Il calore della scultura. Un ciclo di mostre a Firenze

Museo Marino Marini, Firenze – fino all’8 marzo 2014. Il museo toscano ospita un’altra tappa di “Early one morning”, ciclo completamente dedicato alla scultura. Questa volta “Le statue calde” indagano le possibilità della materia plasmata, fra vitalità e interattività.

Ugo La Pietra, Il Commutatore, 1970 - Courtesy Archivio Ugo La Pietra

Statua calda” è un ossimoro che usa Claudia Castellucci in una sua poesia, accostamento che ben si addice al progetto espositivo curato da Simone Menegoi con l’assistenza di Barbara Meneghel al Museo Marini di Firenze. Claudia Castellucci interviene ulteriormente nel progetto con l’opera Colonna istoriale, una colonna rivestita di velluto nero che richiama, a distanza di secoli, il dialogo con le colonne romane, in questo caso corredata da 14 disegni a china indiana raffiguranti gestualità primitive dell’uomo. In realtà la colonna è commemorativa della Celebrazione dei gesti istoriali, azione della stessa artista realizzata il 13 dicembre scorso. In quella data, infatti, la mostra fa il suo debutto con una serie di performance di Alis/Filliol, Castellucci e Italo Zuffi; una ulteriore performance è stata realizzata durante l’inaugurazione il 18 gennaio, quando Franz Erhard Walther – sue sono le uniche opere “straniere” in mostra – ha illustrato le modalità di interazione dei suoi lavori.
In effetti, l’aspetto performativo – in forme non sempre “canoniche” – è ciò che accomuna la fruizione della maggior parte delle opere esposte. Ad esempio, nell’opera di Eva MarisaldiDivisa per dar da mangiare agli uccelli (1994), l’azione è scavalcata dall’emotività e da una ricerca alternativa, poiché si presenta essenzialmente come potenzialità, nelle vesti immaginarie appese alla parete. La natura di questo tipo di scultura appare già in nuce: le statue calde sono scultura in progressione. Sono pezzi manchevoli senza l’intervento del corpo e dell’azione. Il processo è plurimo e cangiante, e prevede l’intervento o anche la sola contemplazione, ma ciò che appare evidente è che le opere sono sentinelle dell’animato.

Gianni Colombo, Bariestesi delle scale, 1975 - photo Marianne Boutrit - courtesy Archivio Gianni Colombo
Gianni Colombo, Bariestesi delle scale, 1975 – photo Marianne Boutrit – courtesy Archivio Gianni Colombo

Utile, quindi, un  manuale di istruzioni, illustrato dall’artista e performer Marco Mazzoni. Il foglio illustrativo guida il pubblico nel confronto attivo con le opere. La prima, seguendo il percorso espositivo, prevede una semplice azione, quella del fare le scale, resa tuttavia difficile dall’architettura che diventa disequilibrio: la direzione, il corpo e i riflessi sono letteralmente messi alla prova da Bariestesia (1975) di Gianni Colombo. Segue la Base Magica (1971) di Piero Manzoni, un piedistallo dove chi sale diventa opera, statua vivente. È proprio Manzoni ad aver ispirato i primi passi dell’artista tedesco Walther, in mostra con due opere tra cui Vier Korpergewichte (1963-69), la quale richiede la partecipazione di quattro persone per essere funzionante e attiva.
Oltre alla presenza di artisti dell’Arte Povera come Michelangelo Pistoletto e Gilberto Zorio, e l’eco di Luciano Fabro tramite il video di Marinella Pirelli, sono esposte opere della cosiddetta “architettura radicale”. Ugo La Pietra (Sistema disequilibrante. Il commutatore, 1970) realizza progetti effimeri o capaci di cambiare la prospettiva spaziale, mentre Gianni Pettena realizza sedie indossabili (Wearable chairs). Altra sedia esposta è quella di Bruno MunariSedia per brevissime visite (1945), dove l’azione è puramente fantasia su un oggetto in cui è impossibile sedersi.

Sonia d’Alto

Firenze // fino all’8 marzo 2014
Le statue calde
a cura di Simone Menegoi
MUSEO MARINO MARINI
Piazza San Pancrazio
055 219432
[email protected]
www.museomarinomarini.it

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Sonia D'Alto
Sonia D’Alto ha studiato Archeologia e Storia dell’Arte a Napoli, ha condotto le ricerche per il lavoro finale del Master a Vienna, dove ha indagato le problematiche della performance in rapporto alle tecnologie. Collaboratrice e autrice per diverse riviste d’arte italiane, attualmente è impegnata in Francia come editor associata e come assistente curatrice. Parallelamente si occupa di ricerche nell’ambito del genere e dello statuto delle pratiche artistiche nel post-Internet.
  • Questo a Firenze è un esempio perfetto di come il curatore desideri essere autore e regista, cercando di creare la sua opera. Il problema è che a differenza di un film, la mostra NON è un’opera d’arte. La mostra è semplicemente una selezione e un accostamento di opere. In una sovraproduzione di opere e artisti il curatore ha guadagnato potere, come figura che dovrebbe ordinare il caos. Ed ecco una grande installazione con giovani, giovanissimi e artisti storici. A mio parere la mostra presenta alcuni guizzi. E’ una mostra che fornisce una visione interessante. Il rischio è sempre quello che se il curatore non è artista e se gli artisti sono sfumature e accessori funzionali ad una certa idea del curatore, finiamo per non avere nessuna opera. E quindi un vuoto.