Bruna – Olvido

Venezia - 23/04/2017 : 02/05/2017

Presso gli spazi espositivi del Museo Ebraico di Venezia, OLVIDO, una personale dell’artista spagnola Bruna, con presentazione critica a cura di Gaetano Salerno.

Informazioni

  • Luogo: MUSEO EBRAICO
  • Indirizzo: Sestiere Cannaregio, 2902/b 30121 - Venezia - Veneto
  • Quando: dal 23/04/2017 - al 02/05/2017
  • Vernissage: 23/04/2017 ore 16,30
  • Autori: Bruna
  • Curatori: Gaetano Salerno
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: 24 aprile - 2 maggio 2017 10.30 - 17.30 sabato chiuso

Comunicato stampa

Si inaugura domenica 23 aprile 2017, alle ore 16.30, presso gli spazi espositivi del Museo Ebraico di Venezia, OLVIDO, una personale dell’artista spagnola Bruna, con presentazione critica a cura di Gaetano Salerno.
L’evento espositivo, promosso dal Museo Ebraico di Venezia in collaborazione con Coop Culture, sarà visitabile dal 24 aprile al 2 maggio 2017 presso gli spazi espositivi del terzo piano dello storico edificio, secondo gli orari riportati nella scheda evento


OLVIDO presenterà al pubblico una selezione critica di opere dell’artista spagnola, per tracciare il percorso di un’eterogenea ricerca, sviluppata nell’arco degli ultimi cinque anni: dall’utilizzo di differenti media e differenti tecniche lavorative a contaminazioni tra scultura e fotografia, l’esposizione presenta uno spaccato della poetica e della personalissima lettura del mondo della scultrice, filtrata da sentimentalismi, visioni, dettagli, rimembranze.
Presenti in mostra una ventina di lavori, stampe fotografiche su alluminio di piccole e medie dimensioni della serie Deconstrucción e sculture di piccolo formato (assemblaggi materici di metallo e fili di acciaio inossidabile) della serie Ondas e Deconstrucción.
Le sculture nascono dalla destrutturazione e dalla ricomposizione di differenti elementi che l’artista seleziona e poi riavvicina sotto nuova forma mentre le immagini fotografiche (ricerca iniziata nel 2013) evidenziano questo processo decostruttivo mediante la giustapposizione degli stessi elementi scultorei, a creare un nuovo sovra-testo di immagini che individua nuovi stati dell’essere. Una nuova e potenziale verità che analizza le molteplici variabili combinatorie di una realtà sempre dinamica e in divenire.
Due ricerche interdipendenti dunque, il cui rapporto osmotico, sottolineato dal diretto passaggio dalla forma concreta alla sua riproduzione fotografica, rende in maniera evidente la ricchezza e la complessità indagativa del lavoro di Bruna.
Scrive il critico d’arte Gaetano Salerno a proposito della mostra OLVIDO: “Dapprima il lavoro dell’artista si concentra sulla produzione di sculture - lavori metallici e assemblativi - che racchiudono ed esprimono, mediante codici minimali e sintetici, la forma visiva di un’Idea superiore creazionista in virtù della quale l’elemento presente e materico allude alle spiritualità dell’intelletto e, nella potenzialità raziocinante di questo pensiero, intercetta elementi assoluti, ultraterreni.
Il processo fondante di questi lavori sviluppa forme snelle, volatili e leggere, che racchiudono già un respiro universale, divenendo centri di connessione e propulsione delle onde energetiche del Cosmo con le quali, simili ad elementi fitomorfi con radici e rami protesi verso i vuoti dell’esteriorità, sembrano connettersi, per vivere rapporti simbiotici e trasmettere, con e oltre le loro protesi, il principio stesso della vita.

In seconda battuta il campo linguistico dell’indagine di Bruna si sposta repentinamente dalla tridimensionalità alla bidimensionalità, dal reale al virtuale, dalla sensazione alla suggestione, aprendosi ad una seconda operazione artistica intrinsecamente e semanticamente legata alla precedente.
L’elemento scultoreo si riflette infatti nella stampa su alluminio (mimèsi che oltrepassa la mimèsi) di scatti fotografici che riproducono in sequenza algoritmica dettagli estrapolati dalle sculture stesse, sviluppando un’espansione orizzontale e piana del progetto originante, antitetica eppure speculare ad esso, del quale serba e restituisce il dinamismo vitale, qui conferito dalla successione di questi frammenti e dal ritmo di lettura imposto all’occhio che cerca di recuperare un insieme perduto, di ricompattare il fulcro energetico di un ordine narrativo ormai disperso.

L’operazione fotografica decostruisce così testi espressivi precedentemente unitari, percorrendo un iter contrario alla scultura che si forma invece per accumulazione, separandone gli elementi per riconsiderare il valore del micro in rapporto al macro. Le immagini giustapposte e frammentate scorrono grazie a un moto energetico che non è – sembra dirci l’artista – estraneo alla materia ma interno ad essa, coeso con l’insieme al quale appartiene. Lo spazio che si crea così, tra decostruzione e ricostruzione del reale, ridiscute i principi strutturali della visione e conduce questa ricerca a una deriva analitica e introspettiva che intravede nelle potenzialità assemblative della materia un nuovo quanto necessario ragionamento sugli elementi naturali, una nuova riflessione - e una nuova, inattesa comprensione - sugli stati aggregativi del mondo sensibile, rivedendo e relativizzando il concetto stesso di tempo, variabile al variare della nostra attenzione che si sposta dall’universale al particolare. Il processo di costruzione-decostruzione-ricostruzione sembra perciò condurre l’opera d’arte alla condizione eterna di un tempo presente, un mutevole processo di sopravvivenza all’OLVIDO, al fitto dialogo sia con il malinconico e inarrestabile processo della dimenticanza (di ciò che è stato, l’immagine scolpita) sia con le certezza della rimembranza (di ciò che è, l’immagine fotografata), come se nei processi metamorfici della natura sia racchiuso il codice segreto dell’esistenza.

L’ininterrotto affastellarsi, avvicendarsi, susseguirsi di immagini ricostruisce, senza soluzione di continuità, l’archivio di dettagli, immagini, pensieri, memorie, attimi, fotogrammi che l’artista recupera così dal proprio vissuto, ponendo il proprio lavoro in un fluire atemporale, unico stadio dell’essere in cui l’arte sopravvive a se stessa, ad una collocazione (come nel caso delle sculture) non più decretata da parametri spaziali definiti.

Ciascun dettaglio di queste composizioni diviene correlativo oggettivo, un mezzo cioè attraverso il quale saturare i vuoti del tempo col potere evocativo della memoria, con il recupero inconscio di sensazioni esperite; la scissione così del tutto che si oppone al destino limitante di una forma unica e conclamata esprime l’esigenza di contemplare nuovi stadi di equilibrio tra elementi, di far coesistere la presenza con l’assenza, di trasformare la materia in antimateria, di innescare un processo di nuove espansioni e nuove inclusioni in un vuoto che non decreta una fine quanto piuttosto un nuovo inizio.

Una speculazione intellettuale quindi, in cui ciascun particolare, anche il minore, nella lettura a posteriori della nostra vita, ambisce ad una più corretta e probabile collocazione nei tempi e nei luoghi, come il tempo e il luogo metaforico in cui l’artista dissolve l’oggetto nel suo concetto e ne autorizza la vita oltre il suo valore materico, oltre la sua natura fisica”.

Maria Jesús Bruna nasce a Huesca (Spagna), dove vive e lavora. Diplomata in scultura approfondisce, nel corso della lunga carriera, svariate tecniche lavorando differenti materiali quali le ceramiche, i metalli, il legno per realizzare interventi installativi e assemblaggi di elementi sia di piccole dimensioni sia monumentali. Da metà degli anni ’70 espone in importanti mostre, personali e collettive, in Spagna e all’estero. Sue opere sono presenti in importanti collezioni pubbliche e private.

L’artista Bruna sarà presente a Venezia in occasione della vernice della mostra di domenica 23 aprile 2017, introdotta dal critico d’arte Gaetano Salerno, a partire dalle ore 16.30. A seguire buffet.