Combas: la vitalità irrefrenabile di un libertario

Una mostra-kolossal con seicento opere, tra rock, sesso, religione. E una visione del mondo libertaria, piena di anarchia gentile. È la personale di Robert Combas al Mac di Lione, da vedere fino al 15 luglio. Quando il sovraccarico dà la sensazione di respirare.

Robert Combas - photo Harald Gottschalk

È una mostra-kolossal quella di Robert Combas (Lione, 1957). Una prova di forza impressionante da parte dell’artista e del Mac di Lione: seicento opere dagli Anni Settanta a oggi, in un allestimento entusiasmante.
La poetica di Combas è uno degli ultimi esempi di fusione totale tra arte e vita, la costruzione di un universo che, nel reggersi su regole proprie, interpreta il mondo. Nei suoi lavori, cose e persone trasudano il sangue di un troppo pieno che è quello del mondo contemporaneo, in cui l’individuo fatica non solo a trovare un posto, ma persino a garantirsi un piccolo spazio di movimento. Le collisioni che derivano da questa ristrettezza sono la carne dei dipinti di Combas: urti, torsioni, colliquazioni che impregnano i simboli di tutti gli ambiti della società. Relazioni personali, sesso, letteratura e religione: tutto è reinterpretato in una visione libertaria fatta di ribellione indomita, con la rivoluzione come spettro permanente, ma anche di un’anarchia gentile, anticompetitiva ma ferma sui principi fondamentali. Una visione del mondo totalizzante ma priva di volontà di potenza.

Robert Combas - Greatest hits - veduta della mostra presso il MAC, Lione 2012

L’universo-Combas invade il museo sin dalla facciata, su cui è affisso l’ingrandimento di un particolare di un suo quadro, e sin dall’atrio, dove sculture-totem accolgono dando subito il tono generale. Nelle sale si accavallano sculture, dipinti, oggetti. Ecco i quadri “mediorientali”; quelli che delineano una sessualità panica, perversa ma assieme purissima; le opere a tema religioso, che rivalutano la carnalità di Dio e della Passione; fino alla sala finale, con i video musicali dell’artista, i dischi della sua collezione e i dipinti che raffigurano le rockstar.
Perché opere in cui si accalcano così tanti colori, scritte, figure, linee non provocano un senso di rigetto? E perché una mostra come quella del Mac, che di queste opere ultradense ne allinea seicento non soffoca né stanca, ma anzi dà la sensazione di respirare -infine- a pieni polmoni? Per la straordinaria grazia e capacità compositiva dell’autore, innanzitutto. E, sul piano del contenuto, proprio per la nobiltà d’animo e l’onestà intellettuale che Combas impiega nell’immaginare il suo universo. Concetti riposti in soffitta come egualitarismo, comunitarismo, progressismo si respirano come un vento di rinascita. E l’accumulo di opere non fa che acuire tale sensazione.

Robert Combas - Tintaine et Nickey ont volé la pipe du capitaine Hard Rock! C'est dégueulasse! - 2009 - collezione dell'artista

Nobili propositi espressi sollecitando i sensi, con ampio uso di colori squillanti, di materia, di elementi della cultura popolare, pescando in serbatoi come l’Espressionismo, il fumetto, i graffiti urbani. E soprattutto il rock, filo conduttore dell’opera di Combas e della mostra, inteso nel senso libertario dei suoi primi decenni e non come prodotto falsamente alternativo (l’artista è anche leader di un gruppo rock).
L’adesione totale del francese alla causa dell’arte è confermata dalla sua presenza in mostra: si è fatto costruire uno studio-acquario, visibile dietro un vetro, dove per buona parte dell’esposizione dipinge e suona. Quasi ignorato in Italia e in Francia considerato da alcuni una pittoresca testimonianza degli anni Ottanta, Combas dimostra qui l’universalità e l’attualità del suo messaggio, con la forza d’urto che deriva da una mostra così ampia eppure coerente.

Stefano Castelli

Lione // fino al 15 luglio 2012
Robert Combas – Greatest hits
a cura di Thierry Raspail e Richard Leydier
MAC
81 quai Charles de Gaulle
+33 472691717
www.mac-lyon.com

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.