Immagini della grande retrospettiva di Louise Bourgeois al Guggenheim di Bilbao. Con il celebre ragno Maman a guardia del museo di Gehry

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Louise Bourgeois, Guggenheim Museum, Bilbao 13

È un evento espositivo senza precedenti – e probabilmente irripetibile, a causa della fragilità di molte delle opere presentate – quello aperto dal 18 marzo al Guggenheim di Bilbao, reso possibile dall’intervento della Fondazione BBVA. Louise Bourgeois (Parigi, 1911 – New York, 2010) – una delle figure simbolo della seconda metà del Novecento, artefice di un percorso artistico orientato verso la dolente, seppur poetica, narrazione introspettiva – “creava per sopravvivere”, ha raccontato Jerry Gorovoy, suo assistente per 30 anni, attualmente presidente della Fondazione Easton e “supervisore” della mostra, curata da Julienne Lorz e Petra Joos. Dinanzi alle 28 celle riunite fino al 4 settembre a Bilbao, una selezione tra la sessantina di strutture realizzate a partire dagli anni Ottanta, il visitatore avverte distintamente quel richiamo, tipico dell’infanzia, verso il superamento di una soglia in apparenza privata. Specchi, buchi della serratura, vetri, lacerazioni sulle superfici opache, intervalli lasciati volutamente aperti rappresentano il filtro per l’accesso visivo o fisico all’interno dei microcosmi architettonici della Bourgeois, intimi, ma solo in apparenza inaccessibili o inespugnabili.

FINESTRE, ANTE DI ARMADI, PORTE, GRIGLIE METALLICHE
È al loro interno che un condensato di patimenti, tormenti e memorie rivela la propria natura, svelando un potenziale universale: in molti, è prevedibile, si sorprenderanno a riagganciare anche i fili della propria esistenza. Realizzate con elementi di recupero, come finestre, ante di armadi, porte, griglie metalliche, le “Structures of Existence” di Louise Bourgeois insistono su una precisa porzione della storia personale dell’artista e, pur conservando una loro riconoscibile autonomia, sono popolati da tracce ricorrenti: bottiglie di profumo, arredi riciclati, sculture che riproducono intrecci, distacchi, abbracci di mani o piedi, fili di lana, matasse, gomitoli e altri dettagli legati alla produzione degli arazzi – l’attività di famiglia – e alle due figure genitoriali. “Devi raccontare la tua storia e dimenticarla. Dimenticare e perdonare. Questo ti rende libera“, è una delle frasi dell’artista destinate a fissarsi nella mente del visitatore, chiamato a interrogarsi sulla duplice natura delle celle: luoghi di prigionia, di detenzione seppur temporanea, ma anche angoli in cui cercare, in solitaria, quel debole riparo che solo i ricordi, talvolta nella loro drammaticità, sembra capaci di concedere.

Valentina Silvestrini

http://www.guggenheim-bilbao.es/

 

 

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