La Macchina dei Sogni (non dorme mai). Intervista a Eva Koťátková

L’artista ceca racconta in anteprima la mostra che sta per debuttare nello sconfinato Shed di HangarBicocca, a Milano. Offrendo una suggestiva riflessione sulla mente e il corpo umani.

Stomach of the World (2017), un lungo cunicolo blu, costellato da video-proiezioni, è la prima installazione di The Dream Machine is Asleep, la più estesa mostra dell’artista realizzata in un’istituzione italiana. Attraverso un lungo corridoio labirintico introduce i visitatori nell’immaginario di Eva Kot’átková (Praga, 1982). Alcune delle opere in mostra fungono da oggetti di scena, incorporati e mossi da performer in determinati momenti del giorno, mentre altri lavori sono concepiti per ospitare diversi laboratori, soprattutto per i più piccoli.
The Dream Machine is Asleep presenta una serie di nuove opere realizzate appositamente per l’esposizione insieme a lavori già noti dell’artista, riunendo installazioni, sculture, collage e performance. La mostra si concentra su una selezione di opere basate sulla concezione del corpo umano inteso come macchina. Qui il sogno crea l’esistenza, fisica, di visioni aperte su mondi paralleli, in cui enormi teste-gabbia (serie dal titolo Heads) si avvicendano a libri-espositori di collage (Diary) un territorio in cui vecchi strumenti da cucina prendono vita trasformandosi in utensili surreali.

L’INTERVISTA

La prima volta che ho avuto modo di apprezzare strategie e pratiche che ti sono proprie ancora oggi era nel 2010, a Milano, da Conduits. In quel momento tu definisti le tue pratiche come archeologiche, ritieni che sia ancora adatto questo termine?
In verità non riesco a richiamare alla mente con esattezza quel termine, ma forse lo avevo riferito, nello specifico, a una sorta di definizione nell’utilizzo delle immagini, un processo che io stavo, in quel momento, sviluppando. Le ricercavo e le selezionavo come fossero state fonti storiche, esposte, in seguito, in qualità di reperti. Traevo figure e fotografie da libri storici, da manuali educativi, da vecchi libri di psicologia e di sociologia. Ritenevo questa sorta di approfondimento, di scavo iconografico, un’archeologia, un punto di partenza per una metodologia nuova nell’analisi dell’immagine e delle sue variabili compositive. Un trattato che aveva il proprio avvio da un atto fisico di tagliare e ritagliare un’unità.

Secondo quale grado le tue modalità analitiche di esaminare le diverse strutture umane sono cambiate?
Oggi l’archeologia descrive solo parzialmente quel che sto elaborando e ritengo che al mio lavoro si addica maggiormente la formula surgical approach. Una pratica che metodologicamente applico tanto ai lavori che si sviluppano nello spazio quanto alle immagini stesse che raccolgo e utilizzo. In un certo senso rimane un approccio analitico, ma racconta molto meglio gesti e riti del tagliare attraverso, o meglio, dell’attraversare materia per mezzo di un taglio. Ritagliare il corpo di un’immagine è un atto chirurgico che rimuove alcuni pezzi da un intero.

Eva Kot’átková. The Dream Machine is Asleep. Exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Photo Agostino Osio

Eva Kot’átková. The Dream Machine is Asleep. Exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milan, 2018. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Photo Agostino Osio

Come consideri l’identità del tempo nel tuo lavoro?
Il riferimento al tempo passato è sempre presente. Sembra un controsenso, ma il mio approccio archeologico restituiva vita a un’era precedente. Era un tempo che si legava direttamente all’essere cresciuta alla fine di un regime socialista e le immagini che prendevo da quel serbatoio facevano parte di un’estetica e di un immaginario che io vedevo sparire. Oggi invece non mi interessa più rifinire la concretezza di un tempo, misurabile attraverso una linea precisa. Preferisco utilizzare un riferimento iconografico che spazia nella contemporaneità e che diventa concreto nelle mie mani, sono interessata agli argomenti, ai temi che la temporalità porta con sé, creando una sorta di continuità attraverso gradi di comprensione sempre diversi.

Potresti spiegare le motivazioni del titolo di questa tua grande mostra nello Shed, The Dream Machine is Asleep?
Non è solo il titolo della mostra ma è anche quello che porta con sé forse la più estesa installazione ideata in occasione di questa mostra all’HangarBicocca. Assomiglia a un letto gigantesco, su due piani, dove adulti e bambini possono stare assieme. I visitatori accedono al piano superiore, dal quale si vede l’intera mostra dall’alto. Qui sono invitati a sdraiarsi e ad ascoltare storie e sogni, mentre al piano inferiore si trova un ufficio dedicato a registrare i sogni, una sorta di spazio riservato solo ai più piccoli. In questo lavoro è coinvolta la mia parte più intuitiva, dunque riesco a spiegarla davvero molto poco, anche a me stessa, attraverso le parole.

Eppure il pensiero che soggiace è molto complesso…
In questo lavoro sono condensati buona parte dei miei studi sui disordini del sonno e sui sogni, ma è basato sull’idea che abbiamo macchine al nostro interno e che per questo siamo, a nostra volta, macchine. Spesso ci rompiamo, alle volte ci rifiutiamo di funzionare, perché esistono macchine ben più grandi di noi, al di fuori, che vengono in contatto e interferiscono con i nostri sistemi, dando luogo a un conflitto. Un malfunzionamento, ad esempio, con la macchina pensante del nostro cervello, oppure con quella instancabile, regolatrice del cuore. E quindi esistono fattori esterni che non ci permettono correttamente di pensare oppure di riposare. Mi riferisco all’influenza che hanno su di noi le leggi istituzionali, oppure le convenzioni sociali di ogni giorno, o, ancora, gli spazi pubblici che, in qualche modo, guidano i nostri comportamenti, penetrando persino nei nostri sogni e controllando la nostra libertà di creare immaginari.

Eva Kot’átková, Stomach of the World, 2017. Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milano 2018. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Photo Agostino Osio

Eva Kot’átková, Stomach of the World, 2017. Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milano 2018. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Photo Agostino Osio

Quale definizione affideresti all’universo-macchina?
Ritengo che le macchine abbiano non solo un senso, uno scopo fisico, ma anche fisiologico. Il nostro corpo porta con sé svariati meccanismi che anche materialmente ricordano condotti, tubi, ingranaggi e funzioni. Spesso mi piace immaginare, ad esempio, la lingua come una sorta di contenitore per le canzoni, guardando ai nostri apparati come a infrastrutture, delle quali si deve capire come lavorano.

Risulta surreale connettere il blu, colore nel quale la tua mostra sembra immersa, all’idea di un corpo composto da dispositivi viscerali.
Sembra banale affermarlo, ma è la prima volta che utilizzo questo colore all’interno di una mia mostra. Il colore blu viene declinato secondo molti diversi toni e consistenze, fra le installazioni, partendo dall’essere una condensazione, un’astrazione delle sfumature dei sogni per diventare poi, invece, una tonalità associabile direttamente al corpo e al suo funzionamento. Ritengo che il blu possa rappresentare uno sfondo che funge da collegamento tra il sogno e la nostra fisicità, come se fosse il proscenio ideale per un mondo della finzione.
C’è un film, che mi è rimasto molto impresso, perché si tratta dell’ultima opera di Derek Jarman, dal titolo Blue (1993). Il regista stava diventando cieco a causa di alcune complicazioni dovute all’AIDS e io, che ho visto quel film praticamente da sola, in una sala di un cinema, ancora ricordo la sensazione che lui mi aveva trasmesso, nel momento drammatico della perdita della vista. Forse, in parte, il blu utilizzato in questa mostra è un richiamo alla perdita dello sguardo nei confronti del mondo esterno.

L’enorme superficie dello Shed come ha amplificato, come ha modificato il tuo modo di lavorare?
È lo spazio più grande che abbia mai allestito. All’inizio credevo che avrei dovuto abituarmici, oppure che avrei dovuto trovare un altro posto simile per poter riuscire a lavorare con modelli che fossero 1:1; per poter davvero immaginare la mostra per intero e a distanza. Ma poi ho capito che solamente di persona avrei potuto disporre lavori mai realizzati prima e lavori già esposti. Per questo motivo ho scelto di creare una piccola installazione al centro dell’allestimento, un punto di vista dal quale posso lavorare e supportare gli operai che stanno costruendo attorno. Quel che mi rende più felice è aver fatto diventare lo Shed uno spazio di lavoro vero e proprio, incredibilmente gestibile, che mi mette a mio agio. Un luogo che quasi mi fa dimenticare le enormi proporzioni delle quali si dota il paesaggio di questa mostra, nonostante, davvero, io lo stia vedendo crescere ogni giorno di più per la prima volta.

Eva Kot’átková, Cutting the Puppeteer’s Strings with Paper Teeth, 2016. Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milano 2018. Kunstmuseum Krefeld Collection. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Photo Agostino Osio

Eva Kot’átková, Cutting the Puppeteer’s Strings with Paper Teeth, 2016. Installation view at Pirelli HangarBicocca, Milano 2018. Kunstmuseum Krefeld Collection. Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Photo Agostino Osio

Come si è svolta l’ingegnerizzazione della mostra?
Grazie al team di HangarBicocca, siamo riusciti a trasformare i miei disegni caotici in installazioni vere e proprie, tridimensionali, a trovare i materiali giusti e soprattutto a mantenere le esatte proporzioni che stavo cercando.

Quale relazione mantiene questa mostra con la tua personale dal titolo Error?
In realtà ritengo che non sia solo singolarmente connessa a quel progetto, ma che in questa confluiscano tutte le mie mostre precedenti. Ritengo che ci sia sempre un legame continuo, non interrompibile. Comunque il punto di partenza psichiatrico di Error, sulla formazione degli immaginari di pazienti affetti da gravi disturbi dell’identità, qui si trasforma, invece, in una ricerca differente. In The Dream Machine Is Asleep ho voluto indagare su quale universo possano fornirci i bambini, quando noi, da adulti, perdiamo la capacità di accedere al nostro subconscio. In questo percorso, ad esempio, sono stata accompagnata da un neurologo che scriverà un testo per il catalogo in via di realizzazione.

Potresti formulare un pensiero che accompagni il visitatore lungo la tua mostra?
In realtà non serve alcun tipo di chiave di lettura, o di preparazione per questa mostra. Ci saranno parti attivate da numerose performance e io mi auguro che il pubblico riesca a vederle in movimento, incorporate dalla mostra stessa, che risulterà un enorme corpo composto da tanti corpi, all’interno di numerose atmosfere del sogno.

Ginevra Bria

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Ginevra Bria

Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.

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