Robert Breer: andamento lento

In attesa dell’autunno rovente in cui ospiterà il Turner Prize, per la stagione estiva il Baltic si concede una deriva storica. E si torna a parlare di eredità dell’avanguardia, di cinema che nasce dalla pittura, ma anche del sense of humor del Minimalismo. Fino al 25 settembre, in Inghilterra, a Gateshead.

Robert Breer - Fuji - 1974 - courtesy gb agency, Paris

L’importanza di questa personale di Robert Breer (Detroit, 1926) sta prima di tutto nell’opportunità di riscoprire un autore che, pur partecipando ai maggiori movimenti artistici della metà del Novecento, non ha mai raggiunto la notorietà del mostro sacro. Poche le antologiche in spazi museali, così come le pubblicazioni, e questa mostra londinese si configura di fatto come la più grande retrospettiva a lui dedicata.
La ragione di questo riconoscimento relativamente tardo potrebbe risiedere nell’eclettismo della sua produzione. Sebbene il suo nome venga di primo acchito associato ai film d’animazione e allo sperimentalismo cinematografico americano (quello di Stan Brakhage e Jonas Mekas, per intenderci), Breer ha iniziato la sua carriera dipingendo, e ha continuato a farlo per gran parte di essa, ma si è anche dedicato con costanza alla scultura e all’arte cinetica.

Robert Breer - Float - 1970/2004 - courtesy gb agency, Paris

La sezione più originale dell’esposizione, infatti, sembra proprio quella dedicata ai Floats, che occupano quasi interamente il quarto piano del Baltic. Realizzati a partire dagli anni ‘60, e definiti dall’artista come “molluschi motorizzati”, sono volumi essenziali, geometrici, che avanzano sul pavimento a velocità quasi impercettibili, sospinti da una batteria. E se da un lato condividono l’istanza minimalista di liberare la scultura dal piedistallo per trasformarla in un agente capace di coinvolgere e modificare la percezione di un intero ambiente, queste entità mute, goffe e, nella loro lentissima marcia, totalmente incuranti di quanto accade intorno, costituiscono in un certo senso l’alter ego buffonesco e autoironico del rigore di Robert Morris e soci.
Più prossimi a un grosso pezzo di formaggio in gommapiuma che alla purezza non rappresentativa del Minimalismo, i Floats non nascondono neppure la loro discendenza diretta dalle avanguardie storiche: questi esperimenti di robotica naïf non sono altro, in fondo, che l’evoluzione nello spazio tridimensionale delle forme della pittura astratta che, tra Surrealismo e De Stijl, si dipana sulle tele di Breer che occupano le pareti del piano inferiore.

Le stesse forme le ritroviamo anche nei film che, nella stessa sala, fanno da preciso contrappunto alla pittura. Disegni infantili, composizioni asimmetriche di linee e colori, inserti di collage, fugaci inquadrature di objet trouvé: sin dalle primissime animazioni (la serie Form Phases, avviata nel 1952), la settima arte è per Breer la chiave di volta nella sua ricerca di movimento, ma anche di potenziale metamorfico dell’arte, ora capace di fagocitare un insieme fortemente eterogeneo di elementi in strutture volutamente anti-narrative. Sequenze semi-automatiche che rivelano apertamente l’essenza del cinema come un carosello di immagini statiche. E che tradiscono le trasgressioni sotterranee del New American Cinema a favore di un approccio giocoso, leggero, non tanto interessato all’introspezione quanto all’idea di un universo artistico abitato da elementi incoscienti, apparentemente indipendenti, ma essenzialmente debitori del reale.

Gabriella Arrigoni

Gateshead // fino al 25 settembre 2011
Robert Breer
balticmill.com

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Gabriella Arrigoni
Gabriella Arrigoni (Genova, 1980) è giornalista d’arte, curatrice e traduttrice. E’ stata capo-redattore di UnDo.net dal 2006 al 2009, prima di trasferirsi a Newcastle upon Tyne dove vive e lavora. Ha curato mostre collettive in diversi spazi no profit ed istituzioni pubbliche, e i suoi articoli sono comparsi su riviste online e cartacee in Italia e all’estero. Fa parte del collettivo Nopasswd in[ter]dependent contemporary culture.