Tradizione del contemporaneo e rischio ridondanza

L’installazione sa troppo di installazione. Il video sa troppo di video. La performance sa troppo di performance. Il gioco ironico di molti artisti sa troppo di ironia. Affettazione dell’oggetto installato. Affettazione dell’immagine-video. Affettazione della performance. Affettazione dell’ironia. Insomma, queste pratiche dell’arte soffrono di un’abominevole ridondanza. L’editoriale di Marcello Faletra.

Jean Clair

Dopo oltre mezzo secolo, installazione, video e performance dovrebbero essere viste come forme tradizionali del contemporaneo. Forme invecchiate che ruotano come satellizzate intorno a un attrattore strano: il tempo d’oggi. La pulsione alla contemporaneità vive dell’illusione di un tempo che si vuole al presente. In altre parole: il medium invecchia, e con esso la definizione su cui si regge una certa idea di temporalità, che è quella che chiamiamo contemporaneo (almeno dopo Duchamp). Assistiamo alla sua dilatazione esponenziale, che spesso si confonde con l’attualità.
Questa periodizzazione, tanto convenzionale quanto incerta, non riesce più a superarsi: tutti i libri sull’arte contemporanea non concordano, appunto, sulla periodizzazione. Questa è la sua ambiguità e la sua condanna. Il contemporaneo si vuole ovunque, tuttavia cerchiamo un’accumulazione di prove della sua esistenza, dal momento che la sua percezione storica è aleatoria. I dislivelli temporali del presente che incombono su di esso generano un’incertezza categoriale che fa scivolare il contemporaneo verso un’illusione collettivamente condivisa.
Paradosso: i fan del contemporaneo svolgono lo stesso ruolo dei conservatori come Jean Clair. Cosa dopo il contemporaneo? Klee osservò che “definire isolatamente il presente è ucciderlo”. Ma non è lo stesso per il contemporaneo? Salvo fare come Nathalie Heinich, che lo rende un paradigma come classico e moderno. Ma qui si tenta di salvare una categoria cognitiva.
Altra ipotesi. È quella mutuata da Bruno Latour, il quale afferma che “non siamo mai stati moderni” e che potremmo rilanciare così: “Non siamo mai stati contemporanei”. I passaggi da una temporalità a un’altra, osserva Zygmunt Bauman con la sua tesi di “modernità liquida”, e la facilità con cui percepiamo eventi e contesti appartenenti a dimensioni temporali diverse fra loro, non consentono una categorizzazione del presente come “contemporaneo”. Non si fa arte per fare “arte contemporanea”, ma si fa arte che può essere contemporanea. Questo puzzle del tempo presente non dà spazio per pensare che vi possa essere qualcosa che possa definirsi “contemporaneo”, isolatamente. Quali tempi segnano l’arte, oggi?

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #18
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  • angelov

    Infatti anche Bukowski osservava che gli intellettuali trasformano le cose semplici in complicate, mentre gli artisti vanno per la strada contraria, rendendo facili le cose difficili.

    • marcello faletra

      Gentile “angelov”, purtroppo per te non appartengo a queste due categorie…Mi dispiace deluderti.
      A volte in mancanza di informazioni adeguate capita di rivolgersi a generiche classificazioni di questo tipo – “artisti”, “intellettuali” – per dare un bollo di identità a ciò che non si riesce a identificare. Quando qualcosa sfugge alla propria comprensione succede che coloro che sono oggetto di lettura come nel mio caso vengano classificati come “intellettuali”. E anziché interrogarsi se c’è qualcosa che, forse, sarà sfuggita alla comprensione, si trova la scorciatoia. Queste identificazioni – un po come l’identikit poliziesco – sono soltanto utili ad alimentare pseudo-contrapposizioni – “artisti”/”intellettuali” – che esistono solo nella mente di chi li vede come tali…D’altra parte Duchamp che si classificava un “anartista” preferiva frequentare un venditore di formaggi. Eppure la sua opera non smette di essere al centro di infiniti attraversamenti concettuali, filosofici, critici che sfuggono, per cosi dire, al senso comune, e dunque alla invocata “semplicità” a cui ti appelli citando Bukowski e gli “artisti”.

      Cioè? Chi sarebbero gli “artisti”? Una squadra di calcio porta almeno lo stesso abbigliamento. Ma gli “artisti”? In cosa sarebbero simili fra loro e, soprattutto, “contrapposti” ai presunti “intellettuali” – qualora ve ne fossero ancora?

      La “teoria della forma e della figurazione” di Klee, che cito nel mio brevissimo articolo,

      non venne per nulla compresa dai suoi contemporanei, se non da un ristretto numero di amici e conoscenti. Cosa significa che Klee era un “intellettuale”? Nei suoi diari scrisse: “il popolo manca”; Deleuze riprese questa espressione per dire che un pensiero dell’aperto, attendono ancora un popolo che possa farne buon uso.

      Insomma la “semplicità” di cui certi poeti sono maestri, è diventata una categoria del consumo , anche concettuale. D’altra parte è un’espressione molto vaga. Ma potrei ricordare anche Barnett Newman e la sua propensione al sublime cosi carica di sollecitazioni Yjddish e filosofiche. E non era pèr niente “semplice”. Idem per molti altri artisti. La parola “semplice” nel nostro universo mediatico ci viene dalla pedagogia della comunicazione pubblicitaria, quella che deve ad ogni costo fare “centro”. Colpire l’osservatore. Ma forse questo non è il tuo caso.

      Sarebbe stato molto “semplice” come un ritratto d’artista (ammesso che un ritratto sia una questione di semplicità) porre la questione di quelle parti in cui non sono stato chiaro come ha fatto il lettore che si sigla “CoDa”.

      Grazie in ogni caso.

      • angelov

        Gentile Faletra, devo innanzitutto ringraziarti per il tempo dedicatomi nella tua lunga ed articolata risposta alla mia citazione, che era certamente frutto della mia frustrazione per non essere stato in grado di capire fino in fondo i significati ed i concetti che avevi espresso nel tuo articolo; non ritengo di possedere quegli strumenti culturali adeguati per tenerti testa in una discussione su argomenti così complessi e sofisticati; partecipo spesso con miei commenti a questo forum di Artribune, cercando di essere il più conciso possibile e di dare un contributo, quando e dove mi sembra essere possibile, alla discussione generale. Spesso, come forse in questo caso, il mio intervento non ha colpito nel segno, ma in modo collaterale ha comunque mosso qualcosa. E questo è già per me motivo grande di soddisfazione.

  • Mi appoggio ail post di angelov x chiedere a Faletra di farmi capire meglio il suo punto di vista xchè sinceramente mi sfugge

    • Marcello Faletra

      gentile “CoDa”,
      il mio punto di vista è molto semplice: sta tutto nella citazione che faccio di Klee: “definire isolatamente il presente è ucciderlo”. E dal momento che la parola “contemporaneo” significa tutto e nulla, vale a dire che ciascuno può farne quello che vuole, poiché da un insieme di fatti non solo inerenti all’arte ma all’intera dimensione sociale del presente, sembra rappresentare più che una socialità una individualità, pare evidente allora che vive di una specie di entropia temporale. Quello che voglio dire in poche battute è che anche la percezione del tempo subisce lo stesso destino della merce. Diventa un feticcio da idolatrare come un marca di scarpe. E, dunque, mi ponevo la semplicissima domanda: “Quali tempi segnano l’arte, oggi?”. Siamo sicuri che ciò che definiamo “arte contemporanea” non nasconda tra le pieghe forme d’arte divenute “formule”? (“prodotti” si direbbe in altri contesti). Oppure: forme d’arte già trapassate nell’accademismo, così come si trapassa nell’altro mondo? Questo, semplicemente questo, era il senso del mio intervento.

      • Ma se voleva dire semplicemente quanto riporta nelle ultime righe, tra l’altro un punto piuttosto scontato visto che gli accademismi ci sono sempre stati, perché “gonfiare” il suo intervento con “pezzi” inutili o addirittura che confondono? Semplicità semplicità ecco cosa serve oggi. Andare diritti al punto con parole che possono capire tutti e poi affiancare alle parole azioni concrete: per es. se ritiene che ci siano accademismi, provi ad identificarli e a cercare di superarli concretamente.
        Per capire cosa intendo puó vedere il mio blog.

        • marcello faletra

          L’utilitarismo della comunicazione, la sua riduzione a mera funzione, mi è estraneo.
          Sarà un mio difetto.
          Ma credo che il culto della semplicità, tanto in voga negli ultimi anni sulla scia dei populismi politici e culturali che mediaticamente hanno colonizzato larghe sfere della società, non abbia nulla a che vedere con l’arte. Piuttosto rivela la pigrizia etica di chi non vuol sobbarcarsi pesi che investono il pensiero. Dalle sue parole se ne deduce che tutto debba essere semplice come uno spot pubblicitario e addirittura passare all’azione. Come se l’arte fosse un’agorà, una piazza dove vi si discute come cambiare il mondo. Ecco la confusione: si chiede all’arte ciò che invece occorre chiedere alla politica e a ciascuno di noi nella vita reale.
          Teoria e prassi sono richieste nell’azione politica non all’arte, diversamente questa rischierebbe di essere ancella di ideologie come è stato nelle recenti dittature del Novecento. Tuttavia ( mi perdoni questo cenno biografico) la informo che già dal tempo di Radio Aut a cui vi partecipai già nel 1977 (Peppino Impastato) svolgo proprio questa attività “concreta”, come lei insiste, ma appunto nel sociale con iniziative di controinformazione e partecipando attivamente a movimenti di protesta.
          Perché un quadro o un’istallazione o qualsiasi altra cosa posta in un luogo di sfruttamento non cambia lo stato degli sfruttati. Il mio pensiero sull’arte insiste proprio su questa differenza sostanziale che la separa dal resto del mondo, perché credo che essa debba essere sempre altrove o diventare una spina nel fianco di un mondo come il nostro dove governa l’imbecillità.
          Diversamente ho l’impressione che l’arte “semplice” a cui lei si rivolge ha lo stesso destino della musica leggera, che appunto deve essere “leggera”, “semplice” perché deve arrivare a tutti, la dove “tutti” altro non significa che l’omogeneità delle sensibilità. “Tutti” è solo un significante vuoto, come la parola “libertà”, “verità”, eccetera..

          • Leggo due grandi fraintendimenti:
            1) quando dico semplice non intendo semplicistico. Non si tratta di pigrizia mentale ma anzi di uno sforzo intellettuale maggiore x arrivare al vero succo di una questione; come ho cercato di fare per capire fino in fondo il senso del suo articolo. Tale posizione mi sembra necessaria oggi; basta leggere tanti interventi sull’arte che la trasformano (volutamente?) in qualcosa di poco comprensibile; se ci si concentra su quello che vogliono dire spesso si scopre che non dicono nulla o qualcosa di scontato.
            2) condivido totalmente con lei che l’arte non deve cercare di risolvere i problemi di competenza politica, anzi…
            Ma dalla visione del mio blog che le consigliavo tutto questo sarebbe stato chiarissimo ma si vede che non l’ha neanche visto. Mi scusi per la provocazione, ma mi vien da chiederle se sono io o è lei ad essere intellettualmente pigro?

          • marcello faletra

            Gentile “CoDa”, nei post che sto leggendo non sono riuscito a trovare traccia degli estremi del suo Blog…

          • Buonsens.blogspot.com oppure cliccando sul coda del post entra in disqus e trova il link. Grazie per la visita

          • angelov

            Ahahahah… ho letto alcuni dei suoi Buonsens e li ho trovati proprio geniali…

          • Grazie per il complimento… ma le mie proposte sono fatte per essere vissute, sperimentate, altrimenti rimangono, mi sembra proprio il caso di dire, “lettera morta”

          • angelov

            Food for thought, cioè cibo per la mente, questo mi sembrano essere le tue proposte.

          • totally wrong, cioè completamente errato, devono essere cibo (parola che fa proprio al mio caso, perchè è qualcosa che ti metti dentro, non solo via mente, ma soprattutto via apparato digerente) per mente e corpo; non riesco a distinguere nettamente tra i due.
            Non è operazione solo concettuale, sarebbe un doppione, sebbene interessante, di Yoko Ono (Grapefruit). Sono lavori artistici – punto importante – che esistono solo quando sono vissuti veramente dal lettore.

          • angelov

            Ma “Food for thought” è un’espressione inglese che si riferisce a dei prodotti culturali di tale spessore e importanza, da essere paragonati appunto a del cibo: qualcosa capace di alimentare il sistema, e per la sua stessa sopravvivenza.

  • Rabisch

    Più che altro la noia che generano queste forme d’arte è terribile. Meglio abbandonarle o smetterla di prenderle sul serio.