Su carta

Monforte d'Alba - 29/10/2011 : 18/12/2011

Curata da Vincenzo Gatti, la mostra presenta per ciascun autore una quindicina di opere su carta, realizzate tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta. Offre la possibilità di riflettere sugli aspetti comuni del percorso di due esponenti che hanno segnato la ricerca artistica del Novecento: il forte interesse per la grafica incisa e l'uso elettivo del supporto cartaceo in pittura, particolarmente nella fase della maturità espressiva.

Informazioni

Comunicato stampa

A dieci anni dalla scomparsa di Gianfranco Ferroni (1927-2001) e a venti da quella di Sergio Saroni (1934-1991), la Fondazione Bottari Lattes dedica a due dei più validi artisti italiani del dopoguerra la mostra “Su carta”. Sarà inaugurata sabato 29 ottobre alle ore 18 presso la sede a Monforte d’Alba (Via Marconi 16 - Cn) e proseguirà fino a domenica 18 dicembre (orario: da lunedì a venerdì ore 14,30-17; sabato e domenica ore 14,30-18,30).

In occasione dell’inaugurazione, la musica si unirà alla pittura con il concerto del violinista Aaron Berofsky (ore 21, Auditorium della Fondazione Bottari Lattes)

Apprezzato come uno dei più importanti musicisti nel panorama culturale degli Stati Uniti, Berofsky si esibirà sia come solista sia assieme alla pianista Valentina Messa e al quartetto Xenia Ensemble, per proporre brani della tradizione afroamericana, da William Grant Still a George Walker ad Adolphus Hailstork.

Curata da Vincenzo Gatti, la mostra presenta per ciascun autore una quindicina di opere su carta, realizzate tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta. Offre la possibilità di riflettere sugli aspetti comuni del percorso di due esponenti che hanno segnato la ricerca artistica del Novecento: il forte interesse per la grafica incisa e l'uso elettivo del supporto cartaceo in pittura, particolarmente nella fase della maturità espressiva.
In esposizione disegni, incisioni, tempere e tecniche miste, che testimoniano l'appassionato fervore e la determinazione che hanno mosso l'intenzionalità dei due artisti.

«In particolare – spiega il curatore Vincenzo Gatti – è da segnalare l'attenzione che Ferroni e Saroni hanno rivolto verso la grafica incisa, a partire per ambedue dal 1956/57 e poi facendosi sempre più intensa e contigua alle ricerche pittoriche.

Per Ferroni l'incisione è stata l'occasione per misurarsi con una tecnica severa e scabra e la sua scelta si è diretta verso l'acquaforte, mai abbandonata, ma sempre rivissuta nella fiducia verso il valore del “segno”, perseguita per quarant'anni, con una puntigliosità di sguardi che lo ha portato, nei temi che hanno costituito la sua cifra esistenziale (gli interni, gli oggetti), a mettere a fuoco l'essenza delle cose, fino ad arrivare, al termine della sua vita, a collocare le “cose” in uno spazio di pure astrazioni, pulviscolare e remoto. Allo stesso modo la sua pittura su carta depura la materia cromatica: meglio della pennellata è lo sgranarsi della grafite o del pastello. La transitorietà trasfigura la realtà, e la fisicità esatta degli oggetti quasi si stempera nella luce che tutto pervade, pazientemente evocata dalle tracce infinite lasciate sui fogli.

Saroni giunge alla “nuova figurazione” nei primi anni Sessanta, dopo l'esperienza informale, e la ricerca grafica assume in quest'ottica di rinnovamento particolare importanza. Per quanto i linguaggi possano essere diversi per Saroni, come per Ferroni, il vero costituisce l'irresistibile fonte d'ispirazione. Semmai, l'approccio, la soluzione è ben altra. Il pittore torinese non rinuncia mai all'incisività del segno, spesso traccia singola a ribadire il tormento e la perfezione.
Gli impasti aggrovigliati delle nature morte degli anni Sessanta ben esemplificano le scelte di Saroni, e così la tipologia stessa, irta e spinosa, dei soggetti proposti. Seguiranno, nella grafica incisa, i grandi fogli composti da più lastre e da più colori, dove viene proposta la figura, con arditi tagli compositivi e inquieti inserimenti architettonici e vegetali. Solo negli ultimi anni di una troppo breve vita, il dialogo fra le tecniche (acquaforte e acquatinta) si fa più asciutto e disteso.
I dipinti su carta sono poi una costante saroniana negli anni della maturità, dai grandi formati dove il soggetto di natura quasi si frantuma in schegge geometricamente concluse, agli acquerelli di paesaggio, contemplativi ma “accorati”, pervasi da un sentimento d'attesa nel balenare d'una nuvola temporalesca, o nei grafismi allarmati di un pennello estenuatamente finissimo».

Gli autori

Gianfranco Ferroni, nato a Livorno nel 1927, in giovane età si trasferisce ad Ancona. Dal capoluogo marchigiano si sposta a Milano e successivamente a Tradate. Sul finire degli anni Quaranta frequenta l'ambiente di Brera. In seguito si lega artisticamente ai pittori del Realismo esistenziale, rappresentato da Giuseppe Guerreschi, Bepi Romagnoni, Mino Ceretti, Giuseppe Banchieri, Giuseppe Martinelli, Floriano Bodini e Tino Vaglieri, che operano intorno a metà degli anni Cinquanta con richiami alla filosofia di Paul Sartre.
All’inizio degli anni Sessanta diviene un esponente di punta della Nuova figurazione, filone artistico che fa tesoro della lezione pittorica dell’inglese Francis Bacon. Elabora un linguaggio con chiari riferimenti alla pop art. Nel 1950, 1958, 1964 e 1968 è invitato alla Biennale di Venezia (dove si ripresenterà nel 1982), nel 1957 alla mostra Italia-Francia, nel 1959 e nel 1965 alla Quadriennale di Roma (dove ritornerà a esporre nel 1972). Nel 1959 e nel 1969 partecipa alla Biennale del Mediterraneo di Alessandria d’Egitto. Nel 1964 è la Biennale di Tokyo a consacrarne lo spessore da artista internazionale. Contemporaneamente alla sua attività pittorica porta avanti in modo proficuo quella di incisore, iniziata nel 1957.
Alla fine degli anni Settanta con Sandro Luporini, Giorgio Tonelli e altri artisti forma il gruppo della Metacosa, con cui inizia una nuova e fertile stagione pittorica. Le preoccupazioni e angosce esistenziali che riesce a far convergere nei suoi quadri, si arricchiscono allora di echi iperrealistici.
Negli anni Novanta sviluppa un maggiore interesse per soggetti come gli interni delle abitazioni, raffigurati nella loro nudità e intimità metafisica. Nel 1999 è presente alla Quadriennale di Roma.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 2001 a Bergamo, gli vengono dedicate varie mostre, tra cui quella a Palazzo Reale di Milano, con testi di Vittorio Sgarbi.

Sergio Saroni nasce nel 1934 a Torino, dove frequenta l'Accademia Albertina. Sostenuto dalla stima del critico d’arte Luigi Carluccio e dall’appoggio della galleria La Bussola di Torino, comincia a partecipare attivamente alla vita artistica italiana e internazionale. L’ampio consenso critico lo conferma come uno dei talenti più promettenti operanti nell'ambito dell'Informale.
Partecipa alle rassegne Francia-Italia nel 1955, 1957 e 1960 ed espone alla Biennale di Venezia nel 1956, nel 1958 e nel 1962. Nel 1958 presenta quindici acquerelli al Brooklyn Museum of Modern Art di New York ed espone al Carnegie Institut of Pittsburg. L'anno seguente è presente con alcune opere alla V Biennale di San Paolo del Brasile. In questi anni si indirizza verso la nuova figurazione che sta maturando tra Torino, Milano, Roma. Nell'ambito di una ricerca indirizzata verso una più lucida oggettività dell'immagine, assume maggiore importanza la ricerca incisoria, che l'artista perseguirà con costanza e determinazione creativa per tutta la vita.
Si avvia intanto l'attività didattica, prima al Liceo Artistico di Torino, poi all'Accademia Albertina di Belle Arti, di cui sarà direttore dal 1978 per tredici anni. A lui si deve il rinnovamento dell'Istituzione e l'attenzione verso le istanze contemporanee, la promozione di prestigiose mostre, la riapertura della Pinacoteca.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 1991, nel 1996 l'Accademia Albertina gli dedica un'ampia retrospettiva, a cura di Gianni Romano. Del 2006 è la mostra Saroni. L' ossessione del vero a cura di Adriano Benzi, Vincenzo Gatti, Pino Mantovani, a Cavatore (Al).