Arte povera 1967-2011

Milano - 24/10/2011 : 29/01/2012

Sviluppandosi sui due piani dell’edificio progettato da Muzio nel 1931, la mostra si compone di due parti: la prima, dedicata alle opere storiche realizzate dal 1967 al 1975 circa e che segnano l’esordio linguistico dei singoli artisti, è allestita al piano terra, nella Galleria dell’Architettura disegnata da Gae Aulenti. La seconda, ospitata nei grandi spazi aperti del primo piano del Palazzo, aspira a documentare lo spirito fluido e spettacolare delle imponenti opere realizzate dai singoli artisti dal 1975 al 2011, le quali, poste in dialogo tra loro, si intrecciano a formare un arcipelago di momenti intensi e contrastanti.

Informazioni

Comunicato stampa

Dal 25 ottobre 2011 si tiene presso la Triennale di Milano “Arte Povera 1967-2011”. L’esposizione fa parte di “Arte Povera 2011”, la mostra-evento a cura di Germano Celant, che sarà presentata dall’autunno 2011 fino a febbraio 2012 in diverse istituzioni italiane. Ha come fulcro il movimento nato nel 1967 con gli artisti Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio

Presenta, su scala nazionale e internazionale, gli sviluppi storici e contemporanei di questa ricerca, distribuendo le varie fasi e i singoli momenti linguistici in differenti città e istituzioni. Un insieme di mostre che con la collaborazione di parte del “sistema museo” italiano e attraverso diverse situazioni architettoniche e ambientali, mette insieme oltre 200 opere storiche e recenti e si propone come un viaggio nel tempo dal 1967 a oggi.

La Triennale di Milano che insieme al Castello di Rivoli Museo d’Arte contemporanea promuove “Arte Povera 2011”, presenta per la prima volta a Milano una rassegna antologica sul movimento: in uno spazio di circa 3000 metri quadrati in cui sono esposte oltre cinquanta opere, la mostra vuole testimoniare l’evoluzione del percorso artistico a partire dal 1967 fino al 2011. L’iniziativa è il frutto della preziosa collaborazione con gli artisti, gli archivi e le fondazioni loro dedicate ed è stata possibile anche grazie alla generosa partecipazione di importanti musei italiani e internazionali e collezioni pubbliche e private.

Sviluppandosi sui due piani dell’edificio progettato da Muzio nel 1931, la mostra si compone di due parti: la prima, dedicata alle opere storiche realizzate dal 1967 al 1975 circa e che segnano l’esordio linguistico dei singoli artisti, è allestita al piano terra, nella Galleria dell’Architettura disegnata da Gae Aulenti. La seconda, ospitata nei grandi spazi aperti del primo piano del Palazzo, aspira a documentare lo spirito fluido e spettacolare delle imponenti opere realizzate dai singoli artisti dal 1975 al 2011, le quali, poste in dialogo tra loro, si intrecciano a formare un arcipelago di momenti intensi e contrastanti.

Il termine, usato per la prima volta nel settembre 1967 da Celant in occasione della mostra “arte povera + Imspazio” a Genova, tende a definire un territorio aperto di materiali e di espressività, che arrivava a comprendere qualsiasi manifestazione naturale e artificiale, corporale e meccanica, così da includere elementi quali animali e vegetali, acqua e fuoco, tela e pietra, tubi fluorescenti e alberi. Un’attitudine a lasciar esprimere le materie, così che l’opera d’arte potesse sviluppare dall’interno mutamenti ed energie, non controllati esteticamente o plasticamente, quanto un muoversi libero nell’ambito delle immagini e delle tecniche, tradizionalmente artistiche.

In particolare a Milano, in Triennale, il pubblico potrà percepire come tale ricerca si è modificata nel corso del tempo, passando da una presentazione di elementi che all’inizio presentavano una grande compressione materica perché affidata a entità segniche primitive come fuoco e pietre, carbone e igloo, ghiaccio e vegetale, piombo e gesso, tubo fluorescente e vetro, nylon e specchio, acqua e stoffa, ad articolazioni complesse e in grande scala dove il discorso linguistico si sviluppa in un’installazione che avvolge e confronta l’osservatore e il visitatore così da mettere relazione corpo e oggetto, movimento e architettura.
Di sala in sala e di piano in piano le persone arriveranno a confrontarsi in Jannis Kounellis con cumuli di pietre, di carbone e di tele grezze quanto con una porta murata e una sequenza di superfici metalliche, attraversate da fiori e da cere, da cotone e da ferro, dove le materie rimandano alla intensità del tempo compresso e alle gestualità umane primarie, mentre con Mario Merz si troveranno dinanzi gli intrecci sorprendenti di tele e oggetti, attraversati dal neon, e l’igloo di vetri e di fascine nonché con l’enorme tavolo a spirale in cui l’artista ha voluto significare una potenziale coesistenza, quanto un drammatico scontro tra società artigianale e industriale. A tali momenti di intensità iconica e energetica, corrispondono la convergenza e la sintonia tra le articolazioni puriste e formali, ad immagine di cubo e di struttura ortogonale, in ottone, di Luciano Fabro e le riflessioni sulle icone plastiche, tipo la colonna e le sue variazioni nello spazio di Giulio Paolini: artisti che a partire dagli anni ottanta fanno esplodere la loro narrazione plastica immettendo forti componenti cromatiche e scultoree. A questo arcipelago contribuisce Michelangelo Pistoletto che sin dall’inizio del suo lavoro si è impegnato sul tema della pittura come strumento di riflessione e di moltiplicazione della realtà esterna. Una polarità tra superficie riflettente e immagine riflessa che si è articolata dall’interno all’esterno e viceversa portandolo, dal 1965, alla creazione di “oggetti in meno”, perché costruiti direttamente dall’immaginario cangiante e mutante dell’artista, quanto alla propagazione infinita di frammenti di materia, dallo specchio allo straccio, e di idee o di segni con cui costruire un terzo paradiso.
Nell’ambito della stessa pluralità di approcci sia concettuali che materiali all’arte si inseriscono anche gli assemblaggi di piombo e di ghiaccio, di scritte e di foglie di tabacco prodotti da Pier Paolo Calzolari. Qui la ricerca è per un equilibrio quasi sublime tra forme e vicende energetiche, che si legano all’atmosfera dell’ambiente quanto al contesto architettonico. Un dialogo tra intensità cromatiche e superfici tattili che passano attraverso l’uso di sale combusto, di piombo e di feltro che innestandosi l’uno nell’altro producono variazioni epidermiche sottili e fragili, quanto effetti di innesto sorprendenti e meraviglianti. Il piacere di un racconto personale e intimo, condotto con materiali fragili come il filo di nylon e le foglie secche, i frammenti di tronco o la morbida creta segnano il percorso di Marisa Merz che partita da una scarpetta con cui segnare una distesa di morbida sabbia, nel tempo, è approdata a storie articolate e complesse, generate dall’incontro di frammenti di vita e di città. Qualcosa di profondamente vissuto giorno per giorno che è arrivato alla costruzione di testine decorate con oro e colore, e alla stesura di ampi cartoni, intrecciati a veline e a ritagli di stoffa e carta, dove il femminile racconta la sua storia.
La messa in immagine di percorsi effimeri e leggeri accomuna Pino Pascali e Alighiero Boetti che si sono impegnati in una narrazione iconica del loro mondo fantastico e avventuroso. Il primo tracciando universi archetipi di animali preistorici o di momenti naturali primari, come il dinosauro o l’orca, quanto il mare o i campi arati, mentre il secondo ha continuamente pensato il suo nomadismo, fisico e filosofico, traducendolo in scritture e oggetti che riflettessero il flusso della vita e dei luoghi attraversati, spesso magici e mitici: una serie di frammenti giocosi e felici che mescolano biografia con storia. Un racconto inventato e mnemonico a cui si contrappone il silenzio e l’assenza degli standards apprezzati da Emilio Prini che ha sempre indirizzato la sua attenzione estetica e linguistica sulle componenti primarie ed essenziali, quasi sempre immateriali, dell’azione e del contesto ambientale in cui la figura umana, spesso l’artista stesso, si è mossa. Le sue fotografie, quanto le sue costruzioni rivendicano un’autonomia assoluta e, quasi, solitaria, quasi entità effimere non tendono a collocarsi né a trovare un luogo, oppure come tutti gli standard si ripetono e sono ovunque.
Infine le opere di Giovanni Anselmo e di Giuseppe Penone che portano l’attenzione su motivi cosmici che si rifanno a una crescita arcaica, quanto naturale dei materiali litici e lignei: un procedere concrentato sulle origini e sugli itinerari delle sostanze che formano il mondo. Entrambi operano sul patrimonio, quasi archeologico dello spazio fisico quanto della crescita floreale del contesto naturale, sia che riguardi l’orientamento zenitale, quanto la cognizione costruttiva del nucleo fecondante, rigido quanto fluido, che danno corpo pulsante e fluttuante alla nostra sfera terrestre. Lavori che mettono in sospensione la posizione perduta di un nido o di una linea di mare, quanto il canto interiore di una trave che trova all’interno di sé il suono dell’antico albero che la ospitava. Processi di scultore, in sintonia con il cosmo, che in Gilberto Zorio si traducono in entità simboliche, come la stella o il giavellotto, strumenti di collegamento tra cielo e terra, quanto patrimonio di conoscenza sull’energia che si sviluppa dai rapporti luminosi del sistema stellare, quanto dall’irruzione in aria di uno strumento il cui movimento è provocato dall’azione umana. Una serie di costruzioni che sono invocazioni di una potenza immaginaria dell’arte, che aspira a rifondare la sua lettura della realtà senza alcuna costrizione o senza alcuna limitazione. Una processo artistico che crea spazi e situazioni magnetiche che si inseriscono nello spazio della Triennale, a Milano, per creare un’ulteriore prova di una ritualità estetica ed energetica, tipica dell’Arte Povera.