L’etica nella Pop Art. Niki de Saint Phalle al Guggenheim di Bilbao

Guggenheim Museum, Bilbao – fino al 7 giugno 2015. Cosa c’è dietro, o sotto, le famose Nanas di Niki de Saint Phalle? Una mostra destinata a segnare un punto di svolta riscopre i tormenti di un’artista che immette una forte carica etica e impegnata negli esiti pseudo-Pop. Grazie a un fucile calibro 22…

Niki de Saint Phalle, O.A.S. Altar

NON SOLO NANAS
È spesso fuorviante, per un artista, l’esistenza di una temperie creativa che lo consegni all’immaginario visuale collettivo. Una cifra, che nell’inevitabile superficialità dell’approccio popolare si trasforma fatalmente in un’etichetta. Per Niki de Saint Phalle (Neuilly-sur-Seine, 1930 – San Diego, 2002) l’ingombrante ruolo è stato presto assolto dalle celebri Nanas, le esuberanti, coloratissime sculture di donne inquadrate – anche per ragioni cronologiche, apparse attorno al 1964 – nell’orbita Pop e canonizzate, nella supposta identitarietà, dal Giardino dei Tarocchi di Capalbio, l’ultima grande impresa dell’artista, quasi un testamento però beffardamente apocrifo.

DARE A NIKI QUEL CHE É DI NIKI
Già, perché la figura di quest’artista, ma risulta più centrato parlare di intellettuale a tutto tondo, soffre maledettamente di miopi catalogazioni, celando un profondissimo background che ne legittima il ruolo chiave negli sviluppi di molta arte del Dopoguerra fra Europa e USA. Si incarica di ristabilire le giuste prospettive la grande mostra ospitata dal Guggenheim Museum di Bilbao: un’operazione impeccabile dal punto di vista concettuale, allestitivo, storiografico, financo editoriale, con oltre 200 opere ed un ricchissimo apparato documentario in grado di segnare un punto di svolta negli studi su Niki de Saint Phalle. Nel pieno stile di casa Guggenheim, insomma.

Niki de Saint Phalle, Nanas
Niki de Saint Phalle, Nanas

TUTTO EBBE INIZIO DA UNO STUPRO INCESTUOSO
Per entrare nel profondo dell’universo creativo dell’artista, più che in altri casi è ineludibile il dato biografico: cresciuta in una famiglia benestante, Niki ebbe sempre un rapporto burrascoso con la conservatrice madre, e subì uno stupro da parte del padre. Eventi che ne segnano il carattere già ribelle e contestatore, portandola su posizioni precocemente femministe. Nel 1953 l’instabilità la porta ad un ricovero per problemi psichici, ed è in quell’occasione che scopre l’arte come via di fuga e di espressione delle sue tensioni interiori. In Europa si lega ai Nouveaux Réalistes ed a Jean Tinguely, poi suo compagno di vita.

L’ARTISTA IMBRACCIA IL FUCILE
Dopo alcune prove che testimoniano la conoscenza di artisti americani come Jackson Pollock o Robert Rauschenberg, adeguatamente documentate nella mostra, è nel 1961 che la sua opera segna un momento chiave, con i primi Shooting Paintings. Il lacerante tormento – che fra l’altro nel 1960 le aveva fatto abbandonare il primo marito e due figli – deve trovare uno sfogo violento: e il mezzo è un fucile, con cui spara sulle tele dove ha fissato delle capsule di colore ricoperte di gesso. L’opera nasce dall’imprevisto, dalla guerra, dal caso. Una donna artista, una femminista, che imbraccia un fucile: è troppo per una società non ancora pronta, che infatti nasconde quelle opere nell’oblio. Ma la mostra le tira fuori dagli archivi, raccontandole con diversi video.

Niki de Saint Phalle, Head of State (Study for King Kong)
Niki de Saint Phalle, Head of State (Study for King Kong)

LA SUBLIMAZIONE DELLA DONNA DIVINITÀ CONTEMPORANEA
Ma quella donna è pronta ad incontrare la società: ormai la catarsi è compiuta, è il tempo della super-donna che ostenta, esaspera la sua gigantesca femminilità, danza lievemente su vertiginosi tacchi, annientando l’uomo, annientando i rigori cristiani, annientando Nixon, poi Reagan, poi Bush, annientando il Vietnam. Il mondo è delle donne, è delle Nanas: che mostrano l’aspetto etico e impegnato della brillante Pop Art americana…

Massimo Mattioli

Bilbao // fino al 7 giugno 2015
Niki de Saint Phalle
a cura di Bloum Cardenas, Camille Morineau e Álvaro Rodriguez Fominaya
GUGGENHEIM MUSEUM
Abandoibarra Etorb. 2
+34 (0)944 359080
www.guggenheim-bilbao.es

 

 

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.