Luca Dalmazio – Stati di allucinazione perversa

Urbino - 12/08/2011 : 30/09/2011

Sono esposte al pubblico le opere ad olio su tela che compongono il ciclo pittorico degli angoscianti autoritratti dell'artista.

Informazioni

  • Luogo: HOTEL RAFFAELLO
  • Indirizzo: Via Santa Margherita 40 (61029) Urbino - Urbino - Marche
  • Quando: dal 12/08/2011 - al 30/09/2011
  • Vernissage: 12/08/2011
  • Autori: Luca Dalmazio
  • Curatori: Grace Zanotto
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Biglietti: ingresso libero

Comunicato stampa

L'Hotel Raffaello situato nel centro storico di Urbino, tra i piccoli e caratteristici vicolini della Città Ducale, proprio nel contesto architettonico della casa natale di Raffaello Sanzio, offre a tutti i suoi ospiti una speciale accoglienza e una panoramica sull'arte contemporanea attraverso un viaggio di mostre organizzate in collaborazione con la galleria d'arte di Milano Famiglia Margini.

Nel mese di Agosto apre il ciclo di esposizioni "Stati di Allucinazione Perversa" la mostra personale dell'artista Luca Dalmazio.

Sono esposte al pubblico le opere ad olio su tela che compongono il ciclo pittorico degli angoscianti autoritratti dell'artista




Non so chi sono, da dove realmente provengo, quale sia la mia vera storia, chi siano le persone con le quali ho costruito la mia identità attuale: non lo so e forse non lo voglio realmente sapere. Certo, l’incertezza, il dubbio, il continuo sovrapporsi di pensieri e riflessioni provocano sofferenza, disagio a volte non comprensibili nemmeno a noi stessi e neppure avvicinabili con l’immaginazione. La mente si vaporizza, il corpo si abbandona e si contorce su sé stesso come un serpente affamato di vita, ecco hanno inizio gli stati di allucinazione perversa. La genesi del racconto ha inizio nel precedente studio dell’artista, un luogo “sofferente”, dove il reale si perde tra le trame del surreale, un gioco complesso, fastidioso, che mette paura, a volte estremamente intrigante, che in alcuni casi rasenta il sapore del piacere. Luca Dalmazio allestisce una sorta di set fotografico, con l’aiuto di un operatore, precedentemente istruito puntigliosamente e dettagliatamente, quasi a voler essere egli stesso artefice e soggetto, un’alter ego creativo-emozionale. L’occhio dell’artista si trasforma in immagine, in occhio fotografico, meccanico per poi divenire membra, movimenti, contorsioni, emozioni, corpo dal quale come da una crisalide fuoriesce, dimenandosi in un’identità fin allora sconosciuta. Mi sento perso, solo, impaurito, vulnerabile, cerco di nascondermi, ma sono nudo, inerme, la mente inizia ad affondare nel magma dell’ignoto, non voglio risvegliarmi e ritrovarmi ancora una volta abbandonato. Mi sento osservato, giudicato, uno sguardo insistente incombe dall’alto, mi cerca, mi rincorre e mi schiaccia sul pavimento; una pavimentazione liberty, apparentemente dolce, accogliente, dove è possibile ritrovare le certezze smarrite. Ma come spesso accade ecco che improvvisamente il piacere affannosamente cercato e posseduto diviene dolore, il suolo ha un effetto risucchiante, ingloba, assorbe il corpo dell’artista, lo muove, lo fa suo, tirandone i fili, fino ad arrivare ad esserne il solo padrone. Il motivo decorativo, si ripete all’infinito, ritorna, insiste, circonda il corpo di Dalmazio, lo avvolge, lo aggroviglia non lasciandogli spazio riflessivo, ma divenendo quasi repressivo. Come un tarlo pulsa, batte ripetutamente nella mente e come sostiene l’artista stesso subentra una sorta di stato allucinatorio, nel quale egli pare liquefarsi, divenendo un tutt’uno con l’ambiente circostante. Il luogo è freddo, asettico, monocromo, realizzato con tinte verdi, blu o canna da zucchero, che paiono bloccare il racconto, come se l’istante venisse incastonato in un tempo immobile, dove la sola angoscia è concessa. La monotonia cromatica viene improvvisamente interrotta da alcune “intrusioni” di piccoli interventi pittorici, che si addensano invadendo la decorazione del pavimento; il colore a volte arancio, a volte rosso, diviene elemento vitale, si muove e si insinua tra le trame dello spazio, assumendo sia una valenza di intromissione nella continuità di chi osserva, ma altresì un’ultima opportunità alla quale aggrapparsi prima di abbandonarsi ad uno stato di allucinazione perverso. Nasce un nuovo modo di leggersi, di intendere la natura umana e il rapporto con ciò che ci sta intorno, con gli altri; si plasmano così nuovi confini, scenari della percezione, della comunicazione, della vita quotidiana, in modo che il rischio intrapreso possa divenire il mezzo per poter accingersi ad una sorta di riconfigurazione della nostra identità. Uno sguardo non più singolo, costretto all’interno del limite dell’apparenza, ma ormai configurato in riferimento all’uomo nel senso più ampio del suo significato, che non ne distingua più le apparenti differenze e che ne riconosca invece l’intima condizione dei sensi.

Alberto Mattia Martini