Clemen

Domodossola - 21/03/2017 : 21/04/2017

L’artista – che sia un compito o una combinazione – confonde le tracce. Con l’opera di ora cancella le precedenti. Un lento lavoro per deviare l’identità – come chi, percepito nella nebbia, sgrava i nomi dalle tombe, da una “G” ricava una “C”, e viceversa.

Informazioni

  • Luogo: MUSEO IMMAGINARIO
  • Indirizzo: via Mellerio, 2 - Domodossola
  • Quando: dal 21/03/2017 - al 21/04/2017
  • Vernissage: 21/03/2017 ore 11
  • Autori: Clemen Parrocchetti
  • Generi: arte contemporanea, personale

Comunicato stampa

Epigrammi per Clemen

L’artista – che sia un compito o una combinazione – confonde le tracce. Con l’opera di ora cancella le precedenti. Un lento lavoro per deviare l’identità – come chi, percepito nella nebbia, sgrava i nomi dalle tombe, da una “G” ricava una “C”, e viceversa.

Ma questa non è elusione – semplicemente, l’artista non è chi voi dite che sia. La responsabilità, per altro, è molteplice.

Clemen, perciò – più che una liberazione femminile, anzi, vaginale – Morfeo scarcerato. Anzi, le sboccate Baccanti imprigionate nella rete di un canto

Orfeo dopo aver precisato la loro bellezza le scotenna – sfilettate, con i fruscii di pelle costruisce le corde della sua lira.

Philippe Daverio registra la voce odorosa di Clemen. “So che faccio cose inopportune”. Nell’opportunismo s’ingaggia l’uomo – ma l’artista, senza gabbia, è l’inopportuno – e l’inappropriato. Non si appartiene e crea scompiglio. Quando lo riconoscono, è pronto a depauperare il viso con un vetro.

Costruita a Brera, Clemen si disintegra nel 1982, in coma per un grave incidente. “Clemen torna dall’Ade con dolcezza e vede che chi le sta intorno ha volto di cane, di gatto, di pecorella” (Jean Blanchaert). Dalla nebbia dei due mondi – che incide di foglie i ricordi – Clemen ritorna con un vagone di favole vivide, violente.

Non si corteggia e non si camuffa l’istinto – esso è sillabico – che fioriscano aquile dagli angoli della casa è l’amabile norma. Clemen non ha occhi ma boschi e sa che alla finestra lottano gli angeli.

Nel 1970 fu Dino Buzzati a definirla. “La pittura della Parrocchetti è nevrotica e insieme ottimista: nella sua arte c’è una mescolanza di disegni dei bambini, disegni dei matti, l’arte pop, il sadismo, il sesso, le sacre carnevalesche valligiane, con tornei di grotteschi e diabolici mascheroni”. Incredibilmente ricorda Rimbaud, “Mi piacevano i dipinti idioti, addobbi, tele di saltimbanchi, insegne, miniature popolari; la letteratura fuori moda, latino di chiesa, libri erotici senza ortografia, romanzi delle bisnonne, racconti di fate, libretti per bambini…”. In sostanza, “credevo in tutti gli incantesimi”. Con la sua opera, Rimbaud ha disorientato i poeti della sua epoca – poi si è cancellato, estinto ventenne nell’Africa ignota. Clemen, invece, si perde in una sua creazione. Lì le urla diventano nuvole.

Si conquista la stazione eretta per crudeltà o per colonizzare le stelle? O ostili o ostaggio dell’arte – non c’è altra scelta.

Diseducarsi alla forma per una obbedienza diversa, dispendiosa, distante. Clemen sa cosa bisogna fare – e fa altro.

Una studiosa ha di recente ricomposto lo schedario del manicomio di Imola – reparto femminile, fine Ottocento. Gli occhi di una di queste donne, nella fotografia clinica, sono degli haiku neri, oscuri. Come se la donna fosse una bambola di pezza, rappezzata dalla tenebra. Un’altra pare di una felicità imbambolata. Spesso morivano nel manicomio – nell’abulica bolla della morte-in-vita. Spesso erano state ingravidate giovanissime – anche undicenni – per poi sperperare i figli al brefotrofio. Quest’ultima ha una diagnosi che stinge nel poetico: “malinconia con stupore”. Quando scoprì il mare, dice la studiosa, questa donna restò per giorni a ululare – finché non la internarono. Pensava che l’acqua fosse il cielo al contrario e bestie celesti i pesci e il rumore del mare il lento svicolarsi di civiltà, dagli Abramo ai Napoleone ai Tamerlano, fino al primo uomo e alla prima città – alla fine della fine. Questo stupore e questa malinconia – che diagnosticano il genio – sono di Clemen.

Martedì 21 marzo 2017, dalle ore 11,00 alle 13,00
l’École des Italiens presenta a Domodossola, via Mellerio 2,
Clemen


Mostra a cura di Antonio Maniscalco
Testo di Davide Brullo
Catalogo Mme Webb


Clemen Parrocchetti (Milano 1923 - 1916)
Si diploma all'Accademia di Belle Arti di Brera nel 1955. La sua prima personale è del 1957 presso la Galleria Spotorno di Milano. Negli anni Sessanta espone in diverse importanti gallerie milanesi. Nel decennio successivo, partecipa attivamente al movimento di liberazione della donna. Significativa la mostra alla Galleria Schubert nel 1973.
Nel 1978 partecipa alla XXXVIII Biennale di Venezia e nel 1979 ha una personale a Palazzo dei Diamanti di Ferrara. In quegli anni i suoi lavori d'avanguardia vengono esposti in mostre personali ad Amburgo, Vienna, Bilbao e Ottawa. Nel 1988 partecipa alla mostra collettiva Femmes Artistes al Grand Palais di Parigi. Torna alla ribalta in una mostra che si tiene presso la Galleria Blanchaert nel 1998. Utilizza tecniche espressive differenti: dalle provocatorie e ironiche installazioni di stoffa, filo e rocchetti, agli acquarelli, ai disegni e agli oli. Hanno scritto di lei: Rossana Bossaglia, Giorgio Kaisserlian, Dino Buzzati, Mario De Micheli, Raffaele De Grada, Anty Pansera, Philippe Daverio.