Parola a uno dei paesaggisti che hanno contribuito all’evoluzione dell’idea di giardino in epoca recente. Vincitore del premio “Per un giardino evoluto”, consegnatogli durante le giornate di “Orticolario” a Villa Erba Como, Gilles Clément ha approfondito le sue teorie in questa intervista.

Gilles Clément (Argenton-sur-Creuse, 1943), paesaggista, entomologo, botanico, teorico e soprattutto giardiniere – come ama definirsi lui medesimo ‒ è la persona più rappresentativa nell’evoluzione del concetto di giardino e di paesaggio dell’ultimo secolo. Lavorando con la natura, e non contro, ha cambiato il modo di rapportarsi al giardino, spostando l’interesse dall’estetica alla meraviglia della vita e della biodiversità. Alla fine degli Anni ‘70, Clément acquista un terreno abbandonato nel centro della Francia, una zona poco abitata, vicino ai luoghi della sua infanzia. In questo terreno de La Vallée costruisce la sua casa, con le proprie mani e totalmente autosufficiente. La Vallée è una sorta di ‘paradiso’ (paraiso, antico termine per definire il giardino): tracima di vegetazione spontanea, di insetti, di aviofauna e piccoli animali. Ai corsi di paesaggio gli avevano insegnato a eliminare (spesso con l’uso di sostanze chimiche) tutto ciò che intralcia il pensiero razionale del progettista. Qui Clément decide di seguire una nuova via: valorizzare ciò che era già presente senza distruggere nulla. Inizia così ad applicare alcuni dei concetti che lo renderanno famoso in tutto il mondo. Il giardino in movimento, di fatto, inizia proprio in questo lembo di terra: dovendo tracciare un sentiero per addentrarsi nella vegetazione, per evitare di tagliare arbusti e piante spontanee che crescevano sul suo percorso, decide di segnare linee zigzagate, per aggirare la crescita e il movimento della vegetazione. Così il giardiniere non impone più una forma, ma si adatta alle forme preesistenti, quelle della natura, lascia che l’energia del luogo possa fare il proprio corso, modificando continuamente il paesaggio circostante.

Il giardino di Gilles Clément. Photo Claudia Zanfi
Il giardino di Gilles Clément. Photo Claudia Zanfi

IL GIARDINIERE PLANETARIO

Da qui inizia un complesso percorso teorico, che ha prodotto diverse pubblicazioni, capisaldi del pensiero contemporaneo. Il giardino planetario è un progetto politico di ecologia umanistica, un concetto portato all’attenzione del pubblico a seguito dei suoi numerosi viaggi. Gilles Clément intuisce che tutto il pianeta è come un unico grande giardino, e l’umanità è il suo giardiniere. Spetta quindi a tutti noi, indistintamente, averne cura, esserne responsabili e saperlo salvaguardare. Dobbiamo riconciliarci con le altre forme di vita, ritrovare il nostro posto all’interno della natura e non operare con supremazia, da padroni del pianeta, ma in armonia. Altro concetto fondamentale è Il terzo paesaggio, che riguarda tutti gli spazi trascurati non antropizzati o abbandonati, considerati come i principali luoghi d’asilo per la biodiversità. Bordi di strade, scarpate, linee ferroviarie, aree residuali, luoghi marginali, frammenti indecisi di paesaggio sono estremamente necessari in quanto rifugio della maggiore parte di vegetazione spontanea, quindi di biodiversità. Soprattutto nelle città è utile osservare ciò che cresce senza omologazione, forme di vita resistenti, laboratori botanici che donano risultati imprevedibili. Il giardiniere planetario sa che il proprio lavoro deve essere svolto più con il cuore e con lo sguardo, che con la vanga. È di fronte alla bellezza di questo paesaggio spontaneo che nascono il sentimento e lo stupore dell’uomo nuovo.
Gilles Clément è colui che ha trasformato l’ecologia in una questione di democrazia”, ha affermato l’esperto di giardini Gaetano Zoccali, introducendo la consegna del premio Per un giardino evoluto attribuito a Clément durante le giornate di Orticolario a Villa Erba Como. “Cosa possiamo fare noi umani, e come possiamo intervenire, per restituire al pianeta l’equilibrio minacciato?”. Questa è la domanda suggerita da Clément durante la cerimonia di consegna del premio. E da questa domanda inizia la nostra conversazione con il grande paesaggista francese.

Il giardino di Gilles Clément. Photo Claudia Zanfi
Il giardino di Gilles Clément. Photo Claudia Zanfi

L’INTERVISTA

Lei è un autore che ha fatto scuola, che ha profondamente influenzato generazioni di paesaggisti e giardinieri. Qual è la differenza tra landscape designer e giardiniere?
Esiste una profonda diversità tra il landscape designer’ (o progettista) e il giardiniere. Il primo ha una veduta più fredda, distante. Il progetto è soprattutto un’idea, disegnata su un tavolo, non sul terreno. Il giardiniere, invece, mette le mani direttamente nella terra, deve conoscere perfettamente le varie specie botaniche, i vari tipi di terreno, le varie necessità di ciascuna essenza vegetale. La sua presenza è indispensabile in tutte le fasi della realizzazione di un giardino o di un parco, dal disegno del progetto fino al sistema di irrigazione.

I luoghi liminali e i terreni abbandonati sono vere risorse per l’umanità? Qual è la loro importanza?
I terreni abbandonati (friches) sono una ricchezza per tutti, un tesoro a disposizione della città e dei cittadini. È molto arbitraria la nozione di ciò che è bello esteticamente in un giardino. Gli spazi abbandonati sono belli, perché sono naturali, spontanei e accolgono gran parte della biodiversità urbana. Così come gli orti collettivi sono utili perché sono luoghi di convivialità, di socialità e di pedagogia. In qualsiasi spazio pubblico bisogna sempre lasciare uno spazio incolto, libero dalla mano dell’uomo, senza interventi, così le specie pioniere e gli insetti impollinatori possono riprodursi e operare liberamente.

Le sue teorie hanno influenzato non soltanto paesaggisti ed ecologisti, ma anche scrittori, filosofi, sociologi, pensatori. Ritiene tutt’ora valide le sue posizioni alla luce delle urgenze del contemporaneo, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali?
Per me parlare di giardino è una necessità! Noi umani siamo fragili, e per vivere abbiamo bisogno di ‘protesi’, tipo un tetto, una casa, per proteggerci. Io ho costruito una piccola casa in mezzo a un bosco-giardino immenso. Ho iniziato come facevano i nostri antenati: la prima stanza che ho costruito è stato l’orto, indispensabile per cibarmi. Poi per un anno non ho fatto nulla e ho lasciato che la natura sviluppasse le proprie energie, crescesse e si moltiplicasse. Ho deciso di restare immobile, osservare in silenzio, guardare l’incanto della natura. E imparare! Durante i miei studi di agronomo, mi avevano insegnato a distruggere tutto: gli insetti, le erbacce, le talpe, ecc. Dopo anni di osservazione sul campo, ho invece deciso di invertire quegli insegnamenti e di lasciare che la natura possa operare liberamente, seguendo i suoi cicli e i suoi ritmi. Solo con questo atteggiamento, con questo rispetto, l’uomo riuscirà a invertire i problemi attuali e a salvarsi.

Il giardino di Gilles Clément. Photo Claudia Zanfi
Il giardino di Gilles Clément. Photo Claudia Zanfi

Potrebbe riassumere i principi fondanti del fare paesaggio oggi?
Il giardino in movimento nasce dallo spostamento del vialetto di accesso al mio terreno. Mi ero accorto che sul vialetto iniziale crescevano delle erbe interessanti, le quali avevano bisogno di altro spazio per realizzarsi, per dare il meglio di sé, per ampliare la propria potenza vegetativa. Ho quindi ridisegnato il vialetto e spostato la via d’accesso per lasciare spazio a quelle erbe. Ho adeguato il mio cammino a quello della natura, nel rispetto di quest’ultima e non imponendo il mio volere. L’uomo è l’ultimo arrivato sul pianeta, e ancora non lo conosce bene. Bisogna avere maggiore rispetto e fare un passo indietro.

E per quanto riguarda il giardino planetario?
Il giardino planetario è un concetto molto ampio, a cui tengo molto. Quando viaggio nel mondo vedo mescolanza (mixitée): piante del Cile che vivono in Africa, o piante australiane che vivono in Inghilterra, ecc. I cercatori botanici sono andati lontano, hanno esplorato terre nuove per portare in Europa piante nuove. Di fatto tutto il mondo è un grande giardino. La presenza dell’uomo è massiccia, è ovunque. Potremmo dire, quindi, che tutti gli uomini sono chiamati a essere giardinieri, consapevoli!
Nel giardino planetario si rimette in discussione il pensiero cartesiano e si vuole ripensare alla posizione dell’uomo all’interno del paesaggio. Ci siamo dimenticati di ciò che è il genio naturale (genius loci), l’energia vitale della natura che vive e opera da milioni di anni. Oggi vige il principio di Lamarque, che basa tutto solo su valori economici. L’umanità riuscirà a salvarsi solo se sarà in grado di trasformarsi ed evolversi secondo i principi darwiniani.

Che cosa possiamo fare, quindi?
Dobbiamo imparare a usare il ‘genio’ delle piante, la forza della natura. Non lottare contro queste energie, ma indirizzarle verso la nostra sopravvivenza. Ad esempio, invece di usare diserbanti e pesticidi che uccidono i parassiti, ma anche tutto ciò che incontrano (insetti impollinatori, farfalle, avvelenano le acque, la terra, ma anche l’uomo), bisogna imparare a usare i ‘veleni’ vegetali, quelle sostanze che in natura le piante stesse usano per difendersi, non quelli chimici, che ingrassano solo le tasche delle grandi industrie.

Quali sono le sfide e le problematiche del giardino urbano contemporaneo?
Il giardino urbano è possibile solo se l’uomo accetta di rispettare la natura e la diversità della vegetazione, cioè tutti i tipi di biodiversità presente sui terreni. L’uso condiviso dello spazio pubblico, dagli orti urbani ai giardini condivisi è molto positivo, perché crea una società costruttiva e consapevole. Il giardino di domani sarà quello in cui si abbandona la gerarchia dell’uomo sulla natura e si ritorna al genius loci. Ci salverà la biodiversità. E la diffusione della conoscenza, con libero accesso a tutte le classi sociali. I giovani, oggi, hanno maggiore coscienza ecologica, dimostrano più rispetto verso la natura, ma hanno meno conoscenze tecniche e scientifiche.

Il giardino di Gilles Clément. Photo Claudia Zanfi
Il giardino di Gilles Clément. Photo Claudia Zanfi

Lei è stato un importante caposcuola e innovatore. Qual è il suo rapporto con altri paesaggisti?
Il mio rapporto con altri progettisti del verde e giardinieri è di stima anche se non sempre le idee coincidono. È solido soprattutto verso coloro che come me hanno applicato la regola del giardiniere-paesaggista-ecologista. Mi piace molto il lavoro di Piet Oudolf, che stimo per l’ossessiva ricerca delle specie botaniche più adeguate a ogni luogo e per la tecnica impeccabile di impianto vegetazionale.

Ci racconti dei suoi ultimi progetti.
I miei ultimi progetti sono piuttosto visionari. Ho ideato una ‘Torre d’acqua’ in pietra là dove nasce la Loira, in modo da creare vapore acqueo e umidità per le piante più fragili. È un progetto emblematico su una questione cruciale come quella dell’approvvigionamento dell’acqua e la sopravvivenza del pianeta. In Cina, invece, sto progettando un grande giardino dedicato alla biodiversità dell’intero pianeta, commissionato da un nuovo Museo d’Arte. Qui utilizzerò vegetazione che non ha bisogno di cure e a basso consumo di acqua. La questione ecologica non è compatibile con gli accordi economici. Ma il giardiniere deve sapersi adattare ai cambiamenti climatici. Anche le piante si stanno adattando, mescolandosi, muovendosi di più, in cerca di ambienti e di climi più adatti. L’uomo resta la specie maggiormente minacciata, perché è più stanziale, più fragile, meno adattabile.

Claudia Zanfi 

www.gillesclement.com

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Claudia Zanfi
Claudia Zanfi, storica dell’arte e promotrice culturale, si interessa di micro-geografie e culture emergenti. Dirige l’associazione culturale aMAZElab, che ha fondato nel 2000, e MAST – Museo d’Arte Sociale e Territoriale. Collabora con istituzioni nazionali e internazionali e con riviste d’arte su progetti dedicati ad arte, società, paesaggi. Ha firmato testi all’interno di pubblicazioni collettive e monografiche. Dirige il programma internazionale Green Island per la valorizzazione dello spazio pubblico e delle nuove ecologie urbane. Promuove inoltre progetti culturali ed editoriali, prestando particolare attenzione a temi di interesse sociale e geopolitico. Tra gli altri: A Ticket to Bagdad; Transcrossing Memories (Nicosia); Re-Thinking Beirut; Atlante Mediterraneo; Arcipelago Balkani e Going Public, progetto su società e territorio. Tiene conferenze a livello internazionale e lezioni alla Middlesex University di Londra.