Teatro Valle. Ecco perché Matteo Renzi ha ragione da vendere

Il Teatro Velle Occupato? Un modello da non imitare. Fanno rumore le affermazioni di Matteo Renzi sul caso romano, a cui viene contrapposta la vicenda del Teatro della Pergola, a Firenze. Il Premier incaricato rilancia così la sua idea di bene comune: legalità, sviluppo e buon governo. Altro che occupazione

Teatro della Pergola, Firenze

Italia in subbuglio. Mentre il Presidente del Consiglio incaricato lavora alla sua squadra di governo, i dibattiti arroventano le piazze mediatiche e virtuali, tra speranze, scongiuri, pronostici, critiche al vetriolo. Impazza dunque il toto-ministri, e anche sul nome destinato a un Ministero tanto strategico quanto bistrattato, quale quello dei Beni Culturali, c’è ancora mistero. Ma il tema della cultura, verrebbe da credere, non è forse così secondario per il giovane Primo Ministro.
Non lo è, innanzitutto, perché Matteo Renzi ne ha fatto – con qualche merito, qualche flop (l’Ex3, ad esempio) e qualche superficialità – un leitmotiv della sua stagione di Sindaco, appena conclusa. E proprio nel suo discorso di commiato al Comune di Firenze, l’ex primo cittadino ha dedicato alla cultura ampio spazio. Con un paio di battute che hanno dato fuoco alle polemiche: “Quando mi dicono che per salvare la cultura bisogna fare come stanno facendo al Teatro Valle di Roma, io dico che ci sono altre soluzioni, come ad esempio abbiamo fatto noi con il Teatro della Pergola, il più antico d’Europa”. Una frase che contiene un’indicazione chiara. Per fortuna.
L’occasione è dunque la difesa del lavoro fatto con la Pergola, teatro antichissimo e prestigioso, sottoposto a svariati restauri, con lunghi periodi di stasi e di incertezza, oggi ampiamente rilanciato grazie a un’operazione promossa dall’amministrazione Renzi: nel gennaio del 2011 fu acquisito dal Comune, passando sotto la gestione della Fondazione Teatro della Pergola, costituita dal Comune stesso e dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze. Un modello virtuoso, contrapposto oggi alla deriva del Valle, di cui sfuggono finalità, senso e ragioni.

Matteo Renzi
Matteo Renzi

Anche se La Pergola non è occupata, è un bene comune “, ha aggiunto l’ex sindaco nel suo discorso a Palazzo Vecchio. “Non capisco proprio chi sostiene che bene comune sia soltanto il modello che prevede l’occupazione, come nel caso del Valle di Roma”. Verità, non c’è solo quella via per ristabilire un principio giusto. L’etica del bene comune, troppo spesso associata all’idea di abusivismo e di autogestione, si è così trasformata in retorica. Depotenziandosi, svilendosi, persino ridicolizzandosi. Peggio: diventando mainstream. Dove sta andando il Valle? Perché dopo tre anni è ancora in una condizione di illegalità, senza che le Istituzioni abbiano raccolto il senso dell’originaria protesta, correndo ai ripari? Dov’è il dialogo virtuoso tra occupanti e amministrazioni? Dove sta il successo di una iniziativa che poteva e doveva essere di rottura e di denuncia, ma non certo di comodo?
Il Teatro Valle continua a non avere uno statuto giuridico, dal momento che – piaccia o non piaccia – il Prefetto di Roma non ha riconosciuto la ‘Fondazione Teatro Valle bene comune’. Criticato ormai anche da chi in origine aveva sostenuto l’occupazione, il teatro romano sembra sopravvivere in una sorta di limbo anarchico, di cui sono evidenti tutti i limiti. Gino Paoli, in qualità di Presidente della Siae, aveva l’anno scorso denunciato con durezza lo stato di irregolarità di uno stabile “che gode di vantaggi arroganti perché non rispetta le regole della concorrenza, evade completamente le tasse, non versa i contributi previdenziali Enpals e non rispetta alcuna misura di sicurezza per autori, tecnici e spettatori”.
Insomma, una zona franca che rimarca un principio sbagliato: chi arriva, entra e produce qualcosa (qualsiasi cosa, tanto nessuno controlla, tanto non c’è accountability possibile) diventa proprietario. In barba a bandi, regole, criteri di assegnazione e percorsi istituzionali. In spregio di ogni forma – più o meno codificata – di meritocrazia. Semplicemente passa il più prepotente. Un modello impossibile, che di democratico – a  ben guardare – ha piuttosto poco.

Teatro Valle Occupato, Roma
Teatro Valle Occupato, Roma

E la scusa è sempre quella: è più illegale chi lascia uno spazio culturale al degrado, sottraendolo alla comunità, o chi lo occupa per farlo risorgere? Formula efficace in prima istanza, quando un’azione di protesta serve ad accendere i riflettori sul buco nero di un’amministrazione pubblica, aprendo dei canali nuovi; ma che diventa stucchevole dopo tre anni di appropriazione indebita.
La risposta degli “occupanti” – identità generica a cui non corrispondono nomi e ruoli, in perfetta linea con una certa retorica collettivista vecchia di quarantacinque anni – non si è fatta attendere. “Noi e il premier Renzi abbiamo due modelli culturali completamene diversi: da una parte c’è l’idea di sottrarre il Teatro Pergola all’Eti e assegnarlo a una Fondazione classica pubblico-privato, l’idea di Firenze come Disneyland del Rinascimento, dei beni culturali espropriati ai cittadini e dati in pasto a marchi e brand. Dall’altra, quella del Valle, si porta avanti il progetto di una cultura di qualità, per tutti e a costi non alti, rivoluzionando il rapporto di sudditanza tra istituzioni e società civile, immaginando una Fondazione alternativa basata sulla partecipazione, la turnazione delle cariche, la nomina democratica diretta e allargata degli organi di governo, l’equa redistribuzione della ricchezza”.
E ‘te pareva’ che non tiravano fuori la storia della cena targata Ferrari (il brand – incidentalmente anche italiano – più influente al mondo, sinonimo di artigianalità, qualità, genio), con Ponte Vecchio affittato a Luca di Montezemolo per un evento aziendale: tutti a gridare allo scandalo per la brandizzazione della storica location, ma il senso era incassare del denaro per il restauro di alcuni monumenti. E al di là dello specifico caso, quel che conta è il principio: fare gli intransigenti in tempi di crisi nera, con eventi che non sono certo la regola ma l’opportuna eccezione, è da irresponsabili, oltre che da spocchiosi. Del resto, quando non si pagano affitto, utenze, bollette, tasse e contributi si può anche stigmatizzare l’aiuto dei privati. Sulla portata rivoluzionaria dell’operazione Valle, sui risultati ottenuti, sul senso reale delle parole “partecipazione” o “democrazia” ci sarebbe poi da discutere.

Teatro Valle Occupato, Roma
Teatro Valle Occupato, Roma

Perché, diciamola tutta: l’operazione Teatro Velle Occupato ha fallito. La vittoria non sta nella celebrazione quotidiana di un atto di conquista personale, nell’assenza di una direzione artistica, nell’estromissione delle Istituzioni; la vittoria doveva stare, semmai, nel cambiamento innescato a livello della politica e insieme dell’opinione pubblica. Oggi il Valle sarebbe un teatro libero se chi governa la città avesse ripreso ad occuparsene, con cura e intelligenza. Se si fosse trovata una forma di gestione possibile, un’economia sostenibile, un senso condiviso. Evitando un’ulteriore deresponsabilizzazione delle Istituzioni, elette (e pagate) per occuparsi del bene comune. E invece siamo in presenza di un fortilizio di prepotenza che lo scorso 3 febbraio ha pensato di poter impedire l’ingresso a degli agenti della Digos, arrivati con degli ispettori per dei normali controlli. Niente, porte sbarrate: “L’occupazione è un atto che rivendichiamo ad alta voce“, hanno risposto. Gesto tollerato e rimasto impunito, come se fosse normale, come se chiunque potesse fare la stessa cosa, solo perchè “lo rivendica ad alta voce”.

Matteo Renzi alla Pergola, 2013 - taglio del nastro della nuova platea, parte di un restauro costato 4 milioni di euro
Matteo Renzi alla Pergola, 2013 – taglio del nastro della nuova platea, parte di un restauro costato 4 milioni di euro

Una riflessione dunque va fatta: le occupazioni culturali degli Anni Dieci, a differenza di quelle di altri periodi storici, erano nate – intelligentemente – come movimenti di consapevolezza politica e di rinnovamento sociale. Non di nichilismo, non di autismo antagonista. Il punto non erano e non sono gli spazi, ma la cultura degli spazi. I contenuti. Non si tratta allora di impossessarsi di un luogo, facendone la propria Repubblica indipendente che non risponde a legge alcuna, ma di attivare un pensiero intorno a quel luogo. Provando a spezzare una routine fatta di indifferenza e di miopia amministrativa.
Dal 2011 il Teatro Valle, dopo la dismissione dell’Ente Teatrale Italiano che lo aveva in carico, è passato sotto la gestione di Roma Capitale, dietro stesura di una convenzione col Mibac, finalizzata alla valorizzazione, la tutela e la compilazione di un programma di sviluppo culturale. Accordo rinnovatosi tacitamente lo scorso agosto, ma mai concretizzatosi. Nessun piano è stato presentato al Ministero dal Comune di Roma e nessun tavolo è mai stato indetto per ragionare sulle sorti del teatro. Una enorme responsabilità – l’ennesima – dell’amministrazione culturale capitolina. Complice di episodi di degrado, a tutti i livelli.

Helga Marsala

 

 

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • angelov

    L’assenza di qualsiasi commento od opinione su di una situazione così emblematica, è davvero imbarazzante.
    Un’ennesimo controverso episodio di incuria culturale che avviene proprio nella capitale, diventata teatro incontrastabile dei più irresistibili abusi, e che si riconferma ciò che del resto è sempre stata, almeno dai tempi di Caligola: città capace di stregarti con la sua bellezza, ma anche di dannarti con le sue scempiaggini.

    • Andrea

      Come nessun commento? C’è il tuo, è un inizio, no? Allora invitiamo al dialogo, invece di far la retorica del “nessuno risponde”! Qualcuno si ricorda il teatrino occupato dell’accademia di belle arti di bologna negli anni 90? (http://www.lutherblissett.net/archive/121_it.html). Occupazione, qualche bella serata (Jannacci, John Zorn…), lenta trasformazione da rudere a latrina graffittata e poi? Demolito, se non sbaglio… Occupare ha senso solo se si lascia subito lo spazio al vero bene comune, e non a quello degli occupanti!

  • daniele b.

    che tristezza nessuno di voi, a cominciare dall’autrice, è stata al valle occupato…. si vede, si capisce. livorosi, invidiosi inutili SERVI

    • angelov

      Ho parlato di incuria culturale, riferendomi anche al generalizzato contesto culturale della città.

    • M.V.

      io ci sono stato, ne ho scritto, e sono d’accordo con l’autrice dell’articolo, pur non essendo servo di nessuno!

  • solko

    Il ragionamento ,come spesso accade, non fa una piega : ma chi si fiderebbe oggi della gestione della nostra Politica ?!?!

  • giorgio

    sono d’accordo su molte questioni sollevate ma che si venga a dire “verità”, cara Marsala, è esagerato. ce l’ha lei la verità? complimenti, non c’era arrivato nessuno dai tempi di Cristo.
    detto ciò, la realtà del valle è abbastanza complessa, con gruppi di potere che lo tengono ben stretto e si fanno gli affari loro (altro che bene “comune”) ma almeno difendono un’idea di spazio libero dai condizionamenti delle istituzioni e delle banche (che modello virtuoso quello fiorentino già…).
    certo l’utopia si scontra con la realtà umana fatta di mediocrità, debolezze, confusione e anche paraculismi. ma se non si difendono alcuni principi ora che il capitale rischia di mangiarsi tutto colla scusa della crisi, la situazione la vedo ancora più negativa.

  • M.V.

    è tutto MOLTO giusto
    ma sono le cose che IO dico da tre anni nel mio blog.
    (e per questo insultato e minacciato dagli occupanti)
    http://educazionesentimentaledellefemmine.wordpress.com/category/teatro-valle/
    l’occupazione ha fallito perché ha ricalcato i modelli che criticava, perché è politicizzata e non libera, perché ha distrutto un teatro, perché tra gli occupanti ci sono pochi professionisti e moltissimi improvvisati, perché il teatro Valle è diventato un ristorante, perché ha annientato più di tre milioni di euro, tra soldi consumati, non incassati, debiti e incassi non denunciati, perché si è fidata di giuristi, avvocati e notai totalmente disinformati, perché non aveva senso neanche all’inizio.

    • giorgio

      conosco il tuo blog e il tuo lavoro, infatti come ripeto sono d’accordo con queste idee di veltroniano fallimento e paraculismo. però, ci sono alternative valide alla gestione squallida delle istituzioni? i privati? non voglio tornare alla corte del re, neanche tu a fare il giullare di corte dei ricchi borghesi, immagino.
      sono questioni difficili, non facilmente affrontabili in un post ma mi riprometto di seguirti, magari trovo delle alternative per creare spazi culturali aperti.

    • teskio

      in realtà sei tu che insulti e dileggi e calunni il teatro Valle da due anni. Ma da quando si è saputo che questa tua ossessione deriva da una delusione amorosa per una bella occupante, debbo dire che mi stai più simpatico.

  • laura Negrini

    Basta con le OKKUPAZIONI! Chiaro? L’utopia non serve a nessuno è e resta utopia!!! I soldi servono e solo nell’uso che l’UOMO ne fa sta stà la moralità. LA MORALE DEL DENARO !!!! Forse rileggere Calvino può essere utile….

    • giorgio

      basta pure con chi scrive sgrammaticato come te, scusa ma dopo che si legge “stà”, quattro punti esclamativi e un maiuscolo aggressivo viene voglia di realizzarla l’utopia della cultura.

    • mah

      si, rileggilo tu, magari impari la sintassi e scrivi occupazioni con la c e non con la k che non fai ridere ormai nessuno se non qualche fascistello nostalgico

  • teskio

    Beh essendo Art tribune molto vicina al Messaggero e a Caltagirone è chiaro il fine di questo articolo che nasconde – artatamente direi – tutto ciò che è successo al Valle in quasi tre anni, spettacoli in anteprima, laboratori di teatro dedicati a tutti dai bambini ai professionisti, da gennaio 2014 sindacali di teatro (voce, danza, movimento, canto, etc.) ogni lunedì mattina, migliaia di ore di teatro ragazzi drammaturgia e performance comprese le iniziative dedicate all’arte contemporanea per esempio quelle curate dall’Accademia di Francia e dalla fondazione Nomas che cercavano di fare il punto sul cortocircuito arte/teatro.
    “A theatre Circle” è stata infatti una delle rassegne più interessanti e partecipate degli ultimi anni a Roma che ha tolto finalmente l’arte contemporanea dai musei e gli ha dato vita e visibilità moltiplicando il pubblico, di solito costituito dall’esiguo numero di addetti ai lavori.

    Detto questo – a prescindere dalle opinioni espresse nell’articolo che meritano tutto il mio rispetto – data la sciatteria consapevole nel racconto dei fatti, non mi stupirei se fra un paio di mesi Renzi proponesse una fondazione (con dentro i suoi finanziatori) per gestire i musei di Roma (ridotti al degrado proprio dai suoi complici) con a capo un “nomone” tipo Cattelan e come oscuri funzionari proprio voi di Arttribune.

    • Santa Nastro

      Artribune comprende molte voci ed opinioni differenti che si esprimono, come ha fatto Helga Marsala, attraverso la propria firma. Ad esempio, io non condivido fin dall’inizio le scelte e le idee in ambito culturale di Matteo Renzi, per restare solo nel nostro ambito, di conseguenza non mi ritrovo, pur rispettandolo, in quanto scritto dalla collega Marsala. Ma sono certa che se dovessi scrivere un pezzo in cui esprimo le mie opinioni in maniera più argomentata Artribune mi pubblicherebbe con lo stesso rispetto. Quindi, direi che possiate stare tranquilli rispetto a nostre eventuali implicazioni in eventuali fondazioni…

  • Queste occupazioni non servono ovviamente a nulla, anzi diventano l’alibi e il pretesto per non fare nulla. O fare cose di facciata, utili al tornaconto di “addetti alla cultura” che non sanno più come strappare impunemente uno stipendio.

    Il balletto dei dissidenti (Weiwei, Pussy Riot) è penoso, anche se è un ottimo modo per riempire le pagine cultura dei giornali, in questa fase di “proteste” e “occupazioni” inutili. Cina e Russia hanno impostazioni arcaiche, in Corea del Nord c’è una dittatura feroce…ma le vere dittature, quelle moderne, quelle raffinate, sono semplicemente indifferenti a Weiwei e alle Pussy Riot. Le dittature vere sono le democrazie in cui il dissenso non serve a nulla, ed anzi viene anche portato in parlamento. Questo è il modo per non cambiare nulla e mantenere la dittatura. Mentre l’occidente si emoziona per queste proteste. Forse per far vedere ancora una volta come l’occidente sia “democratico” in relazione a questi paesi retrogradi.

    La cosa interessante è la rivoluzione in queste democrazie apparenti. Una rivoluzione che non è globale (non esiste), ma locale, e interessa unicamente il proprio micro-mondo. Comprendere come micro e macro coincidano, e come il secondo non esista è il primo passo per la rivoluzione.

    Tutto intorno a te
    terra, materiali vari.
    (installatin view)
    GAMeC, Bergamo 2014.

    • Stanlio

      Invece progetti che si presentano con immagini criptiche e fighette come quella postata qui sopra servono a qualcosa?

      • Serve a qualcosa un’infermiere che lavora a Trento? Penso che l’arte sia uno spazio con regole e recinti, come ogni altro ambito. In quell’immagine la dimensione “del fare” coincide con quella “del vedere”. L’opera esiste dove si trova lo spettatore, e da quella stessa dimensione è stata “fatta”. Forse bisognerebbe smetterla di delegare il cambiamento ad occupazioni e a nuovi make up di governo, ma capire che l’unico cambiamento-rivoluzione può avvenire nella nostra sfera locale e quotidiana (micro). Questo vale per Renzi, quando per Obama o per coloro che occupano e protestano. Mentre invece molte persone delegano a costoro un cambiamento macro che abbia ricadute micro su di loro. Quando i marco non esiste, come non esiste il globale.

        • Gioni

          Sostanzialmente chi fa da sè fa per tre…grande novità.

          • Non è proprio così. E’ una questione di consapevolezza. Ognuno cerca di fare “una buona mostra” intorno a sè, cerca il meglio per se stesso e per la propria famiglia-amici. Poi c’è un binario parallelo che è fatto da dinamiche globali, come il nuovo governo renzi, l’europa o la politica internazionale. Bisogna iniziare a pensare che questo secondo binario non esiste. Quella scultura rossa, posta la centro dello spazio, vive solo nella dimensione privata e locale dello spettatore. Semplicemente perchè esiste solo questa dimensione. E se non è così, mi sembra un esercizio utile allenarsi a pensarlo. La terra è intorno alla scultura. come la terra, intesa come mondo, sta intorno a noi. Queste cose sono scritte su i muri (si possono vedere in lontananza nella foto). Poi ci sono elementi che creano un ambiguità tra realtà e immaginazione, esattamente come esiste una forte ambiguità tra locale e globale, reali e immaginati.

          • Stanlio

            “L’opera coincide con lo spettatore”?? Ma che noia! Parole che si sentono da settant’anni almeno! Ormai vetuste e paradossalmente accademiche! Ancora lì siamo? Dove sarebbe la novità? “L’opera che coincide con lo spettatore” rappresenterebbe la novità??

          • Stanlio

            Ma per piacere.

          • argomentare prego. :)

          • Stanlio

            No, tu argomentare grazie!
            Dicci perché questa immagine che posti dovrebbe meritare la nostra attenzione. Proprio lei, l’immagine.

          • Stanlio

            Cos’ha di interessante. Ci sfugge.

          • Stanlio

            Nel senso: perché ce la dovremmo trovare tra i piedi in un commentario.

          • Ci sono più punti di vista. Anche una forma di ecologia, rispetto all’ occupazione di un luogo con l’ ennesima opera o progetto. Ma non coincide artista e spettatore quanto dimensione dello spettatore e dimensione dell’artista bismuth detata messaggio

          • Stanlio

            Ahbbè!
            Ma per piacere.

          • Sai solo dire “per piacere” sembri Totò….. Contro argomenta….

          • Stanlio

            Ma cosa vuoi contro-argomentare! Assumi un profilo off da voce in contro-tendenza e ci poi ci rifili un’immaginetta criptica e fighetta che manco una galleriucola di quart’ordine che vuole sentirsi cool!

            Ma per piacere.

          • l’unico aggettivo per te sembra “fighetta” e dici solo “per piacere”…così vai poco in là…cosa vuoi che ti dica…

          • Stanlio

            Mi sembra di aver detto molto di più. Rileggi con calma e attenzione.

          • hai detto che una cosa che non può stare in una galleria è fatta per una galleria…le persone entrano in musei e gallerie alla ricerca di qualcosa, mentre ogni cosa la possono trovare dove si trovano…

          • Stanlio

            Ma no! Ma che traduzione è?

          • Tra l’altro se ti fermi a ragionare, la proposta è molto critica rispetto quello che tu intendi per fighetto. Mette profondamente in discussione un certo modo di fare le mostre. Prima di tutto perchè la mostra è nel luogo in cui ti trovi tu adesso.

          • Non si tratta di cercare la novità (perchè la novità?) si tratta di avere consapevolezza tra progetto, contesto e intenzione. Quello che determina il progetto alla Gamec è possibile solo da pochi anni, gli anni 60-70 non possono centrare nulla.

            Accademico non credo proprio. Se guardi quello che producono scuole e accademie, allora sì che vedi progetti fuori dal tempo…ma immagino che anche tu, Stanlio, sia un addetto ai lavori che lavora prima di tutto per ridimensionare tutto ad una rassicurante mediocrità generale….ed ecco spiegati gli ultimi tre padiglioni italia…andiamo pure avanti così.

  • emanuele braga

    @Luca Rossi:disqus, il cinismo post moderno, è passato di moda, ed è sempre stato il miglior alleato del neoliberalismo. quindi per favore, ogni tanto anche un po’ di rispetto a chi sta cercando di cambiare qualcosa, con un proposta insieme affermativa e costruttiva. cambiare è anche costruire pezzo per pezzo, Del rigor mortis, me ne frega poco…

  • emanuele braga

    io credo che racconterò in giro che questa rivista ha cancellato il mio primo intervento di analisi. grazie

    • artribune

      La paranoia regna sovrana, a quanto pare. Non abbiamo cancellato niente, il tuo “intervento di analisi” era solo finito nell’antispam :D

      • Andrea Tringali

        la paranoia è più che giustificata dal momento che i vostri articoli dimostrano la vostra malafede.

  • Pingback: Il piatto del giorno | Renzi (e Caltagirone) contro il Teatro Valle: Disneyland vs Beni Comuni()

  • Mauro Di Silvestre

    sono d’accordo con Braga!!!

  • Salvatore Iaconesi

    è un po’ troppo assolutistico questo articolo: e non fa bene a nessuno. Non alla società e alla comunità, almeno.

    Il Valle potrà anche essere opinabile e stare antipatico a qualcuno.

    Ma è un movimento che tende in una direzione interessante. Dopo la crisi. Dopo il fallimento delle economie “classiche”. Dopo il disastro in cui ci troviamo tutti, nessuno escluso, fatta eccezione, forse, per quel famoso 1% della popolazione (e anche loro non stanno poi così tranquilli, visto quanto si danno da fare per ammazzare tutto e tutti, ogni idea che nasce e che potrebbe contribuire a spostare la percezione del “possibile”, a creare nuovi immaginari e linguaggi)

    Il Valle potrà anche essere fallito (lo è?) ma è il risultato di una volontà di spostare l’attenzione su altre economie, su altre modalità, su altri ecosistemi.

    Non c’è bisogno, adesso, di mettersi a fare il futurologo per osservare la trasformazione in corso.

    Brasile, varie parti del Sud America (conoscete la Flok Society dell’Equador?), India e pure la Cina (a modo suo ovviamente; e, soprattutto, con tempi più lunghi), si stanno spostando su altre economie. Perchè, semplicemente, quelle attuali non funzionano, portano a crisi economica, politica, sociale, ambientale, energetica.

    In questo senso il Valle è molto interessante.

    Quelli che esprimono tutte queste certezze mi fanno un po’ paura.

    Ci sono molti futuri possibili. Il difficile è distinguere quelli preferibili e desiderabili. È una possibilità costruttivista, propria del linguaggio.

    Servono domande, non risposte.

    Il Teatro Valle è una domanda.

    • Helga Marsala

      Dopo tre anni però si possono anche trarre delle conclusioni. Questo giornale, a partire proprio da me, ha seguito tutte le principali occupazioni culturali di questi anni, mettendone in evidenza potenzialità, energie e positività, così come i rischi di fallimenti e le debolezze. Adesso mi sento di dire che il progetto, per come la vedo io, ha fallito. E l’ho detto non per partito preso, ma facendo un’analisi (dopo averne fatte molte, prima di questa). Per cui so benissimo quali domande ci sono dietro il Valle, quali esigenze e quali battaglie. Ma questo non mi impedisce di muovere, oggi, delle critiche anche dure.

      • Cara Helga, nessuno ti impedisce nulla, ovviamente. È anzi fondamentale far partire la conversazione. E condivido la necessità, anzi, l’opportunità, di fare critiche e analisi.

        Ma quel che dici in questa risposta non è quello che c’è scritto nell’articolo qui sopra.

        Sarebbe, anzi, interessantissimo venire a conoscenza di questa(queste) analisi che hai fatto, ma in maniera seria e completa, con ipotesi, domande di ricerca, casi di studio, riferimenti, metodologie, risultati e conclusioni. E poi parlarne, in maniera altrettanto seria, come si fa all’università, o nelle pubblicazioni.

        Altrimenti, se è espressa così come è espressa in quest’articolo qui sopra, è “solo” un’opinione. Che mi sta benissimo, ovviamente. Ma sarebbe bene esporla in maniera esplicita come opinione, non come verità: “io penso che sia meglio questo di quest’altro”, non “questo è certamente meglio di quest’altro”.

        Fa una gran differenza. Soprattutto su una pubblicazione, su una rivista.

        Da una eventuale discussione (su parametri di valutazione, metodologie e risultati) verrebbe fuori un mondo, interessantissimo.

        Come, per esempio, il fatto che diverse persone, con diversi focus di ricerca e diverse culture, hanno, con tutta probabilità, metodologie e parametri assai diversi dai tuoi. Ed altrettanto interessanti.

        Se da alcuni di questi punti di vista il Valle è un fallimento, da altri è un successo completo. È dal confronto che nasce il valore, e l’innovazione. Le culture sono delle reti, si definiscono come differenziali (oltretutto ricombinanti e ubiqui), non per verità monolitiche.

        Poi ognun scelga, ma in questo modo la conversazione è monca. Perché, per come è nella sostanza, è una opinione (monolitica) spacciata per verità. Da un giornale. Questo è sicuramente tra le cose più negative che possano succedere. Specialmente in una pubblicazione che parla di arti e culture.

        • Helga Marsala

          Caro Salvatore,
          non capisco cosa vuole dire “è solo un’opinione”. E cosa dovrebbe essere? E’ la mia, con la mia firma, condivisa anche dalla direzione di questo giornale; un giornale che però ospita anche pareri contrari, vedi il pezzo di Bifo ieri.
          Non capisco cosa significa che questa opinione è spacciata per “verità monolitica”: il concetto di monolite o di assoluto non mi appartiene, altrimentri non farei il critico e il giornalista. I dibattiti esistono perchè esistono diverse linee e prospettive, grazie al cielo.
          Quello che ho scritto in questi anni è pubblico e rintracciabile, certo non potevo riportarlo qui in forma di rassegna stampa allegata. E nel tempo le opinioni si evolvono, assieme ai fatti e all’osservazione degli stessi. Questo articolo lo dimostra: continuo a evidenziare il senso positivo che per me hanno le occupazioni, ma ne condanno la deriva autoreferenziale (così come condanno l’assenza di responsabilità da parte della amministrazioni).
          A mio avviso l’occupazione può essere, se condotta in certi modi virtuosi, un mezzo. Ma non un fine. La penso così. E non vedo dove sia la negatività se questa cosa viene scritta su una rivista che si occupa di cultura. Dove dovevo scriverlo, sul Corriere dei Piccoli?

          • :) puoi scriverlo dove meglio credi, ovviamente. Rimane che l’articolo esprime una cosa molto differente da “una opinione”. Il che, ripeto, mi va anche molto bene. Solo: sarebbe molto più interessante, per tutti, aprire dialoghi seri su questa cosa. Come dimostrano, per esempio, i contributi qui sopra, in cui si iniziano ad affrontare assai importanti.

          • Helga Marsala

            ah ho capito: quelli che la pensano come te hanno opinioni, quelli che dissentono – e hanno l’ardire di scriverlo – millantano verità monolotiche. Interessante. Il dialogo mi pare che lo abbiamo sollecitato a sufficienza, qui e altrove. Almeno di questo potresti darci atto. Buonaserata.

          • Come puoi leggere sopra, non dico nulla del genere. Anzi, apprezzo l’opportunità di discutere. Solo che una discussione “seria” si fa con delle metodologie. E, tra l’altro, mi dispiace molto perdere tempo in questo botta/risposta, perché ci si sta concentrando solo su una quisquilia, piuttosto di parlare di nuove economie, cosa che è il fulcro dell’azione del Valle.

  • Marco Baravalle (SaleDocks)

    Questo pezzo esprime, a mio parere, una posizione in voga tra gli operatori di settore. C’è la voglia di Stato, c’è l’augurio per un’evoluzione e una modernizzazione della governance culturale (Renzi salvaci tu), c’è la retorica del merito tradito, ecc ecc.
    Osservazioni preliminari: primo, chiunque abbia frequentato il Valle negli ultimi anni sa che il “programma culturale” proposto è di assoluto livello e innovativo. Secondo, ha ragione Braga quando dice che in Europa, istituzioni pubbliche e non si stanno interrogando sull’importanza di una trasformazione radicale delle istituzioni culturali stesse.
    Forse, però, c’è una considerazione di fondo: le posizioni che emergono dall’articolo sono inconciliabili con quelle che espresse da chi, non solo al Valle, ha occupato teatri e spazi culturali. Chi ha occupato (tra cui il sottoscritto, con il SaleDocks a Venezia) non lo ha fatto solo per denunciare il saccheggio dei beni comuni o per la vergognosa governance culturale italiana, ma perchè pensava (e pensa) che sia necessario aprire una terza possibilità di soggettivazione per gli artisti e gli operatori culturali. Vogliamo uscire dall’asfissia del neoliberismo culturale che ci costringe ad una scelta obbligata: o parassiti statali (di un welfare culturale inesistente) o imprenditori del sè. Molti non vogliono essere costretti a scegliere tra stato e mercato. Certo, non esistono ricette, ma esistono analisi, inchieste, prodotti culturali innovativi (anche nella loro dimensione politica), soprattutto esistono tentativi di pensare l’attività culturale come mezzo reale di critica e frasformazione del presente. È abbastanza comprensibile che questa scelta sia avversata, o forse non compresa, da chi sposa un discorso a metà tra Renzi e il Sole 24 ore. E qui non c’è nessun moralismo, la brandizzazione non mi scandalizza, la trovo solo mortalmente noiosa e inutile al fine di mutare un’industria culturale che si basa su sfruttamento, autosfruttamento e lavoro gratuito. Forse chi ha scritto questo articolo si augura che questo sistema possa essere riformato e che il merito possa fare il resto. Io credo che oggi un grande merito lo abbia chi sta tentando di cambiare le regole del gioco.

    • Marco Enrico Giacomelli

      Grazie Marco, è questo che intendiamo con discussione e commentario. Il tuo intervento è ciò che di meglio ci si possa augurare per confrontarsi e discutere. E la mia non è una posizione democristiana, nel senso che non sono per nulla convinto che la discussione debba necessariamente condurre a una posizione condivisa e compromissoria. Sono invece convinto che ascoltare posizioni diverse serva ad arricchire la propria. Questa la considerazione di metodo. Sul merito invece il discorso che non mi convince è relativo alla forma dell’occupazione, che in molti casi a mio avviso conserva un senso per un tempo limitato, per sfociare poi (perdonami la generalizzazione, ovviamente non è sempre così) in forme di autoreferenzialità che sono parenti strette del peggior lobbismo. Insomma, una scorciatoia per creare il solito orticello, che risponde alle consuete regole del gioco (gerarchizzazione, autosfruttamento ecc. ecc.). E questa “deriva” presta naturalmente il fianco a un discorso semplificabile nella formula: “Ma perché tu non paghi le bollette, la SIAE ecc.?”. Un esempio pratico: l’occupazione delle case. Nasce da una esigenza drammatica ma in taluni casi si passa dalla padella alla brace, come dimostrato dall’inchiesta sulla gestione mafiosa delle occupazioni a scopo abitativo in certe zone di Napoli. Quindi, e chiudo: l’occupazione è uno strumento a mio parere più che legittimo in quanto strumento tattico, per usare la terminologia di Gramsci, al servizio di obiettivi strategici. Quando diventa anche solo parte della strategia, allora ci si è già incamminati nella spirale della riproposizione di modelli tutt’altro che rivoluzionari. Per bene che vada diventa routine ed evasione fiscale mascherata. E così si fa del male a tutti coloro che invece hanno obiettivi ben più interessanti, come quelli che hai descritto tu, ad esempio.

      • Marco Baravalle (SaleDocks)

        Caro Marco Enrico, provo a rispondere alle tue obiezioni. Certo, tutti possono diventare identitari o autoreferenziali, ma l’occupazione ha poco a che vedere con questo. In questo paese, ad esempio, vedo una disarmante autoreferenzialità della cosiddetta classe politica, vedo una disarmante autorefenzialità della nostra accademia con i suoi baroni. Gli orti più chiusi sono quelli in cui si coltivano le clientele politiche e le lobby più influenti sono quelle del nostro capitalismo di cementificatori che si arricchiscono a suon di grandi opere e fondi neri. Luoghi comuni? Purtroppo non credo. Parli di occupazioni di case e mafia. Certo è innegabile che il fenomeno accade laddove la criminalità organizzata ha maggiore presa sociale, ma nella stragrande maggioranza dei casi l’occupazione abitativa significa cooperazione sociale che si oppone ad apparati di gestione corrotti e (significa) recupero di un patrimonio pubblico in rovina e a rischio svendita. Fidati, troverai molta più mafia nello Stato e nelle imprese, qualsiasi sostituto procuratore di Palermo te lo potrebbe confermare.
        E poi altro che lobby, le occupazioni culturali hanno da subito, nella pratica del collegamento con le tante lotte sui beni comuni, messo in discussione il prurito corporativo dei lavoratori culturali. Hanno allargato e non ristretto il campo dell’agire culturale. Io penso che siamo qui per forzare questi confini, queste convinzioni che non sono quelle di stupidi, ma sono quelle di tante e tanti che hanno studiato e lavorato sodo, che sono bravissimi, ma che (in molti casi) pensano che non vi sia alternativa praticabile o credono con fervore a ciò che hanno imparato all’università o cercando di farsi strada con le unghie. Ognuno di noi occupa o autogestisce per ragioni diverse, con i propri limiti, ma mettendo in gioco tutto, chi pensa che questa sia una scorciatoia non ha idea di che cosa stia parlando, oppure è in qualche modo frustrato dalla gioia e dagli spazi di libertà (anche se parziali) che riusciamo ad aprire. Se poi uno è un fan di Renzi, Baricco e magari anche di Gino Paoli…allora il fatto che non ami le occupazioni mi pare assolutamente coerente.

        • Marco Enrico Giacomelli

          Il tuo discorso è chiarissimo. Ma resta il fatto che l’occupazione deve essere uno strumento, nulla più e nulla meno. Altrimenti, ripeto, si finisce come quel celeberrimo centro sociale milanese che “fatturava” come una discoteca di Rimini, con una redistribuzione pressoché nulla. E forse ricorderai che le critiche più aspre provenivano non da Gino Paoli ma proprio da altre realtà antagoniste. Qui mi fermo, altrimenti diventa un dialogo a due voci autoreferenziale ;)
          Ma scrivimi se vuoi, mi fa piacere!

          • emanuele braga

            qui non si tratta di fare l’occupazione per l’occupazione… Il lavoro che il Teatro Valle sta facendo sulla fondazione cerca proprio di forzare un quadro giuridico, nell’ottica di poter creare nuove modalità di gestione di una patrimonio comune. non confondiamo il dover difendere una esperienza dagli innumerevoli tentativi smembramento, spaccando l’assemblea, depotenziando la lotta, insinuando frammentazione, tacciandoli di autoreferenzialità e identitarismo. Gli obiettivi della fondazione del Valle sono piuttosto chiari e molto inclusivi e si fondano su principi di redistribuzione economica e di governace. Andatevi a leggere lo statuto della fondazione scritto in modo partecipato, di cui si sta parlando.

            l’occupazione non è tattica nel senso che cerca un riconoscimento di categoria lasciando il quadro di riferimento immutato. l’occupazione significa entrare in un processo che conduca ad una reale trasformazione dei processi di governace e di produzione.

            Quello che stiamo cercando di fare è portare per la prima volta il diritto e la legge in una dibattito pubblico condiviso. Siamo cresciuti in un uso creativo e criminale del diritto. I poteri forti e i politici sono abituati a modificare continuamente le normative, a volte in modo nascosto o ad utilizzare in modo strategico il diritto a proprio vantaggio. Credo che non occorra nemmeno fare degli esempi. Molto spesso le retoriche sulla legalità sono servite proprio a proteggere i più forti e lasciare a loro modifiche della legge e l’impunità.

            Durante le nostre occupazioni abbiamo continuato ad affermare che il diritto è discorso vivo, che debba sgorgare dalle pratiche che le persone mettono in atto, non per l’interesse di pochi, ma all’interno di un discorso pubblico che ne questioni i presupposti.

            L’italia è piena di questi esempi virtuosi, dalle battaglie referendarie nella storia della repubblica, ma non solo: pensiamo ad esempio alla storia delle strutture manicomiali. Il gruppo che si era raccolto attorno a Franco Basaglia aveva come noi iniziato innovando totalmente la pratica, nel giro di un anno il manicomio di Trieste era preso di mira da tutti i media e dalle forze politiche e dalla comunità scientifica. Tutti attaccavano dicendo che era un luogo di caos e perversione, che non c’erano più gerarchie, che erano saltati i presupposti dell’ordine sociale, che quegli psichiatri non avevano il diritto di stravolgere l’istituzione… Subito alcuni altri manicomi sono insorti solidarizzando con Basaglia e si è creata una rete di esperienze analoghe, e solo dopo anni di lotta affermativa e di produzione di senso, Basaglia ha ottenuto una modifica legislativa per sancire la fine delle strutture manicomiali come luoghi di costrizione.

            Un anno fa a Milano abbiamo fatto un grossa assemblea cittadina per discutere una variante della gestione legislativa del bene pubblico: incrociando articoli della costituzione, e le norme sugli usi civici, abbiamo proposto di concepire che un’assemblea di cittadini e lavoratori aperta e trasparente possa definire il regolamento di un bene pubblico per co-gestire un centro di produzione culturale, come ad esempio il palazzo che ora stiamo utilizzando e in cui stiamo programmando iniziative . Non c’è stata nessun intenzione dell’amministrazione pubblica di dialogare, nemmeno di discutere questa proposta sul piano pubblico.

          • crix lunedì

            , perché riesce a mettere in luce il portato utopico del Valle. Sta in quel portato il suo valore di bene comune, molto più che nello spazio fisico in sé.

          • Marco Enrico Giacomelli

            Ti prego crix, il “portato utopico” no! Per anni mi sono battuto contro le letture teleologiche di Marx, ora non mi far rispuntare il messianismo dentro il Valle :)

          • crix lunedì

            Veramente penso più a Jameson che a Marx, alle possibilità di immaginare modelli alternativi a quelli vigenti aperta dal Valle. Si tratta di un processo controverso, denso di contraddizioni e idiosincrasie, come tutte le tensioni verso un’alternativa che è ancora da formulare. L’occupazione non è una risposta al problema, ma è la condizione a partire dalla quale pensare questa possibilità. Possiamo, e a ragione, entrare nel merito di queste contraddizioni, ma non ergerle a dimostrazione del fallimento dell’intero progetto. Dico semplicemente che non si possono processare singolarmente queste contraddizioni senza almeno riconoscere la domanda alla base: è possibile un’alternativa all’orizzonte capitalista, alla sua distribuzione di tempi, spazi, competenze, pertinenze,valori? Con portato utopico leggi “politico”. Se riconosciamo la dimensione politica della domanda (domanda epurata dal dibattito politico e mediatico), qualunque critica nel merito diventa legittima. Mentre trovo scorretto svilire e ridurre il fenomeno a criteri di legalità (la posizione rispetto alle istituzioni, SIAE, ecc.) e moralità (qualità delle produzioni, comodità della soluzione, ecc.), senza ricondurli alla questione politica che sollevano.

          • Helga Marsala

            La questione politica è citata in continuazione. Dal momento che la mia e la nostra denuncia è in prima battuta rivolta – qui e altrove – al vuoto amministrativo e istituzionale, va da sè che la questione alla base dei movimenti è di natura politica. Ed è per questo che le ragioni alla base sono giuste e condivise. Tanto che le occupazioni e i movimenti di questi anni li abbiamo seguiti, raccontati, sostenuti a volte. Se non capissimo la portata politica di tutto questo saremmo completamente scemi. Ho scritto esattamente il contrario, qui e in altri articoli. Le occupazioni di questi anni avevano una spinta culturale e politica molto forte. Anche per questo, nel loro prolungarsi all’infinito, vivono contraddizioni aspre.

          • crix lunedì

            Lo riconosco, come riconosco la ragionevolezza delle singole questioni sollevate dall’articolo, mentre non concordo con le messe a fuoco né in generale con un tipo di ragionevolezza, tipicamente renziana, che si appella alla legalità per glissare in blocco sulla questione politica. Le contraddizioni intrinseche all’occupazione non possono essere semplicemente constatate – cosa volete? – perché le domande sollevate dal Valle riguardano tutti coloro che a diverso titolo si occupano di cultura, e più in generale tutti i cittadini, e sono domande che non trovano spazio nel dibattito istituzionale. Giusto per fare un esempio: come si definisce il valore culturale? Secondo quali criteri? Chi ha l’autorità per farlo? Come si articola il valore culturale con la sostenibilità economica? L’attuale assetto è l’unico possibile? È ripensabile un’istituzione come la SIAE, che al momento, soprattutto a livello di piccoli circuiti indipendenti, è una macchina esattoriale completamente slegata dalla sua funzione iniziale di protezione degli artisti? È pensabile integrare, a livello istituzionale, la dinamica mainstream / ricerca in modi diversi da un processo lineare dal garage a San Remo sotto la spinta dell’hungry & foolish? Si tratta di valori diversi o è lo stesso valore confezionato più o meno bene? Il “modello” Valle ha creato le condizioni perché se ne potesse parlare oltre le strette competenze tecniche di settore, ha fatto si che artisti, operatori, critici, teorici, giuristi portatori di valori diversi da quelli inscritti nelle attuali istituzioni, e desiderosi di trovare soluzioni (che ancora non ci sono), si mettessero a ragionare insieme sulle alternative possibili. È quello che hanno fatto in questi anni, e non si può schiacciare il processo innescato dal Valle su una “questione di comodo”. Chiunque abbia esperienza di occupazione sa bene che occupare è tutto tranne che comodo: bene rilevare le contraddizioni, ma cosa risponde l’istituzione a queste e alle altre domande? Al netto di tutto, al Valle occupato, oggi, va riconosciuto il merito di mantenere viva l’attenzione su problemi che Renzi si rifiuta persino di formulare.

    • Condiviso questa analisi, ma il problema è che lo stesso Renzi vuole mantenere uno stato di mediocrità generale, semmai consolando chi non arriva alla fine del mese, con qualche legge ad effetto. La scelta di Franceschini alla cultura la dice lunga (Franceschini ha aiutato Renzi per spodestare Letta), quindi gli operatori culturali dovrebbero fare a meno della politica o creare un pubblico affinchè la politica li segui. E quindi rinverdire le ragioni della cultura. Diversamente si può fare a meno, rivolgendosi intelligentemente al settore privato. Ma servono persone in gamba, mentre questo settore tende ad attirare mediocri….anche questo per un fatto culturale che perdura da 50 anni in italia…ma dovrebbe presto uscire on line l’articolo che ho scritto per la versione magazine di questa rivista…

  • Andrea Masu

    Esiste una rete europea di istituzioni che valuta il merito dei progetti, la loro incidenza nella comunità, la capacità di innovazione (come ricordava Braga)…e, a volte, premia. http://www.abitare.it/it/eventi/cultural-change-makers/

    • Helga Marsala

      Caro Andrea,
      grazie per la segnalazione su Abitare… ma esiste anche un mio articolo su Artribune che racconta questa cosa, uscito qualche giorno fa. Ed esistono le mie congratulazioni su Twitter, rivote al Teatro Valle. Agli insutli (prtivati) rispondiamo con pubblici e civili complimenti. Pur non mutando la nostra idea. Un abbraccio grande.

  • andrea masu

    Cara Helga, ho letto adesso, non lo avevo visto. Trovo che mantieni un’onestà intellettuale e una coerenza ammirevole; non che io te ne deva dare atto ma, di questi tempi, mi sembra una cosa preziosa e da apprezzare.

    Nel merito delle posizioni che esprimi, invece, non mi trovi d’accordo. Penso che le tue considerazioni siano impietose e non valutino in pieno il processo che è in corso al Teatro Valle così come in altri spazi in Italia in questo momento. La scommessa è di rinnovare la forma istituzionale attraverso un movimento dal basso, creare, sperimentare, rendere attuabile un modello di gestione che metta al centro la partecipazione diretta della cittadinanza e delle figure professionali interessate a dare il proprio contributo nella cura del bene pubblico. Oggi questo è necessario a fronte della crisi istituzionale che viviamo ad ogni livello, una situazione che produce sprechi, ritardi, clientele, inefficenze…

    Vedi tu stessa il modo con cui il Comune di Roma manchi completamente di uno straccio d’idea sulla questione Valle, non solo una strategia per affrontare la situazione ma un minimo di prospettiva in grado di costruire un percorso con chi, come dici tu, ha acceso i riflettori su una realtà, questa si, penosa. È un da un po’ che il Valle chiede un’incontro pubblico con il Comune e mai è arrivata risposta. Si chiede di confrontarsi su un nuovo modello di governance del bene pubblico che è stato costruito sulla base della partecipazione di migliaia di persone; un processo durato più di un anno, strutturato in assemblee pubbliche, scrittura di documenti, discussioni, revisioni, che ha visto il lavoro di tanti: attori, tecnici, pubblici, giuristi, intellettuali, cittadini, in una parola: comunardi. Un processo che ha prodotto un modello radicalmente diverso che sta dimostrando di saper funzionare e che chiede di essere riconosciuto come tale ( ed è impossibile ora qui fare un elenco di tutte le cose prodotte negli ultimi tre anni).

    La Fondazione Teatro Valle Bene Comune esiste perché registrata ufficialmente presso un notaio anche se non è ancora riconosciuta (per il momento è fondazioni non riconosciute). Il no del prefetto è solo un passaggio sul quale ragionare per trovare una nuova strada…succede così nelle sperimentazioni. Le ambizioni sono alte, si vuole costruire un pezzo di diritto che prima non c’era; si chiama diritto vivo, quello che da forma ai bisogni e necessità che si esprimono nella messa in comune e nella lotta (scusa se uso questa parola, mi piace tanto; ti prometto che però non uso “conflitto”), quello che prima non c’era e che collettivamente si desidera costruire. Lo statuto del lavoratori è nato in questo modo.

    Le poche parole spese finora chiedono invece di spegnere quei riflettori, fare le valige e lasciare che adesso ci pensino altri, i buoni (prima c’erano i cattivi). Non mi sembra giusto per il lavoro che è stato fatto e che va rispettato con un confronto diretto sulle questioni reali che vengono sollevate. Il Teatro Valle non è stato preso con la violenza da un gruppo di prepotenti, è la città che lo abita oggi, prima era vuoto, abbandonato ad un destino oscuro.

    Cara Helga, stimo la tua intelligenza per accogliere e riflettere sulle critiche che muovi, anche taglienti, ci sono diversi aspetti che vanno risolti. Ma parliamo di tutto e soprattutto di quello che sembra non voler essere colto: un nuovo modello istituzionale progettato da un movimento di cittadini, la costruzione di uno spazio che vuole uscire dalla dicotomia della gestione pubblico/privato, produzione di economia legata all’impresa culturale gestita da una nuova governance basata sulla partecipazione. Poi, si…anche le bollette, i bandi e il resto. Con affetto, a.

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