativo? Positivo? Ecco, parliamone (anzichè stare due ore a rimbeccarsi su dove vivono e lavorano due artisti). Riguardo alla “setta”… Beh non è che “rischia di diventare”. Direi che in sostanza è già così. Come in tutti i (grandi o piccoli) sistemi di potere.

  • Rimando al mio primo commento. Di queste iniziative non si capisce la finalità. Sono solo belle vacanze “all inclusive ” per artisti e aspiranti tali. Come quelli che vanno a fare le guerre simulate o i ritiri a fare yoga.
    Un certo sistema di potere serve per fare ordine e percorrere una direzione. Come serve un binario vincolo per dare al treno la libertà di raggiungere una meta. Il problema e’ che questo sistema oggi e’ masochista verso i suoi stessi protagonisti. E continua a stare sulla nave che affonda, anche se sono sbarcati già tutti.

  • Angelov

    Ho inserito quel commento perché l’iniziativa di riunire un certo numero di giovani artisti, mi ha fatto tornare alla mente di una mia amica, Sara un’australiana che lavora al CSIRO di Canberra, che venne invitata alla Fondazione Rockefeller a Bellagio, alcuni anni fa. La villa è sita in un punto del lago che venne definito dal presidente Kennedy, dove vi trascorse una vacanza, uno dei più belli al mondo. Sara è una scienziata di un Istituto Scientifico che si occupa di Agraria e Botanica. Diceva, e la cosa mi colpì molto, di essere in grado di far crescere una pianta partendo da alcune molecole. Lo scopo della Vacanza era semplicemente quello di darle la possibilità di fare la conoscenza, ed avere scambi culturali, con altri giovani ricercatori che erano stati selezionati come lei in base a certi parametri. Queste iniziative nell’ambito culturale-scientifico sono sempre avvenute. Perché scandalizzarsi se avvengono anche in quello artistico? Infatti questi artisti dovranno solo “esserci”, senza obblighi di seguire le traccie di un progetto o d’una finalità. Potranno solo arricchirsi e contribuire al meglio. Why not?

    • Cristiana Curti

      Non solo: why not? caro Angelov, che molto bene centrasti la questione.
      Dove e quando artisti di paesi diversi e culture differenti, soprattutto se molto giovani, possono incontrarsi e scambiarsi opinioni e “istruzioni” e stimoli se non nelle residenze (se ben fatte) che corrispondono ormai alle possibilità offerte dalle non più floride e quasi inesistenti borse di studio? In Accademia? Alle selezioni per i talent-show italioti che ormai vanno dai paditalia alle competizioni della sagra della salama da sugo?
      Trovo infinitamente più importanti per favorire la ripresa di comunità dell’arte (fuori dai circuiti dei “già arrivati”, beninteso) e allo stesso tempo promuovere la conoscenza dell’arte del Paese ospite, queste occasioni, auspicabili in numero sempre maggiore, che nascono con l’unico proposito di favorire contatti senza filtri né costrizioni fra artisti e poetiche, piuttosto che l’orribile teoria di premi e premietti che servono solo (nella stragrande maggioranza dei casi) agli organizzatori, alle giurie e ai curatorini da passo settembrino.
      Per una volta che un atto di aggregazione non ha alcuna finalità (se non quella dell’aggregazione in sé) ecco subito, poiché non si possono sciabolare le solite teorie dietrologiche sul marcio sistema dell’arte, qualcuno che ha da dire anche sulla mancanza di scopo, sulla gratuità di un’idea, sulla passione che da sola riesce a costruire qualcosa, con il solo fine di favorire un incontro di menti e di talenti.
      Che ne sappiamo noi se uno degli artisti invitati non avrà l’incontro cardine della sua carriera, una svolta fondamentale in un momento di stasi creativa, un’illuminazione dettata dalla scoperta di un differente punto di vista, o addirittura concorrerà alla formazione di una nuova corrente, in una di queste occasioni; come ci si può permettere di affermare – quando non vi si partecipa – che incontrare altri artisti (e valga anche e soprattutto per scrittori e poeti che conoscono già questo sistema di proficuo interscambio in Europa, non parliamo poi dell’America) e intrecciare opinioni ed esperienze non ha alcun valore?
      Io ho ben conosciuto qualcuno di costoro (altri luoghi, altre residenze): ognuno (soprattutto se straniero) ha avuto solo parole entusiastiche e – credo – del tutto sincere nei confronti di quest’attività. Che non si conclude quasi mai con il termine della “vacanza”. Per uno in particolare, ricordo, è stato addirittura l’avvio (e l’ho potuto personalmente verificare) di un nuovo corso artistico straordinariamente interessante.
      Altro che nave che affonda: è proprio quest’assenza di richieste nei confronti degli artisti che può far dire che questa è un’ottima scialuppa dell’arte, anzi è quella che forse dà più speranze per poter ritrovare un porto che da tempo è perso nelle nebbie.

  • Queste iniziative in campo scientifico possono essere utili, ma nell’arte contemporanea sono solo vacanze da grande fratello motivate SOLO da sgravi fiscali dell’organizzatore (fondazione o altro) o dalla voglia di “grande fratello” dei partecipanti. Spesso gli organizzatori prendono finanziamenti 100 da banche o altro e usano per la resindenza solo 3, trattenendo un guadagno di 97. Mi viene in mente la Fondazione Pistoletto a Biella. Ai residenti non rimane nulla, solo nostalgia e fuffa..forse qualche contattod i PR (che ormai poco conta).

    In campo artistico queste residenze si dimostrano iniziative fine a se stesse, basta guardare in italia (ma vi sono esempi in tutto il mondo) i “”progetti”” degli artisti nelle residenze del Premio New York….qualcuno ha sentito poi parlare dei progetti degli artisti dopo e durante la residenza????
    E se sì che effetti hanno avuto???

    Se non alimentare quel calderone artistico del “tutto può andare” ben rappresentato dal recente progetto di Family Business o dal Padiglione Sgarbi a Venezia???

    L’arte contemporanea oggi è il campo del pensiero divergente, del singolo nel deserto e non del gruppone-massa in centro a new york o nella residenza a farsi “p………… a vicenda” e autocompiacersi. Questo perchè il sistema-mondo ha già fatto gli anticorpi per un certo tipo di arte, narcisa,romantica e smart, che solitamente viene digerita e disinnescata facilmente.

    LR
    da oggi: retrospettiva (ovunque, a cura vostra)_su whitehouse.

    • Caro Luca, la tua critica potrà anche avere una base pero’ non bisognerebbe fare d’ogni erba un fascio e confondere problemi d’ordine diverso:
      – le residenze, se bene organizzate, possono essere utili e qualche volta addirittura fondamentali come ha giustamente osservato Cristiana. L’incontro con altro/altri e l’immersione in un ambiente/contesto/paese differente o l’astrazione ed isolamento in una “residenza meditativa” può’ dare esperienza, spessore, nuovi spunti e nuovi punti di vista ad una ricerca artistica
      – se ci sono casi noti di “residenze” (e per altro di mostre, progetti, manifestazioni e quant’altro) “truffa”, vanno semplicemente denunciati ma non si può, demonizzare “tutte” le residenze perché ve ne sono alcune che sono fatte ai fini di perpetrare una truffa.
      – se una residenza (e per altro un progetto, mostra, manifestazione) e’ istituita da un privato con mezzi suoi, noi abbiamo tutto il diritto di “criticarla” se la riteniamo mal organizzata o “inutile”, rimane il fatto che il privato con i suoi mezzi fa ciò che gli pare e piace (ovviamente nei limiti della legge) ed invita chi crede
      Detto questo, non mi pare che, nel caso che stiamo esaminando (ma anche in molti altri), si possa ravvisare nulla di simile o assimilabile al “grande fratello” che si basa, per quel che ne so, su una gara (di favore pubblico) ad eliminazione o di “family business” (ma in realtà dovremmo dire di ” It’s a small, small world ” di Hennessy Youngman, perché sua e’ l’idea e sua la “curatela” della mostra, mentre “family business” e’ solo la location nella quale non sappiamo che cosa verrà presentato domani) o del “Padiglione Italia” di Sgarbi che condividono l’idea del “presentiamoli tutti!!” ma hanno, poi, connotazioni e significati molto diversi. Tanto meno possiamo dire che le residenze in generale siano all’insegna del “tutto può andare” dato che non sono aperte a chiunque e gli artisti vengono, in qualche modo, scelti. Scelte sbagliate? Forse. Magari spesso lo sono, bene concentriamoci sul questo punto: perché questa o altre scelte sono sbagliate e magari spingiamoci a dire quali potevano essere quelle “giuste”.

      • Cristiana Curti

        Caro Luciano, le residenze d’artista (alcune migliori altre meno interessanti per le prerogative che offrono, ma comunque – per me – da incentivare per le prospettive che auspicano e sviluppano) sopperiscono non di rado a ciò che le nostre esauste (e troppo chiuse) Accademie non riescono a garantire in quanto Istituti fondamentalmente didattici in merito a scambi interculturali.
        Dato poi che la maggior parte di queste esperienze sono promosse da privati e in minor misura (purtroppo, ed è comprensibile) da enti pubblici vorrei proprio sapere (dati alla mano, per favore, perché i numeri, se si buttano in piazza, poi si devono anche dimostrare) quali di queste iniziative su territorio italiano “prendono 100 dalle banche e danno 3 all’attività dell’organizzazione mentre trattengono per sé (?) 97”.
        Sono un poco stanca di populismo senza dati reali, di frasi gettate lì, in pasto ai soliti che se le bevono per esclamare poi “orrore, sono tutti corrotti, approfittano anche dei poveri artisti” e dire che tutto, ma proprio tutto è male.
        Ci sarà senz’altro il furbo di turno (figuriamoci se non c’è), ma per quel che so io dell’argomento, che forse non è tantissimo, quindi attendo approfondimenti magari da diretti interessati, le banche sono stringatissime nel sostenere comunque questi progetti che si avvalgono anche di sponsorizzazioni trovate a fatica e – soprattutto – dei capitali privati dei responsabili. Persino la Fondazione Pomodoro, ormai chiusa purtroppo per tutti noi, sebbene sostenuta da Unicredit per il progetto di residenza d’artista, ci ha rimesso del suo pur di procedere nell’attività anche di questo tipo, salvo poi dover desistere per intervenuta e definitiva mancanza di fondi non solo in quest’ambito ma per tutta l’attività della Fondazione di Via Solari.
        Per favore, Lucarossi, visto che siete in tanti, fate una bella ricerca, fornite i dati (anche un link può bastare, tanto siete abituati a questo sistema) per cui secondo voi “spesso (?) gli organizzatori si tengono il 97% di quanto chiedono alle banche per le residenze d’artista”.
        Nomi e cognomi degli organizzatori o delle fondazioni che lavorano solo per un proprio vantaggio fiscale, nomi delle banche, nomi degli artisti truffati, bilanci pubblici (quindi non impossibili da reperire) da cui si evincono queste cifre.
        Ma vorrei che “spesso” rispettasse il significato linguistico che gli compete. “Spesso” non è 1 su 20 o 1 su 30 (“che trattiene il 97%”), spesso è 3 su 5.
        Quando avrò contezza di questi dati, allora sarò pronta a credere a ciò che dicono i lucarossi (anche se per me rimane, il progetto residenza d’artista un’idea eccellente).
        Nel frattempo, questi sono solo numeri lanciati a caso per creare il solito effetto scandalistico pronto per l’ennesimo sintagma in loop da sfornare in ogni occasione (dal prezzo aumentato del pane, alla disoccupazione, al pazzo tempo primaverile).

        • Cara Cristiana, sono assolutamente d’accordo con te e, sul punto, questo era il senso del mio post.
          Sull’utilità delle “residenze” voglio raccontarti una cosa: a 17 anni per un mese (non sto’ a spiegarti in quale contesto e per quali “meriti”) ho vissuto un’esperienza di residenza all’estero assieme ad una decina di ragazzi e ragazze della mia eta’ provenienti da sei diversi paesi d’Europa. La “location” Strasburgo e l’Alsazia per primi 15 giorni e poi Berlino, Vienna, Parigi, Londra, Ginevra.
          Mi fu utile professionalmente? Io credo di si, ma potrei anche illudermi o sbagliare, una cosa pero’ e’ certa : da allora la voglia di viaggiare, di conoscere paesi e persone nuove, di “vivere in mezzo a loro e come vivono loro” non mi ha mai lasciato ed e’ ben viva ancor oggi, dopo tanti anni e piu’ ho viaggiato e piu’ ho vissuto all’estero e più ho dovuto adeguarmi ad abitudini e costumi diversi e più ho compreso, il mio paese, la mia cultura, me stesso ed il senso della mia ricerca… e scusa se ho parlato di me…

  • Angelov

    Vorrei, se possibile, avere la possibilità di dire ancora qualcosa.
    Mi piacerebbe leggere un Saggio, dove venga spiegato, in termini psicologici, di mercato, tecnici etc. l’effetto che la Pressione può avere sulla mente e sul lavoro di un Artista.
    Vale a dire, dove venga chiarito quel Mistero per cui Spontaneità e Freschezza d’Espressione, possano convivere con la Routine della richiesta di produzione giornaliera di opere.
    Dove vengano elencati storicamente quegli artisti che, per ragioni che desidero vengano anche spiegate, sono stati in grado di lavorare sotto grandi pressioni, e quali non lo sono stati in grado, ed hanno dovuto trovare delle alternative per poter continuare a lavorare. Ci sono molti profili storici di artisti che accennano a questo.
    Se è vero che questa condizione di pressione, porta alla ripetizione dei lavori, per poter di fatto “riempire” gli spazi espositivi.
    Oppure porta all’Ingigantimento delle Opere, sempre per la stessa ragione.
    Perché, nella mia condizione di osservatore, ho incontrato molte persone che pensano che un Grande quadro o una Grande scultura, debba essere necessariamente anche grande di dimensioni, senza rendersi conto che la forza di un lavoro sta anche nell’articolazione delle sue parti e nella scala e nei rapporti interni e in quelli con lo spazio esterno. Ho visto mostre, ad esempio una di De Maria, da Cardi alcuni anni fa, dove l’elemento ripetitivo era anche troppo evidente. Dei quadri di Kiefer, che se sono meno di 8 metri, non passano l’esame e non vengono esibiti. Megalomanie a ciel sereno, e chi più ne ha etc.
    Ora è ovvio che se in questo ambaradamme qualcuno si azzarda a dire: Ferma, voglio scendere, oppure : Facciamolo gratis, l’Ingranaggio ben oliato dell’arte contemporanea può anche non perdonartelo, anche perché nel mondo della Finanza questo è semplicemente un Anatema.
    Grazie.

  • Demonio

    Odio ammettere che LR ha ragione, ma che le residenze siano fatte su misura per spendere soldi mi sembra inoppugnabile.
    Che poi i fondi vengano spesi tutti o 7 e 93/100 mi sembra poco interessante.
    LR sottolineava che la residenza alla grande fratello, qualunque sia il suo illuminatissimo scopo, non produce NULLA né in termini di rapporto con il territorio-pubblico né in termini ‘artistici’. E’ un modo per procrastinare un’ ‘educazione’ infinita, il peterpanismo che diceva LR.

    @Cristiana Curti: la Fondazione Pomodoro è stata il più grande spreco di soldi bancari mai visto dopo i favolosi 80 milanesi. Immagino che dietro il notissimo mecenatisimo sia di Unicredit che di Pomodoro ci fossero le stesse dinamiche. Certo la sua scomparsa non ha lasciato proprio nessun buco incolmabile se non a qualche amministratore che non aveva dato un’occhiata al calendario, probabilmente.

    • Cristiana Curti

      @Demonio: primo capoverso. Attendo dati, non illazioni o opinioni da chi non ha fatto mai parte (o ne hai fatto parte? il tuo nome, per cortesia?) di questi progetti (Luciano, invece, racconta con cognizione di causa). Qui si discute di fatti che possono facilmente essere corroborati da bilanci, costi, relazioni: sono perlopiù Fondazioni (quando non enti pubblici) e riservano documenti alla portata di chiunque. E se a te poco importa sapere come vengono gestite e ti bastano le chiacchiere da bar (adesso le residenze sono “fatte su misura per spendere soldi” (?), accidenti che frase! e che vuol dire, che chiedo una sponsorizzazione per una residenza e poi, ottenutala, non devo spenderla per il mio progetto?), allora non si capisce di che parli.

      Che poi una residenza non produca nulla in termini culturali, è tutto da dimostrare. Tu puoi farlo, oltre che scriverlo? E sei proprio certo che un artista non debba (o non possa) continuare, anche a novant’anni, a ricevere stimoli importanti da altri colleghi o da altre occasioni di confronto?

      secondo capoverso: affermare che la Fondazione Pomodoro è stata il “più grande spreco di soldi bancari (? tu sai da dove vengono i soldi che le banche conferiscono alle attività culturali? parliamone) mai visto dopo i favolosi anni 80 milanesi” significa o che non conosci la storia di Milano degli anni ’80 e ’90 e dei suoi innumerevoli e scandalosi sprechi di soldi bancari (?) e pubblici per attività culturali pubbliche di NESSUN PESO, o che non sei mai stato alla Fondazione e non hai mai goduto dei programmi che spesso e volentieri integravano più che onorevolmente il miserabile calendario culturale civico (nel proprio ambito, naturalmente, ovvero arte contemporanea o moderna, con occhio particolare per la storia della scultura italiana, concerti, convegni, residenze, attività didattiche per le scuole, ecc.) o che comunque non ne conosci i bilanci e il profilo della gestione. La Fondazione Pomodoro “costava”: costava tanto gestirla, la maggior parte delle risorse erano per garantire paghe e struttura, non molto rimaneva (se Pomodoro stesso non dava fondo alle proprie tasche) per i programmi culturali, tanto che la Vettese salutò la compagnia e dopo poco – perché anche il proprio ha un limite – la Fondazione dovette chiudere. In una cosa hai ragione: nessun amministratore pubblico ha dato un’occhiata al calendario in quell’occasione e ora Milano “gode” nell’essere (tanto per non smentire la propria fama di incapacità culturale) impoverita anche di questo fondamentale punto di riferimento per la Città. Complimenti per la lungimiranza, pensavo fossero in molti a piangere un’occasione (per tutti) perduta, ma a quanto pare mi sbagliavo.

      P.S. La collaborazione Unicredit per la Pomodoro era generosa, senz’altro (400.000 euro a fronte di due milioni per la gestione complessiva), ma non sufficiente. Del resto, una Fondazione Privata (appesantita nel 2009 dal decreto della Regione che la classificava come Museo imponendo ulteriori spese e obblighi di legge) deve vivere se riesce a reperire da sé i fondi e non insiste sul Pubblico (da cui Pomodoro riceveva quasi nulla, e se dico quasi nulla, intendo esattamente una frazione infinitesimale di contributi, quella che serve legalmente per poter mettere becco – e pesante – però, e un poco di comunicazione mal fatta e insufficiente). Le strette dell’ultimo anno di attività della Fondazione proprio da parte dell’Unicredit hanno portato alla chiusura. Nella “Milano da bere” (ce n’è ancora, qualche misero rimasuglio invecchiato in perenne ansia di giovanilismo fuori luogo) si festeggiò perché quel posto bellissimo poteva ora essere preda di uno di quei designer da fiera che ne avrebbe confezionato un trendissimo ritrovo da happy hour (sentito con le mie orecchie). Demonio, sei uno di quelli?

      • Demonio

        @Cristiana Curti, come dicevo nel primo capoverso, la questione economica della Civitella Ranieri Foundation proprio non mi interessa, se il gioco funziona per gli amministratori, per le banche e per gli artisti assistiti mi fa solo piacere e non sono certo un revisore fiscale.
        Parlo di quello che produce, sia in termini culturali che sociologici, e le ribadisco il mio assoluto scetticismo.

        Questione Fondazione Pomodoro: vogliamo parlare della qualità delle mostre che si sono avvicendate nel ex studio Pomodoro? Anche solo delle due splendide “La scultura italiana del XX secolo” e cinque anni più tardi “La scultura italiana del XXI secolo”? Probabilmente il curatore Marco Meneguzzo non era al corrente della generosa sponsorizzazione bancaria visto che tutti gli artisti (viventi) invitiati non hanno nemmeno avuto coperti gli oneri del trasporto, totalmente a loro carico.

        Due milioni di euro per gestire quello spazio non é solo assolutamente ridicolo ma conferma tutti i miei dubbi sull’operazione che continuo a credere abbia principalmente uno scopo speculativo. L’uso finanziario delle Fondazioni è cosa assolutamente nota e legittima, ma proprio per questo non ha nulla a che fare con la diffusione della cultura artistica che ha logiche e pratiche molto diverse.
        Per quanto riguarda i designer da fiera, mi risulta che paghino cifre incredibili – anche loro – per occupare qualunque tipo di spazio in quell’area durante il Salone, /unico episodio realmente internazionale rimasto a Milano) e che il nostro Pomodoro non ha certo snobbato, visto che puntualmente sgomberava le sue meraviglie per fare posto a sedie e divanetti.
        Per concludere, la gestione a fini culturali di grossi patrimoni sotto le auliche spoglie delle Fondazioni è seguita attentamente anche dal Sole24ore:
        (http://www.arteconomy24.ilsole24ore.com/news/cultura-tempo-libero/2009/02/fondazioni-francesco-florian.php) proprio perchè permette agevolazioni fiscali molto importanti.
        L’arte ha bisogno di contenuti, logiche di sviluppo, luoghi indipendenti e vivi, non castelli di proprietà e macchine mangiasoldi.

  • Angelov

    Secondo me c’è gente che finisce per farsi male da sola. Vittima del proprio cinismo, vincolata a visioni di Chiusura sulle cose, più che di Apertura. Non si rendono conto che verranno giudicati con lo stesso metro con cui hanno passato al vaglio gli altri.
    Si può anche avere il grande talento di rompere un capello in 8, ma se poi non riesci a rimetterlo insieme, hai fatto solo un danno.

  • Cristiana Curti

    Se davvero non interessa come funzionano Fondazioni e affini e loro regime fiscale (le regole le conosciamo, bisogna vedere poi i casi e dimostrarli, soprattutto quando si dice che “spesso” si prende 100 e si intasca 97), basta evitare di parlarne. Non generalizzare affermando senza prove che sono macchine mangiasoldi e aggiungere che però poi non ci interessa l’argomento. Si lancia il sasso e si ritira la mano?
    Circa il tuo non apprezzamento intorno all’attività della Fondazione Pomodoro, è evidente che non concordo con te, ma capisco che, su questo, ognuno possa pensarla come vuole (i trasporti a carico degli artisti sono una prassi ormai diventata regola, anche per me è cosa riprovevole, ma spesso per un privato è inevitabile; sta agli artisti accettare, purtroppo, oppure no; mentre per un ente pubblico dovrebbe essere una copertura economica garantita, ma come abbiamo visto anche solo con il padiglione Italia dello scorso anno – a Venezia e nello stivale – è regola anche lì – e fosse stato solo quello… – e per me assai più grave). E comunque non giudicherei davvero una mostra per come sono arrivate le opere in sede.
    Inciso: la “sponsorizzazione bancaria” Unicredit era legata specificamente all’attività di residenza d’artista e a poco altro, creando un laboratorio interno alla Fondazione, non all’attività espositiva temporanea, che difatti ha dovuto soccombere proprio per mancanza di fondi; quindi Meneguzzo – soprattutto lui, poi – non aveva nulla, o pochissimo, a che fare con i soldi Unicredit in Fondazione; se poi due milioni (di soldi PRIVATI) per gestire uno spazio come quello ti sembrano tanti, è meglio che ti aggiorni sui bilanci di sedi anche più piccole della (ex Fondazione) Pomodoro, che NON è lo studio (o ex studio) di Pomodoro (tuttora esistente in Vicolo Lavandai e ora tornato sede della Fondazione), ma il grande spazio di Via Solari.
    Circa i “divanetti” e affini che costellano ogni spazio espositivo milanese per l’inutile ressa del Salone del Mobile (“inutile ressa” non è mio termine ma di “personaggini” come Mendini o altri veri designers e architetti che da anni vanno contestando la baracconata eccessiva che serve solo agli organizzatori e non produce quasi più nulla di davvero importante dal punto di vista del design se non per i soliti grandi marchi e le pubbliche relazioni delle riviste di settore; comunque – sia chiaro – meglio che ci sia piuttosto che non ci sia), i divanetti, dico, sono ovunque, anche sui tetti, e servono senz’altro per aiutare i bilanci degli spazi espositivi culturali, quindi ben vengano.
    Ciò che paventavo sopra è la possibile conversione di uno spazio culturale in lounge bar, di cui Milano non ha davvero necessità. Così come la Fondazione Mazzotta è diventata il flagstore della Nike. Se a te sembra una cosa buona, basta dirlo, non tirar fuori dal cilindro gli eventi fieristici milanesi come se fossero il diavolo che tenta tutti (se tu sapessi in laguna, durante la Biennale, cosa viene affittato a chi, allora dovremmo fustigarci tutti come i flagellanti delle vie crucis di paese e chiudere qualsiasi manifestazione collettiva di grande respiro in territorio nazionale) e ci capiamo subito, perché di fronte a posizioni del genere non avrei come ribattere, naturalmente.
    In ogni caso, quando si discute di contenuti, ossia quello che sarebbe meglio fare sempre, sarebbe opportuno portare esperienze e argomentare.
    Perché, secondo te, Demonio, le residenze non producono nulla in termini di cultura e scambio fra artisti? Esempi di prima mano, please. A meno che tu non sia un artista che hai vissuto un’esperienza del genere, ma bisognerebbe sapere chi sei e dove sei stato.

    P.S. Ti prego davvero di non fermarti ai link del Sole pur ottimamente fatti ma, soprattutto in questo caso, di necessità generici, ma di andarti a leggere le leggi che regolano le attività e la gestione delle Fondazioni culturali private (non quelle bancarie, che sono altra cosa e non quelle sportive o di volontariato sociale, ça va sans dire) e magari qualche istruttivo Statuto (o bilancio) e poi ne riparliamo.
    Se fosse così conveniente costituire una Fondazione culturale per un privato, l’Italia (come la Germania, la Francia o l’Inghilterra e persino la Spagna, che in questo è assai più avanti di noi) ne sarebbe piena e buona parte del patrimonio d’arte in mano privata sarebbe visibile, ti assicuro. E magari la Fondazione Pomodoro e la Mazzotta non avrebbero dovuto chiudere i battenti.

    • Cristiana Curti

      …”che HA vissuto” (non “hai”, accidenti alla scrittura veloce).

    • Demonio

      @Cristiana, solo pensandoci un minuto mi sono venute in mente la Fondazione Marconi, la Fondazione Trussardi, la Fondazione Ratti, la Fondazione Spinola-Banna, la Fondazione Teseco, la Fondazione Prada…. se questo non ti sembra un’eccezionale fiorire di iniziative culturali no profit, lo vogliamo chiamare Secondo Rinascimento? Non mi sembra proprio, no?
      La Fondazione è un escamotage eccezionale in questo regime di rapina fiscale, ottimisticamente lo potremmo definire un atto di legittima difesa del patrimonio. E, ripeto, perfettamente legale. Ma questo genere di strutture, come notavi anche tu, misteriosamente pecca di ‘organizzazione’ quando si tratta di pagare curatori e trovare budget per le esposizioni, cioè proprio in quella che dovrebbe essere la sua illuminatissima ‘mission’.

      Spiegami, ad esempio, come Unicredit che nega un mutuo a chi non ha almeno due immobili e un lavoro fisso, può decidere di investire a fondo perduto per una fantasmatica serie di residenze di artisti che, nella migliore delle ipotesi, creeranno una mostrina collettiva nel contenitore che li ha preziosamente conservati.
      Dimenticandosi poi, di trovare qualcuno di qualificato per sceglierli, dimenticandosi un progetto complessivo che non sia mordi-e-fuggi, dimenticandosi di dare un’occhiata anche ai risultati che produce questa munificità.

      Ci sono tanti lati oscuri che speculano sia sulla mediocrità dei curatori e dell’apparato critico italiano che sulla assoluta arrendevolezza degli artisti che, come dicevi nel caso dell’auto-trasporto, hanno solo l’alternativa di non partecipare. Ti sembra una situazione degna di un limpido mecenatismo?

      Usciamo dall’ipocrisia e cerchiamo di chiarire quelle che sono le necessità dei capitali tenendole ben distinte da quelle della cultura e dell’arte. Artisti principi e mercanti, hanno tutti un’idea di ‘dignità’ e ‘opportunità’ molto diverse e vivono sulla reciproca equidistanza. La pratica delle Fondazioni da un lato copre i vuoti lasciati da una gestione pubblica culturale disastrosa ma dall’altro impone la sua logica reificante che impoverisce ogni contenuto riduncendolo, nella migliore delle ipotesi, a ‘evento’. E’ di questo che si parla, di quello che nutre questa città.

      • Cristiana Curti

        E per questo intervento, caro Demonio, sono d’accordo con te. Direi proprio su quasi tutto. Non ho la minima possibilità di spiegarti il perché le banche accordino una sponsorizzazione a un’Ente culturale piuttosto che a una famiglia per un mutuo per acquistare casa, ma non credo che la soluzione del problema sia impedire le (rare) sponsorizzazione culturali delle banche. Il pericolo è solo una guerra fra poveri e un errore capitale: le banche hanno soldi eccome sia per accordare mutui che per sponsorizzare manifestazioni culturali, solo che non li usano per questi scopi.
        Io auspico fortemente lo sgravio fiscale (totale e per tutti) delle donazioni agli enti culturali (privati o pubblici), cosicché le istituzioni si legherebbero assai di più al territorio e sarebbero anche più indipendenti economicamente dai nostri soldi pubblici e da quelli di istituti bancari.
        E’ un discorso complesso che coinvolge l’intera politica culturale di un Paese e che non a caso non è mai stato affrontato (ora, chissà, uno spiraglio?) dalla nostra classe politica. Ed è dirimente.
        Ma tu sei partito con l’attacco alle residenze d’artista e sei finito con il contestare la vita delle fondazioni. Non hai spiegato il perché una residenza d’artista è, per te, cosa negativa in sé a prescindere da come è gestita e da chi la gestisce. Perché l’incontro di artisti provenienti da diversi paesi in un contesto particolare residenziale non dovrebbe essere utile né stimolante?
        Spiegami.

        P.S. Ripeto: la Fondazione Pomodoro e la Mazzotta (e dài) chiusero proprio perché non potevano sostenere le attività espositive temporanee (con annessi e connessi); Vettese docet. Che vuoi che dica d’altro? Né Pomodoro né Mazzotta hanno alle spalle imperi della moda ed è evidentissimo che in Italia, per la maggior parte, le Fondazioni private d’arte e di cultura esistenti (almeno le maggiori) sono vive solo in virtù da grandi capitali (da società per azioni perlopiù…). Ricordiamoci però che anche la Fondazione Palazzo Grassi (quando era della FIAT) era in fortissima perdita e, non a caso, è defunta. La Fondazione “pura” (centro studi e attività culturali) in Italia è quasi (quasi) impossibile (la Marconi è un esempio, anche perché nasce in virtù di un’attività improntata sullo scambio delle opere d’arte e sa cosa bene come muoversi anche con la collaborazione degli artisti).

  • Davide Del Sarto

    Sono di Casale Monferrato, ho studiato a Novara, vivo a Bordighera. Ho fatto una settimana bianca a Bivio nel Cantone dei Grigioni (Svizzera) e ho conosciuto Valerio Scanu. Mi posso considerare international?

  • Davide Del Sarto

    l’unico vulnus alla mia aspirazione ad essere international è che non sono nè sposato con un’americana di Nyc, nè con una brasiliana… :-(

  • Comitato Pro Arte

    Luca Rossi sei un GRANDEEEE!!!!

  • Il vero dramma è che non c’è nessuno che sia in grado di argomentare sul cosa significhi “internazionale” rispetto CONTENUTI e CURRICULUM VITAE. Premettendo che anche a livello internazionale il contemporaneo sta vivendo una crisi linguistica senza precedenti data da contingenze storiche uniche (ormai da alcuni anni). Servirebbero operatori curiosi, con volontà, capacità, onestà e lealtà. In un sistema così precario (anche economicamente) e poco meritocratico la vedo dura, anche rispetto la fuga di cervelli verso altro settori e verso l’estero.

    LR
    (ovunque, a cura vostra) retrospettiva

  • Mi chiamo Diego Mencaroni e sono Coordinatore di Programma della Fondazione Civitella Ranieri. Noto con molto piacere come si sia scatenato un acceso dibattito partendo da questo articolo di Helga Marsala sulle nostre fellowship. Mi pare giusto chiarificare alcuni punti, visto che in parecchi hanno parlato senza una piena cognizione di causa.
    Gli obiettivi della nostra fondazione sono quelli di riunire artisti visivi, scrittori e musicisti provenienti da tutto il mondo; meritori per il lavoro espresso nel loro campo artistico di ricevere un premio. Il premio non consiste in un esborso di denaro ma in un grande regalo di spazio e tempo all’interno del castello di Civitella Ranieri. Ogni borsista ha a disposizione un appartamento e uno studio. La durata del soggiorno è di 6 settimane. Non si tratta di un villaggio vacanze ma di una grande opportunità di lavoro. Chi viene a Civitella cerca di trarre il massimo vantaggio da una situazione che idealmente consente di poter lavorare in tranquillità, lontani dalla quotidianità che spesso può essere distrattiva. Spesso ci sentiamo dire al termine del soggiorno: “in un mese e mezzo ho fatto il lavoro che di solito faccio in tre/sei mesi” E questo per noi significa aver raggiunto il nostro obiettivo.
    I borsisti sono scelti in base ad un’accurata selezione che porta circa 150 candidati per disciplina a essere giudicati da una giuria che individuerà i 30 destinatari delle borse Civitella Ranieri per il biennio successivo.
    Tutto questo nasce dalla volontà della nostra fondatrice, Ursula Corning, che attraverso la sua eredità ha voluto in questo modo mantere vivo il suo spirito,la sua filantropia. il suo mecenatismo, all’interno delle mura del Castello di Civitella Ranieri. Ho letto di sgravi fiscali, noi non rientriamo in questo contesto poiché il denaro che finanzia la nostra fondazione proviene dagli Stati Uniti. Si tratta, come qualcuno ha scritto, di una nuova forma di umanesimo, di un modo di finanziare l’arte più libero e meno compiacente.Vorrei inoltre sottolineare come la nostra Fondazione finanzia per intero le borse a parte di un premio all’anno per disciplina messo a disposizione dall’UNESCO e come il 100% del nostro budget annuo viene destinato alle attività della Fondazione.
    Le nostre attività sono portate avanti seguendo una trasparenza che è sia finanziaria (ogni anno siamo sottoposti ad un controllo di una casa di revisione) che di intenti morali. Processo di selezione, borsisti, giurati, missione, obiettivi sono ben visibili nel nostro sito internet http://www.civitella.org
    Inoltre apriamo il nostro centro al pubblico nel corso delle presentazioni tenute da ogni borsista che in questa occasione illustra al resto della collettività e al pubblico esterno il suo lavoro. A tale proposito invitiamo alle nostre presentazioni chiunque ne fosse interessato, soprattutto coloro che hanno espresso un proprio commento in questo sito.Se qualcuno intendesse ricevere gli inviti alle nostre presentazioni lo sollecitiamo a contattarci all’indirizzo [email protected]
    Diego Mencaroni

    • Tiziano

      “lavorare in tranquillità, lontani dalla realtà che spesso può essere distrattiva”…???
      è come dire che l’arte ha reso superflua la realtà…

  • demonio

    Ringrazio Diego Mencaroni per le delucidazioni tecniche sulla natura della fondazione. Ora il flusso di capitali mi è molto più chiaro e comincio a capire meglio sia culturalmente che finanziariamente il senso della faccenda.
    Ero sulle tracce di Gordon Knox, l’uomo che ha costruito l’impero dela Residenza d’artista, un faro dell’Art for Business ma vedo che nel 2001 ha lasciato la guida, che ora, a quanto ho capito, è nelle mani di Dana Prescott.
    Ok, nella grande tradizione anglosassone del viaggio in Italia, i nostri si sono trovati un castello dove riposare le fatiche del mondo e ogni tanto, come il FAI fa aprire i cortili, qualcuno viene chiamato a corte per far divertire.
    Buon divertimento e buona permanenza.