Il più importante artista vivente si racconta. Ecco cosa ha detto Jasper Johns nell’intervista a La Lettura del Corriere della Sera

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Jasper Johns - Three Flags

Jasper Johns – Three Flags

Nel classico gioco da serata fra amici “Chi è il più importante artista vivente?”, c’è da scommettere che la maggioranza schiacciante risponderebbe con il suo nome. È difficile infatti pensare a qualcuno che oggi possa contendere il “primato” a questa colonna dell’arte del Novecento, protagonista di più di una avanguardia di quelle che hanno posto le basi della creatività contemporanea, amico e sodale di artisti come Robert Rauschenberg, Willem de Kooning, Cy Twombly, di critici come Clement Greenberg, di galleristi come Leo Castelli. È ovvio quindi che un’intervista a Jasper Johns – è di lui che si parla – diventi un evento: specie in considerazione della grande riservatezza dell’artista, che da oltre 20 anni ha scelto di vivere ritirato nella sua tenuta del Connecticut, con solo rarissime occasioni di socialità e di presenza pubblica.

NELLA MIA INFANZIA POCA ARTE
Ora questo evento arriva sulle pagine de La Lettura, l’inserto domenicale del Corriere della Sera, con un’ampia e rilassata chiacchierata dell’artista con Vincenzo Trione. Che parte dalla sua formazione: “Nella mia infanzia c’è stata poca arte. Sono cresciuto nella Carolina del Sud. Laggiù non c’erano musei né gallerie. Solo a Charleston c’era un piccolo museo di provincia. Vi erano esposti artisti locali, autori di dipinti di uccelli. Non so con esattezza quando ho cominciato a desiderare di fare l’artista. Ci sono fasi in cui cambiamo corso quasi senza accorgercene. Eppure, quasi tutto si impara gradualmente. A un certo punto, verso la metà degli anni Cinquanta, mi sono detto: ‘Sono un artista’. Prima, per molti anni, mi ero ripetuto: ‘Diventerai un artista’. È stato un enorme cambiamento spirituale”.

IO E RAUSCHENBERG, UNO IL PUBBLICO DELL’ALTRO
Immancabile, la domanda sul suo rapporto con Rauschenberg, che Trione accosta e quello di Picasso con Braque. “All’inizio degli anni Cinquanta, Rob aveva attraversato un periodo difficile: la sua galleria aveva chiuso. In quell’epoca abbiamo vissuto in uno stato di relativo isolamento a New York. Abbiamo parlato molto: ciascuno di noi due ha rappresentato un po’ il pubblico per l’altro. Abbiamo discusso progetti per possibili lavori. Occasionalmente, ci siamo suggeriti idee. Siamo stati vicini. Insieme, abbiamo capito meglio quello che stavamo facendo”. Nei suoi quadri, le “cose” sembrano possedere una doppia identità, osserva l’intervistatore. “Se si crede nell’inconscio — e io ci credo — c’è spazio per ogni possibilità. Ma queste opportunità sfuggono a tutte le dimostrazioni razionali. Nei miei lavori, mi occupo di una determinata cosa, che per me non è più quello che era in origine. Mi interessa il suo divenire altro da ciò che era. Mi soffermo sul momento in cui viene identificata con precisione una certa forma, mentre quel momento scivola via”.

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  • necrologio

    L’artista vivente più importante? Se lo dice Trione non è che ne usciamo convinti :)
    Ma Johns sembra morto da più di trent’anni!
    Il suo declino, dopo qualche buona idea, è iniziato almeno dal padiglione degli Stati Uniti nella Biennale del 1988 con una serie di quadri dall’aspetto raffazzonato e sottotono che tentavano di combinare, con poca convinzione, crepuscolarismo intimistico ed esteriorità pop.
    Johns non ha avuto il vitalismo superficiale del generoso Rauscheberg e neppure l’arco pieno di frecce del camaleontico e opportunista Wahrol, non ha saputo vedere il lato oscuro come ha fatto Kienholz. Ma è stato il perfetto figlio americano del Duchampismo male inteso: spostamenti e decontestualizzazioni ma senza mistero e senza spessore, un non si sa che ma ancorato alla normale amministrazione.